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herrera ct straniero
, 20 Giugno 2025

Quando l'Italia scelse un CT straniero


La controversa storia di Helenio Herrera, unico non italiano della storia sulla panchina degli Azzurri.

Mourinho? Benitez? No grazie, siamo italiani. L'ostracismo dei vertici del pallone italico per tutto ciò che non appartiene alla nostra penisola è quanto di più inscalfibile possa esistere; non solo non è mai stata presa in considerazione l'idea di affidare la panchina dell'Italia a uno straniero, ma nemmeno italiani troppo poco italiani sono stati ritenuti in grado di prendere il timone della caracollante nave azzurra.

Farioli - da primo allenatore ha lavorato solo in Turchia, Francia e Paesi Bassi - e Tedesco - barcamenatosi tra Germania, Russia e Belgio - non sono abbastanza impregnati di italianità: non hanno avuto modo di assorbire le storture e i veleni del nostro calcio, e dunque automaticamente esclusi dalla corsa. Una shortlist per la carica di CT azzurro composta da De Rossi, Cannavaro e Gattuso, che in panchina hanno dimostrato infinitamente meno dei due sopra citati, comunica che le questioni di campo, per l'ennesima volta, sono state chiuse in un cassetto di una scrivania, nascosta in chissà quale stanza di Coverciano.

L'autarchia della FIGC in merito al ruolo di CT ha vacillato soltanto in un'occasione, guarda caso in seguito a un disastro sportivo, ancora più grave di quello verificatosi in Norvegia agli inizi di giugno 2025. Da quando l'Italia ha scelto di affidarsi a un commissario tecnico e non a una commissione, dal 1960 in avanti, c'è stato soltanto un CT non italiano a guidare gli Azzurri: Helenio Herrera, argentino, soprannominato il Mago, profeta del catenaccio e campione di tutto con l'Inter nella prima metà dei '60.

Quando ai Mondiali del 1966 il nordcoreano Pak Doo-ik - dentista per la stampa italica, professore di educazione fisica nel mondo reale - segna la rete che elimina l'Italia, il terremoto sportivo che colpisce il nostro paese è tanto fragoroso quanto prevedibile. La Federazione annulla la riapertura delle frontiere in ambito di calciomercato, il ct Edmondo Fabbri diventa il nemico pubblico numero uno, tanto da essere obbligato a scendere dall'aereo di ritorno dall'Inghilterra accompagnato da una scorta, e le sue accuse di doping al contrario ai danni degli Azzurri, da parte di una cellula di dissidenti, vengono prese ben poco sul serio.

Esonerato Fabbri, la guida tecnica viene affidata al suo assistente Ferruccio Valcareggi, le cui spalle non sono però ritenute abbastanza larghe per sorreggere la rinascita della nazionale, vuoi per l'inesperienza su panchine di alto livello, vuoi per l'incauta definizione di "banda di ridolini" (peraltro mai confermata) affibbiata alla Corea del Nord prima della disfatta, interpretata come un segnale di poca maturità. Valcareggi viene quindi affiancato da Helenio Herrera, inizialmente in maniera ufficiosa, poi con i gradi di commissario tecnico, gli stessi del buon Uccio, uomo con una personalità agli antipodi rispetto a quella del loquace e istrionico argentino.

Allenatore dell'Inter dal 1960 e con nessuna intenzione di mollare la panchina nerazzurra, Herrera si ritrova dunque a dover gestire la doppia carica, scelta avallata dal presidente Angelo Moratti che aveva a sua volta sponsorizzato il nome di Valcareggi in ottica azzurra. Non è peraltro la prima volta che HH viene chiamato dalla FIGC per salvare la baracca: già prima del Mondiale del 1962, quando si decide di rispolverare l'antica formula della commissione, Herrera viene scelto, assieme al presidente della Spal Paolo Mazza, per affiancare l'allenatore Giovanni Ferrari, tacciato di "scarsa personalità".

L'esperimento dura poche settimane, con Herrera che decide di farsi da parte in quanto coinvolto in una grande inchiesta relativa al doping. Tuttavia ci mette poco a trovare un'altra sistemazione, partecipando al Mondiale in Cile come allenatore della Spagna, ultima nel proprio girone eliminatorio, la stessa sorte che tocca a un'Italia dilaniata dai contrasti tra Mazza e Ferrari, dall'influenza dei giornalisti e, più in generale, da quella guerra tra offensivisti e difensivisti che di tanto in tanto riemerge al giorno d'oggi.

