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Nazionale Norvegia Italia
, 12 Giugno 2025

La Nazionale è lo specchio dell'Italia


Le partite degli Azzurri raccontano un paese calcistico nemico della complessità e della creatività.

Neanche il tempo di iniziare le qualificazioni per i mondiali americani del 2026, e per l'Italia è già psicodramma. Il pesante ko con la Norvegia, avversario principale del girone da superare per evitare i temuti, maledetti, playoff; l'esonero in differita del CT della Nazionale Spalletti, comunicato dallo stesso in una conferenza dove nessun altro si è preso la responsabilità della decisione, vista l'incapacità dell'ex allenatore del Napoli di dare, in quasi due anni, un'effettiva impostazione di gioco e di gruppo; la scialba prestazione contro la Moldavia, più di altre cose rappresentata dalla grazia ricevuta dal VAR al 9', quando Nicolaescu portava in vantaggio i suoi ma in fuorigioco.

Naturalmente, di fronte allo spauracchio di una nuova assenza della Nazionale dai Mondiali (il ko con la Norvegia rischia già di far pendere la bilancia), è insorto l'immancabile sconforto dell'opinione pubblica a caccia di soluzioni populiste per problemi che non si risolvono dall'oggi al domani, e che andrebbero affrontati ad ampio raggio, non in un potpourri per causa di forza maggiore viziato dal risultato.

I limiti creativi della Nazionale

La facilità con cui Antonio Nusa, esterno norvegese del Lipsia, squarciava la retroguardia della Nazionale, riportava in auge il vecchio mito del calcio di strada, concetto - estremamente - semplicistico dietro il quale si annida la questione - esistente - della nostra carenza di dribblatori. L'Italia non è mai stata vera fucina di giocatori abili nell'1vs1: tra i campioni del mondo 2006, l'unico esterno che aveva nelle proprie corde il puntare e saltare l'uomo era l'oriundo Camoranesi (giocatore calcisticamente e culturalmente formatosi in Argentina). Giocatori oramai ultratrentenni come Totti e Del Piero (i più fulgidi talenti della Nazionale post-Baggio) avevano già vissuto un'evoluzione del loro modo di giocare, che li aveva portati a mettere in primo piano le qualità di rifinitura e finalizzazione.

Al netto dell'endemicità della carenza (non diversa da quella dei centravanti: nonostante le vacche grasse tra fine '90 e inizio '00, i nove sono stati merce rara nella storia azzurra, dove il capocannoniere è ancora il leggendario Gigi Riva), nell'ultimo quadriennio la mancanza di questo tipo di giocatore si è fatta sentire oltremodo in Nazionale, complice un calcio che oggi va molto più evolvendosi verso la ricerca di mismatch individuali (fisici o tecnici) per creare soluzioni offensive, e dove sempre più si rileva l'importanza per i giocatori di saper fare tutto per associarsi con fluidità, in luogo delle specializzazioni tecnico-tattiche.

Due aspetti emersi con prepotenza nell'Europeo 2021, così vicino eppure così lontano. La proposta di gioco del CT Mancini, un 433 fortemente posizionale nemmeno così innovativo, ma utile a dare alla Nazionale solidi riferimenti sui quali muoversi per proporre un calcio proattivo, era andata alle volte a impantanarsi nell'eccessiva specializzazione dei suoi elementi-chiave (tra le altre, la contraddizione tra consegne e caratteristiche di Immobile) e nella poca incisività dei suoi esterni nel tentare la giocata. Pantano dal quale gli azzurri erano usciti anche grazie alla caotica imprevedibilità di Chiesa, giocatore forse non di primissima fascia, ma il più eclettico del gruppo dei papabili e della batteria di esterni a disposizione (Insigne, Berardi, Bernardeschi, tutti di fatto a fine carriera ad alti livelli). Chiesa che, forse non così casualmente, fu il grande assente della scorsa mandata di qualificazioni. E il cui inquadramento in un sistema è stato il cruccio irrisolvibile di Spalletti all'ultimo Europeo, dove l'ex Juve e Fiorentina arrivava con tutt'altra freschezza atletica e qualche crociato sano in meno.

