
Per la FIFA Abou Ali non esiste
Quella di Wessam Abou Ali è una storia di rinascita che la FIFA non vuole raccontare, perché è palestinese.
La Coppa del Mondo per Club – in corso dal 14 giugno al 13 luglio negli Stati Uniti – non è soltanto un l'ultimo mega-evento calcistico aggiunto al calendario, ma è soprattutto il risultato di una strategia politica e finanziaria in cui Gianni Infantino, presidente FIFA, si è impegnato per combattere una lotta di potere contro UEFA. Se queste possono sembrare curiose dietrologie, è stato lo stesso Infantino ad ammetterlo candidamente: “Tutti pensano che le competizioni nazionali o continentali siano le migliori al mondo, quindi abbiamo deciso di creare un vero Mondiale per squadre di club”.
Come ha spiegato in dettaglio Valerio Moggia su Il Post, il Mondiale per Club è stato reso possibile economicamente dall’intervento decisivo dell’Arabia Saudita, che tramite il PIF (Public Investment Fund) ha sostenuto le spese dell'interno torneo comprando i diritti di trasmissione attraverso DAZN e fornendo numerose sponsorizzazioni, senza le quali l'intero carrozzone sarebbe stato gravemente in perdita. Un accordo che lo stesso presidente della FIFA non ha mancato di utilizzare come argomento a proprio favore: “Attraverso questo accordo, miliardi di tifosi di calcio in tutto il mondo potranno ora guardare il torneo di calcio per club più accessibile di sempre – e gratuitamente”.
Ovviamente, l'elargizione miliardaria dell'Arabia Saudita non è un gesto di generosa beneficienza, ma è parte di un disegno più ampio, un "ringraziamento" per il grande impegno profuso da Infantino per l'assegnazione del Campionato del Mondo (questa volta per nazionali) del 2034 proprio all'Arabia Saudita. Inoltre, nonostante gli enormi dubbi della vigilia, il Mondiale per Club si sta rivelando una preziosa vetrina globale, ben più seguito di quello che molti commentatori europei ed eurocentrici si aspettavano.
Si stima, infatti, un’audience complessiva di 3,2 miliardi di telespettatori (per la sola finale ne si aspettano 2 miliardi circa). Nel Regno Unito, la partita tra Chelsea e Los Angeles FC - non proprio un match di cartello - ha richiamato 1,6 milioni di spettatori su Channel 5 (share 15 %). Negli Stati Uniti, paese non certo calciofilo, il 55 % dei tifosi sportivi ha manifestato interesse per la competizione e - nonostante le prese in giro di Trump e le lamentele di Infantino - già in queste fasi a gironi, nonostante partite giocate a mezzogiorno, gli stadi stanno ospitando in media oltre 35 mila spettatori a partita. Numeri che spiegano perché FIFA, potere politico e media puntino così tanto su eventi sportivi di questa portata.
Dietro la retorica del “calcio apolitico”, si nasconde una realtà ben diversa. La ripetizione acritica di questo ritornello è funzionale a depoliticizzare l'apparenza di eventi che invece sono potentissimi strumenti di soft power economico, politico e identitario. La scelta di eliminare le tradizionali - quanto inutili - campagne antirazziste FIFA dal Mondiale per Club, ad esempio, secondo Piara Powar (fondatore di Football Against Racism in Europe, rete per combattere la discriminazione nel mondo del calcio), sarebbe motivata dall'intenzione di non irritare Trump.
Un chiaro caso di agenda-setting per tutelare interessi politici che poco o nulla hanno a che fare con il calcio ma che smascherano (se ce ne fosse stato bisogno) l'ipocrisia di queste campagne di sensibilizzazione e, di nuovo, dell'apoliticità della FIFA.
A questo, poi, si aggiunge la decisione di negare qualsiasi menzione, inquadratura o qualsivoglia spazio mediatico alle manifestazione di solidarietà con la popolazione palestinese o, più in generale, con quelle cause o questioni che potrebbero irritare il politico statunitense.
L'esempio più lampante per dimostrare la selezione scientifica di ciò che FIFA, Trump, DAZN decidono possa essere mostrato al mondo all'interno del loro torneo, è il caso di Wessam Abou Ali - attaccante dell’Al Ahly e della nazionale palestinese - che Leyla Hamed ha definito “un caso di umanità selettiva”. Non è un caso se la FIFA, dunque, fa sparire (o al contrario dia grande spazio) storie di calciatori e calciatrici: rientra tutto nella strategia politica.
Non dobbiamo meravigliarci se sono state - anche giustamente - esaltate alcune vicende di calciatori israeliani o ucraini, mentre quelle di calciatori palestinesi (o semplicemente attivi e solidali) come quella di Abou Ali ricevono pochissima attenzione, censura o addirittura repressione, come accade per alcuni post di solidarietà all'inizio della guerra in corso a Gaza.
