
Qual è il senso dell'Under 21?
Del risultato dell'Italia, agli Europei di categoria in Slovacchia, non dovrebbe importarci nulla.
Primo tempo di Slovacchia-Italia, seconda gara del girone di EuroU21 2025. Nella chat di redazione ci si esalta per lo strappo che ha portato al gol di Casadei, ci si rammarica per l'ennesimo errore in costruzione di Ndour, ci si chiede perché stia giocando Fabbian da esterno destro. Un momento di stanca della partita ed ecco sorgere un interrogativo, faticoso da riportare a galla: "Ma solo in Italia c'è tutta sta attenzione sul torneo?".
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L'attenzione, ogniqualvolta si fa zapping e si incontra un gruppo di atleti con la maglia della propria Nazionale, è inevitabile. Figuriamoci se siamo in Italia, figuriamoci se si parla di uomini, figuriamoci se si parla di calcio. È la trasformazione della fisiologica ed entusiasta partecipazione all'esito della competizione in pressione, in giudizio stentoreo, in carico emotivo fine a sé stesso, a portarci a distoglierci da quelli che sarebbero i reali scopi di un qualsiasi evento che riguardi una selezione giovanile.
Dovrebbe essere l'ultima propaggine in cui poter sviluppare tecnicamente un giocatore, in cui fargli provare qualcosa di nuovo senza assilli, in cui guardare esclusivamente alla crescita di partita in partita, di possesso in possesso, di giovani uomini alle prime vetrine internazionali. E invece ci si concentra sulla differenza reti, sui vantaggi negli scontri diretti, sulle combinazioni che porterebbero nella parte facile nel tabellone, si controllano diffidati e squalificati delle altre ipotetiche avversarie. L'ultimo momento in cui davvero il risultato finale non dovrebbe contare un cazzo diventa invece l'ennesima spia che mette lo stesso sopra e davanti al percorso vissuto, a prescindere da quanto coerente e sano esso sia.
Nella sfida a Obert, Suslov e compagni, il CT Nunziata ha schierato 7 dei 10 giocatori di movimento iniziali con ruoli o posizioni differenti da quelli in cui si era abituati a vederli nell'ultima stagione. Gli unici "superstiti"? Capitan Pirola, difensore centrale mancino a 4 come all'Olympiacos; Matteo Prati, sacrificato in termini di minutaggio da Nicola a Cagliari ma punto fermo dell'U21 come mediano di equilibrio e prima costruzione; Zanotti, fedelissimo di Nunziata sin dal Mondiale U20 dell'estate precedente, terzino destro come al Lugano.
Tutti gli altri, no: Coppola, dalla difesa a 3 di Zanetti a Verona al centrale di destra in una linea a 4; Ruggeri, esterno mancino gasperiniano e ora terzino sinistro; Fabbian, trequartista o centrocampista d'inserimento al Bologna e in Slovacchia falso esterno destro; Ndour, mezzala sinistra di piede destro come a Firenze ma più coinvolto a dare ampiezza in costruzione; Baldanzi, dal centrodestra della trequarti nella Roma ad abbondanti dosi di tuttocampismo con Nunziata; Casadei, dalla mediana a 2 o 3 del Torino alla trequarti con movimenti per ricevere spalle alla porta con l'Italia; Gnonto, esterno offensivo su ambo le fasce nel Leeds e riferimento centrale più avanzato nello scacchiere degli Azzurrini.
È un problema? No, in alcun modo. Lo sarebbe se lo si facesse in un Europeo dei "grandi".
Pensa che danno sarebbe avere un fuoriclasse come braccetto sinistro in Bastoni e farlo giocare al centro di una retroguardia a 3. Pensa che danno un Di Lorenzo fantastico valore aggiunto come terzino bloccato o impiegato in sovrapposizioni interne nel corridoio intermedio di destra, schierato come braccetto per gestire gli 1vs1 in isolamento contro ali esplosive. Pensa che danno faresti a schierare a sinistra a tutta fascia Darmian, che ti urla la fatica che fa a coprire così tanto campo da almeno un anno, messo pure sul piede debole. Eccetera (Spagna-Italia 1-0 a Gelsenkirchen), eccetera (Croazia-Italia 1-1 a Lipsia), eccetera (Svizzera-Italia 2-0 a Berlino).