Mentre la Grande Inter, fresca di titolo nazionale, si avvicina più o meno inconsapevole al proprio crepuscolo, la prima formazione mandata in campo dalla strana coppia Valcareggi-Herrera, in amichevole contro l'URSS, presenta ben 8 nerazzurri su 11. Al termine della gara, vinta per 1-0 con gol del difensore interista Aristide Guarneri, è Herrera a presentarsi ai microfoni, pur essendo ancora ufficialmente "solo" un consulente di Valcareggi, CT vero e proprio, le cui decisioni vengono però pesantemente condizionate dall'influenza del Mago.

Il mite Ferruccio avrebbe tutte le motivazioni per puntare i piedi di fronte a tale ribaltamento dei ruoli, invece a sorpresa è Herrera a sbottare, al termine del 3-1 sulla Romania del 26 novembre valevole per la qualificazione agli Europei. "Non intendo continuare a tirare i fili di Valcareggi, a rimanere dietro le quinte, a dare consigli gratuiti - dichiara sprezzante l'argentino - la Federazione si decida, o Herrera o si conferma Valcareggi, insieme non li avrà più".

Il carattere conciliante di Valcareggi e la mediazione del presidente della Figc Pasquale portano alla già citata doppia nomina di commissario tecnico per i due allenatori, una soluzione cerchiobottista che durerà pochi mesi. L'Italia torna in campo solamente nel marzo 1967, vincendo la gara di qualificazione contro Cipro e impattando per 1-1 in amichevole col Portogallo di Eusebio. Saranno le ultime gare da ct per Helenio Herrera che il 3 giugno, dopo appena 4 partite in azzurro, invia una lettera di dimissioni alla FIGC.

Una delle rare foto della nazionale italiana del tempo con Herrera e Facchetti, entrambi in tuta d'ordinanza. In piedi: Sarti, Guarneri, Facchetti, Riva, Burgnich, Picchi. Accosciati: Rivera, Cappellini, Mazzola, Corso, Juliano.

Alla base della sua decisione pare esserci il tracollo dell'Inter, che pochi giorni prima aveva perso lo scudetto all'ultima giornata scivolando contro il Mantova, e prim'ancora la finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic del leggendario allenatore scozzese Jock Stein. "La mia presenza si giustificava quando l'Inter poteva contribuire con 10 elementi alla causa azzurra - scrive Helenio - ora i miei giocatori sono, mi si permetta di dire, nauseati dal football, li hanno convinti che sono stanchi e quindi sono anche demoralizzati, solo in pochi potranno rispondere alla prossima convocazione".

L'avvocato Peppino Prisco, vicepresidente dell'Inter, si affretta a definire la scelta del tecnico come "assolutamente libero", ma sono in molti a riportare il malcontento di Angelo Moratti, che avrebbe candidamente suggerito al Mago di dedicarsi un po' di più al club che gli pagava lo stipendio e la cui nave stava inesorabilmente affondando. Herrera lascia quindi l'Italia nelle mani del solo Valcareggi che, sfoltita la colonia nerazzurra e riportato tra i pali Albertosi - accantonato da HH in favore del "suo" Sarti - vincerà con la Romania ipotecando la qualificazione agli Europei, competizione che poi gli Azzurri vinceranno.

Un anno dopo, nell'estate del 1968, Herrera chiuderà con un quinto posto la sua esperienza all'Inter, in concomitanza col passaggio della società da Angelo Moratti a Ivanoe Fraizzoli. Il tramonto della Grande Inter coincide con quello del Mago, che di lì in avanti allenerà Roma, Rimini e Barcellona, con un fugace ritorno in nerazzurro, senza mai toccare i fasti della prima metà degli anni '60.


Fonte principale delle informazioni contenute in questo articolo è "La Grande Storia del Calcio Italiano, di C.F. Chiesa, pubblicata su Guerin Sportivo n°5 e N°10, anno 2015.


  • Made in Senigallia, insegnante di inglese e di sostegno, scrive e parla di Juventus e di calcio (che spesso son cose diverse) in giro per il web dal 2012. Autore dei libri "Football Globetrotters - calciatori nati con la valigia in mano" e "Espiazione Juve - il quinquennio buio della Signora"

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