PHOTO | Seattle Sounders ultras tonight against PSG.#FreePalenstine pic.twitter.com/FwuQLx2Pdz
— Antifa_Ultras (@ultras_antifaa) June 24, 2025
La storia umana e calcistica di Wessam Abou Ali scriverebbe una biografia straordinariamente interessante, fatta di diaspora, inclusione, crolli improvvisi e grandi risalite: viste le sue origini e il suo impegno politico, questa è stata tralasciata dai racconti ufficiali. Nato in Danimarca da genitori palestinesi, Abou Ali ha cominciato la sua carriera nell’Ålborg: nel 2009, ad appena 10 anni, lo aggrega al proprio settore giovanile. Esordisce in prima squadra nel 2018, prima di lasciare il club e cambiare diverse società, sempre in Danimarca.
Nel settembre 2021, quando la carriera sembrava in procinto di decollare, alla partita d'esordio con la maglia del Vendyssel, al 59' Abou Ali si accascia sull'erba privo di sensi a causa di un arresto cardiaco, in maniera simile a ciò che era accaduto poche settimane prima a Christian Eriksen. La partita viene sospesa e poi interrotta definitivamente: si teme che possa succedere lo stesso con la sua carriera. Tuttavia, Wessam Abou Ali tornerà a calcare un campo di calcio meno di un anno dopo, nell’aprile 2022, giocando - sempre con la maglia del Vendyssel - 9 delle 10 partite rimanenti della stagione.
La stagione successiva torna a giocare con continuità e serenità collezionando 16 gol e un assist in 34 presenze. Prestazioni che gli valgono la chiamata del Sirius, squadra impegnata della massima divisione svedese. Con 10 gol e un assist in 16 presenze, Abou Ali da un contributo fondamentale alla salvezza della squadra, che in quella stagione otterrà il miglior piazzamento della sua storia centenaria: 8° posto in Allsvenskan.
A gennaio 2024 si trasferisce in Egitto, all’Al-Ahly, firmando un contratto fino al 2028. In quel che rimane della stagione mette a segno 19 reti in 26 gare, vincendo la CAF Champions League e il massimo campionato egiziano e laureandosi capocannoniere del torneo con 18 reti. A giugno, dopo aver rappresentato la Danimarca dall'Under 16 all'Under 20, decide di optare per la nazionale dei propri genitori ed esordisce con la nazionale palestinese nella partita contro il Libano (0-0) valida per le qualificazioni ai Mondiali 2026.
Lo scorso 24 giugno, nell'ultima partita del girone eliminatorio del Mondiale per Club contro il ben più attrezzato Porto, Wessam Abou Ali ha messo a segno una tripletta, diventando in un colpo solo il primo calciatore palestinese a segnare in una competizione internazionale FIFA, il primo palestinese a realizzare una tripletta in una competizione FIFA, il secondo calciatore (dopo Pelé) a giocare per una squadra extraeuropea capace di realizzare una tripletta contro una squadra europea.
Una storia che, se non riguardasse un calciatore palestinese, sarebbe raccontata ovunque, un po' come quelle dei non professionisti dell'Auckland FC. Invece, incredibilmente, Wessam Abou Ali non ha trovato spazio neanche nelle celebrazioni social della FIFA. È stato così - limitandoci con esempi tratti dall'attuale Mondiale per Club - per Kvaratskhelia, primo calciatore georgiano a scrivere il nome nel tabellino dei marcatori di una competizione FIFA; è stato così per Khusanov, primo uzbeko a partecipare a una competizione FIFA; è stato così per i Bellingham, celebrati per essere la prima coppia di fratelli a segnare un gol al Mondiale per Club FIFA.
Il silenzio sulla biografia, o se non altro sui record, di Abou Ali da parte della FIFA non fa che confermare la sua volontà di creare una narrazione strumentale, che decide su basi meramente di utilitarismo politico quali storie meritino visibilità e quali invece vadano ignorate. Storie e vite rilevanti ma scomode, che vengono cancellate.
La FIFA, spalleggiata dai grandi broadcaster e sostenuta da attori politici come l’Arabia Saudita o gli Stati Uniti, seleziona cosa mostrare e cosa fare finta non esista. Celebra i simboli funzionali al potere del momento, mentre silenzia chi racconta un’altra storia. La censura delle manifestazioni di solidarietà con la Palestina e la cancellazione mediatica dei successi di figure come quella di Wessam Abou Ali non sono eccezioni, ma la regola in un sistema che ha depoliticizzato il calcio - solo in apparenza - per renderlo - nei fatti - ancora più politicizzato, sempre e solo a favore della perpetuazione del potere.
E allora sta a chi ama profondamente lo sport più popolare al mondo invertire la rotta per evitare che il calcio continui a essere sfondo perfetto per la propaganda discriminatoria del potere politico, strumento ideale per portare avanti complesse operazioni di sportwashing e soft power asservito al potente di turno. Per questo è importante denunciare tutto questo e dare voce e visibilità a chi non ne ha, rompendo quella retorica per cui “la politica deve stare lontana dal calcio”. Così, forse, il mondo del calcio tornerà ad essere uno spazio di socialità, giustizia e liberazione. Uno strumento attraverso cui affermare i valori di solidarietà, fratellanza, uguaglianza, rispetto e giustizia sociale.
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