È un problema? No, anzi. Ben venga. Ben venga che si sfrutti l'ultima occasione "cuscinetto" per permettere a un giocatore di sbagliare senza "reali" ripercussioni, di tastare acque tattiche e strategiche quasi mai toccate prima d'ora e che potranno essere navigate con più dimestichezza nel prossimo futuro. Tutte le cose che ti fanno pensare "Vedrai che torneranno utili, prima o poi".
Ci sarebbe poi un discorso più ampio, più scivoloso, relativo a chi dovrebbe sfruttare un palcoscenico come questo. Dovrebbero esserci esclusivamente profili che devono dimostrare ancora qualcosa, o tentare di vivere un mesetto di partite e allenamenti con gradi gerarchici differenti rispetto a quelli mantenuti nei club. Includere nel novero giocatori troppo forti per il livello medio della competizione, porta vantaggio a chi o a cosa? Alla bacheche di Coverciano?
Qualche esempio, un paio virtuosi e uno "negativo", dal gruppo selezionato da Nunziata per l'Europeo in Slovacchia. Baldanzi e Prati, epicentri tecnici negli Azzurrini e seconde/terze scelte di Roma e Cagliari: essere leader di un gruppo, non solo in termini di linguaggio calcistico ma anche per carisma e intelligenza emotiva, gli farà bene, a prescindere da come andrà a finire. Aggiungerà qualcosa alla loro personalità.
A Cesare Casadei, invece, cosa porterà questo EuroU21? Le finestre di qualificazione erano state salvifiche, in un momento in cui Chelsea, Reading e Leicester rischiavano di inchiodarne lo sviluppo - 2866' in gare ufficiali in due stagioni e mezzo coi club, l'equivalente di meno di 32 partite complete tra i 19 e i 22 anni di età (nello stesso lasso di tempo, 1609' tra Italia U20 e U21!): prerogativa n°1 per un calciatore di quell'età, a prescindere dalle categorie, dovrebbe essere quella di GIOCARE -; la titolarità da mediano, dopo stagioni in Primavera e Nazionali giovanili a considerarlo unicamente trequartista invasore o addirittura attaccante, lo hanno ispessito tecnicamente, rendendolo un fattore positivo dal primo minuto in cui ha messo piede in Serie A.
Non si doveva dire "Basta", a Casadei in Under21? Cosa aggiungerà un torneo da adulto in mezzo ai bimbi alla sua considerazione? Dopo averlo convocato - giustamente - nella maggiore, a che pro reintrodurlo per l'Europeo in un percorso che sarebbe comunque terminato di qui a un mesetto? Tutto questo per vincere 0-1 con la Slovacchia, per regalarsi un quarto di finale più morbido?
Alla fine, un focus, anzi il focus delle nazionali under dovrebbe essere la valorizzazione e il monitoraggio dei migliori giovani calciatori, in un'ottica di medio-lungo termine incentrata sulla loro crescita in ottica prima squadra e Nazionale maggiore. Ed è indubbio che nell'ultimo decennio più di qualcosa in questo senso si è fatto: da un lato la creazione e il costante aggiornamento di un database parametrizzato, con una differente formazione dei sistemi di scouting e di allenatori del settore giovanile, soprattutto col cambio di paradigma tra prestazione e risultato (un insidioso e complicato lavoro culturale, soprattutto in un contesto politico come la FIGC); dall'altro la ricostruzione di un'immagine di credibilità del sistema delle Under, scadute - anch'esse - nell'ombra del clientelismo negli anni '00, al termine della propria golden era.
Paradossalmente, il riscontro più immediato del lavoro coordinato da Maurizio Viscidi, sono i successi ottenuti dall'Italia con le nazionali giovanili: l'Under 17 negli ultimi 7 anni è arrivata 4 volte in finale dell'Europeo di categoria, vincendo il torneo nel 2024 e fermandosi in semifinale quest'anno; l'Under 19 dal 2016 ha tre finali disputate (con la vittoria del 2023) e due semifinali, l'Under 20 in Coppa del Mondo ha un quarto, un terzo e un secondo posto nelle ultime tre edizioni disputate. Si potrebbe dire che "è un premio a quanto fatto", una soddisfazione rispetto al proprio operato. Ma rischia di essere una contraddizione rispetto a quel cambio di prospettiva ricercato e praticato, soprattutto all'occhio del pubblico poi poco abituato a soppesare la bontà di questo operato osservando, piuttosto, quanti ragazzi e di che livello arrivano nella disponibilità della maggiore.