La carenza di giocatori di questo tipo - all'oggi il migliore è Orsolini, giunto a consacrazione con Motta e soprattutto con Italiano nel nuovo, rampante Bologna- e le complicazioni proprie di un percorso accidentato fin dall'inizio (con la grande fuga di Mancini nell'estate 2023 e il subentro in corsa di Spalletti in vista di Euro2024) hanno via via portato il CT a considerare l'inserimento di questi elementi - per certi versi non troppo affidabili - e a cristallizzarsi sull'impianto del 352 (o 3421), più per cercare di far replicare giocate codificate nei club di vertice (i blocchi Inter e Atalanta, quest'ultimo poi falcidiato dagli infortuni di Scalvini e Scamacca). Una scelta rinunciataria, per quanto dettata dal tempo limitato a disposizione; una scelta forse anche di sfiducia verso determinati giocatori - l'altro della breve lista è Zaccagni, eroe di una notte croata a Euro '24; una scelta conservatrice, rispetto alla quale è però difficile non notare quanto stretto fosse il margine per sterzare.

Creatività e ossessione del controllo: un problema vero in un racconto culturalmente distorto

Dice: ci mancano i giocatori di qualità. Vero, continuiamo a produrre con facilità portieri, mezzali dall'ampio bagaglio tecnico e difensori centrali moderni. Dove sta il tappo? Nel salto dei giovani in prima squadra? Nelle ritrosie dei tecnici a puntare su determinati giocatori? In un sistema di calcio giovanile ammuffito e restio ad aggiornarsi? Più probabilmente, nella combinazione di tutti questi fattori.

La valorizzazione del talento, della capacità creativa individuale, estemporanea, passa dall'assunzione del rischio propria del calcio come gioco. Un'assunzione che i contesti di apprendimento classici talvolta non concedono, e che (in maniera fin troppo semplicistica) si può trovare nella dimensione del famigerato "calcio di strada": una dimensione autorganizzata del gioco all'interno della dimensione autorganizzata del tempo libero. Posto che la società, nel suo complesso, si erge a nemica tanto dell'autorganizzazione quanto della concessione del tempo e dello spazio (si legga: campi da calcio aperti e fruibili) fuori da ritmi produttivi scanditi e regimentati, i contesti "disciplinati" dovrebbero probabilmente far propria l'importanza di questa dinamica, ed esser improntati su una visione più leggera e meno militaresca.

Ma le scuole calcio, le squadre giovanili e tutto il resto, non esistono come bolle asettiche fuori dalla società: ne sono a stretto contatto. E vengono influenzate da fattori culturali che remano in direzione opposta, in un paese dove si parla, si scrive e si vive tantissimo di calcio e in generale lo si fa con una visceralità che tracima spesso nell'ossessività a tinte reazionarie. Dai genitori pronti a insultare ragazzi avversari dagli spalti, ai dirigenti che richiamano giovani allenatori perché la squadra Pulcini non ha vinto il torneo. Fino alla commenti più banali rispetto alle partite al vertice, dove trent'anni dopo Zeman si ha ancora una diffusa e intollerabile paura tra il pubblico italiano di subire un gol in ripartenza.

L'imperversante cultura sportiva in Italia.

Come può un paese che ridicolizza come "talebano" l'approccio tattico del Barcellona, creare talento tramite l'assunzione del rischio? Come possiamo creare giocatori abili nel saltare l'uomo, se ci esaltiamo solo quando la prima consegna per questi è il costante, dispendioso ripiegamento difensivo? Ecco che il problema, da pratica metodologica di lavoro, passa al più insidioso livello culturale, dovendosi scontrare contro un muro invisibile proprio laddove il talento dovrebbe esser aiutato a germogliare. I settori giovanili, le scuole calcio, quel mondo conosciuto ma mai alla luce dei riflettori che fa da fondamenta al calcio come spettacolo di massa, quello sclerotico e ingordo della Serie A e della Nazionale.

Ed è lì, dove la giocata viene spesso condannata, il dribbling di troppo punito perché rischioso, che si mette il primo tassello della mancanza di giocatori spontanei, ultimo tema prediletto dei passi falsi della Nazionale maggiore. L'educazione precoce alla disciplina senza palla, così castrante a livello di crescita creativa dei ragazzini tra i 7 e i 14 anni, rappresentata dagli ancora in voga allenamenti 11 vs 0 per far assumere ai ragazzi il concetto di "movimento di reparto"; la sistematica codificazione delle giocate, l'irreggimentazione non solo dei movimenti ma anche delle scelte, la formazione di una serie di giocatori uguali ruolo per ruolo: quasi tutto ruota intorno alla semplificazione, al vantaggio a breve termine, e non alla valorizzazione della spontaneità dei giocatori.