In fondo, ha una sua perversa logica il fatto che l'Under 21, nazionale tra le giovanili che gode della più alta attenzione da parte degli astanti, sia quella che negli ultimi 15 anni abbia raccolto meno, a partire dalla clamorosa mancata qualificazione a Euro 2011.
La gestione dell'Italia U21 è forse la macchia sul curriculum di Viscidi. O forse no, visto come il coordinatore azzurro consideri per certi aspetti anacronistica l'esistenza delle U21 nel contesto europeo. «In tutto il mondo le Nazionali giovanili si fermano all'Under-20. Il Sub-20, come lo chiamano in Sud America, è seguito ovunque. Il gran finale prima del salto tra i grandi. Invece in Europa esiste anche l'Under-21 che alla fine di ogni biennio porta a giocarci ancora dei 23enni. Calcisticamente ha poco senso», diceva in questa intervista di qualche anno fa su l'Ultimo Uomo.
In effetti, in Under 21 sembra perdersi l'idea della valorizzazione dei ragazzi. Un calciatore 22enne, pur con ancora margini di crescita tecnica e soprattutto esperienziale, è - o dovrebbe essere - un giocatore formato, definito. Pronto. Ma spesso non lo è. Probabilmente questa discrasia contribuisce ad annebbiare il senso di questa particolare selezione: può esser ancora formativa? se non può esserlo, dovrebbe allora esser improntata alla maturazione del giocatore tramite la vittoria? che tipo di rapporto dovrebbe avere, a livello di selezioni, di sistema di gioco, di principi, con la Nazionale maggiore? Che obiettivi deve porsi? e verso che tipo di giocatori? Questioni irrisolte, riguardanti una fascia di età che l'Italia sembra mancare con troppi elementi promettenti che si perdono nei loro club, a volte perfino sepolti dalla stessa sovranarrazione nei loro confronti.
Di Biagio prima e Nicolato poi, i due CT predecessori di Nunziata sulla panchina degli Azzurrini, sono spesso ricorsi proprio a quell'espediente di richiamare nel gruppo per l'Europeo giocatori già più o meno stabilmente inseriti in Nazionale maggiore. E non senza, soprattutto nel caso del rapporto tra l'attuale commissario tecnico della Lettonia e Roberto Mancini, divergenze di opinioni e condotta. Così, da un lato, in Under 21 sembra avvenire il nuovo ribaltamento di quel paradigma (prestazione su vittoria, valorizzazione su formazione) sui quali le nazionali giovanili vorrebbero orientarsi; dall'altro la frizione tra l'Italia dei "grandi" e quella dei "piccoli" porta ancora a chiedersi a cosa serva davvero l'Under 21 a livello organizzativo, tolta la patina del brand dell'Europeo di categoria.
Qui pare sfilacciarsi la continuità progettuale data alle selezioni dell'Italia, continuità basata anche su gruppi passo passo portati allo step d'età successivo e integrati sempre dallo stesso CT giovanile in maniera progressiva. Forse anche perché lì avviene lo stacco tra i talenti azzurri e quelli di altri paesi, dove In particolare nell'ultimo triennio, successivo alla mancata qualificazione mondiale, lo strappo di gestione programmata tra Nazionale maggiore e Under 21 (specie a cavallo dell'Europeo di categoria 2023) è diventato palese con un saliscendi di giocatori tra squadra "dei grandi" e squadra "dei piccoli". Su tutti, l'esempio di Sandro Tonali, che a 23 anni compiuti fu richiamato in under per quel torneo da giocare con la fascia di capitano, dopo due anni di assenza dal gruppo degli azzurrini e di contro una già stabile presenza nelle convocazioni della Maggiore. Una scelta dettata probabilmente dal voler alzare a priori il livello tecnico dell'Italia, una scelta focalizzata sulla ricerca del successo: volevamo vincere a ogni costo imperniati su un 352 muscolare e compatto, uscimmo al primo turno. Forse, farebbe meglio in generale preoccuparsi meno del risultati di questa Under 21.
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