Sarebbe auspicabile che i contesti di apprendimento al gioco tutelino il più possibile spontaneismo e creatività, senza che questa debba per forza coincidere con i piedi scalzi che calciano sulla terra battuta. (foto dal web)

Tutto, per limitare fin dalla più precoce età l'assunzione del rischio, vero ingrediente di cui i calciatori italiani sono carenti prima ancora della tecnica. Assunzione non ammessa dagli addetti ai lavori a livello giovanile (specialmente dai dirigenti) e non ammessa dall'opinione pubblica a livello di prima squadra, tacciata perfino di "teorismo" o di unica spiegazione possibile di fronte a sconfitte dolorose. Curioso che poi, questa mancanza di tecnica, sia spesso il tema preferito di quegli allenatori che, per dogma o per difficoltà, fanno di quella disciplina tattica l'unica strada per ottenere il risultato, il più delle volte non ottenendoli con squadre valide ma lasciate in balìa dei venti.

Lo spauracchio del tatticismo e il lavoro degli allenatori

In Italia, gli allenatori sono principalmente organizzatori. Grandi organizzatori. Indipendentemente dai principi di gioco, tendono volente o nolente a imbrigliare le loro squadre in quei dettami, scendendo più o meno volentieri a compromessi sul margine "spontaneo" dei loro calciatori. Talvolta, specie quelli più orientati a privilegiare un'organizzazione basata sulla grande densità difensiva, lo fanno solo nella misura in cui diventa necessario arrangiarsi nelle zone più avanzate del campo, dove si sarà spesso e volentieri in netta inferiorità numerica e senza possibilità di aspettare compagni lontani. La qualità, ove presente, diventa funzionale al mantenimento della solidità difensiva: raramente avviene il contrario.

Ora, è molto probabile che questa dinamica sia terreno ostile per la crescita in Serie A di giocatori creativi, dribblatori, funambolici. Ma non spiega perché l'Italia, di questi giocatori, ne produce pochi. Il massimo campionato è solo il vertice di una scala gerarchica dove determinati giocatori trovano consacrazione, ma non è quello il contesto dove i giocatori si formano. Stabilire quanto le abilità organizzative del gioco proprie degli allenatori di Serie A siano causa o piuttosto rimedio a questa carenza - e alla necessità di rifornirsi nei campionati esteri di giocatori del genere - alla fine è parlare dell'arrivo prima dell'uovo o della gallina.

Piuttosto, un fatto è che raramente gli allenatori in questione hanno a disposizione elementi, per quanto acerbi, accettabili per la Serie A in termini di completezza, di spendibilità. E un altro fatto è che un margine per assumersi la responsabilità di garantire minutaggi a questi calciatori non lo hanno. Né viene loro alla fine effettivamente richiesto: alla fine, varrebbe a dire di imporgli giocatori che non ritengono all'altezza. Da qui, l'immagine dell'Italia paese dove la classe di allenatori è conservatrice nell'utilizzo dei giovani in toto, quando il racconto della Serie A come campionato che non utilizza calciatori under 20 continua nella realtà ad essere niente più che un effetto Mandela.

Baldanzi Nazionale Italia  Romania under 21
Tommaso Baldanzi esulta per il gol-partita nel recente Italia-Romania 1-0 di Europeo U21.

Quasi inutile citare ancora il sempreverde racconto della carriera di Simone Pafundi: sono passati quasi 3 anni dallo strombazzato esordio in Nazionale, ma l'unica prima squadra dove ha trovato un minutaggio accettabile è il Losanna, nella Superleague elvetica, prevalentemente schierato come mezzala di possesso, con molta meno libertà di spaziare in avanti rispetto a quanto concessogli nelle Under, e dalla quale è stato scartato dopo la valutazione ipertrofica del suo cartellino (riscatto a €15 milioni). A Udine, dopo Sottil e Cioffi, nemmeno uno sperimentatore come Runjaić ha avuto idea su come usare il ragazzo, nel frattempo messo in secondo piano anche nelle scelte delle nazionali under, tanto dell'u19 quanto dell'u21, in questi giorni impegnate negli europei di categoria.

Troppi e troppo variegati i rimandi a settembre del giovane, per non porsi il dubbio di una supervalutazione mediatica nei suoi confronti. Dall'altro, il problema è anche come anche uno dei più precoci talenti tra i giovanissimi calciatori italiani, una volta tolta l'aura e i video su Youtube, si riveli un atleta ancora parecchi livelli sotto la soglia della competitività nel calcio dei grandi. E forse Pafundi rappresenta un caso limite e di segno opposto: la questione sta sì anche nella poca prestanza atletica del giocatore (e non tanto per la struttura, quanto per i ritmi di gioco), ma soprattutto nella crescita ad oggi disfunzionale del suo talento, che appare così difficile da valorizzare tolto dai pari-età tanto dal finire (lui come altri) per farlo insterilire, a partire dalla posizione occupata in campo.

In questo senso, non può essere l'organizzazione di gioco il nemico di tutto, specialmente per quanto riguarda le prime squadre. Piuttosto dovrebbe esserlo la sua variante mirata alla minimizzazione del rischio. Eppure a leggere e sentire, sembra che non abbiamo giocatori che saltano l'uomo perché abbiamo i "braccetti", terzi di difesa chiamati ad accompagnare la fase offensiva e a partecipare agli sviluppi con giocate palla al piede, spesso come primi creatori di gioco.

Spiegato, sembra una palese contraddizione. E lo è.

Ma questi "braccetti" (non semplici terzi di difesa bloccati indefessamente sulla propria linea, con poche deleghe di sganciamento in avanti), assurti quasi a figure mitologiche, sembrano incarnare al tempo stesso il vizio dell'eccessivo tatticismo del belpaese quanto del presunto vezzo di filosofeggiare nel calcio, pur essendo piuttosto un ultimo tentativo di compensare, con un'elaborata organizzazione offensiva in possesso palla, la carenza endemica di un certo tipo di skill individuali.

Uno dei tanti esempi dall'Atalanta di Gasperini su come principi e organizzazione siano mezzo di esaltazione, e non compressione, della qualità.

L'Inter di Inzaghi, volente o nolente, è stata simbolo in questi anni, tanto della sua capacità di organizzare il gioco per nascondere i limiti tecnici, quanto di una sostanziale visione di breve termine a livello aziendale, di decadenza controllata, tanto per non franare malamente come Milan o Juventus. Squadra sempre con l'ambizione del controllo del gioco, e imperniata sulla ricerca sistematica degli sviluppi tramite il terzo uomo, era in qualche modo costretta agli sviluppi di trame complesse dalla mancanza pressoché assoluta in rosa di giocatori in grado di puntare e saltare l'avversario.

Pur in misura diversa, stesso discorso vale per l'Atalanta, altra squadra imperniata sulla difesa a tre (pur ben più attenta a dotarsi di dribblatori). Esempi di calcio in un certo senso di compromesso: il necessario per poter competere senza le risorse dei parigrado, attuato con applicazioni tattiche innovative e destinate a fare scuola, tra le carenze tecniche e un'idea di calcio propositivo. Gli allenatori italiani, che siano o meno causa dei loro mali, al vertice devono ingegnarsi oltremisura per ottenere quello che i loro calciatori non possono dare loro.

Non esistono soluzioni rapide, per l'Italia e per la sua Nazionale

La confusione che regna nella gerontocratica (nel pensiero, prima che nell'anagrafe) dirigenza federale non può esser foriera che di soluzioni a brevissimo termine. Non è nella sua visione né nei suoi obiettivi l'assunzione di decisioni politiche costose in molteplici modi e non spendibili nell'immediato. Forse è tanto più apprezzabile in tal senso il lavoro di coordinamento delle nazionali giovanili fatto in questi anni di Viscidi, che a tratti sembra esser una lotta contro i mulini a vento.

D'altronde, la stessa scelta del prossimo CT dell'Italia, perfino mossa dalle migliori intenzioni, può cancellare questi problemi raccontati. Al massimo, può per l'ennesima volta nasconderli, placando un dibattito pubblico troppo abituato a leggere tali questioni solo sotto la lente dei risultati della Nazionale.

Non sarà il ripescare il Delle Monache o il Pafundi di turno, a ogni passo falso della Nazionale, a salvarla. Sarà un cambio di paradigma nei metodi di lavoro, in Federazione (dove a fronte del lassismo al vertice, nel retrobottega in questi anni si è data una coerenza logica alle giovanili) e soprattutto nei settori giovanili dei club piccoli e grandi, troppo spesso orientati a muoversi solo verso la monetizzazione, il sensazionalismo e il riempire le bacheche di trofei. Non l'attesa messianica per il talentino del momento che più facilmente verrà schiacciato, e non esaltato, dal tritacarne mediatico; bensì il far in modo che non si rincorra il meglio assoluto da bruciare per necessità, ma lo standard dal quale possano emergere dei grandi, futuri campioni.

  • Scribacchino di calcio maschile e femminile. Fiorentina o barbarie dal 1990. Evidenzio le complessità di un gioco molto semplice.

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