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Inzaghi Inter
, 11 Giugno 2025

Storica critica dell'Inter di Inzaghi


Ripercorriamo il quadriennio di Simone Inzaghi all'Inter per capire pregi e difetti di questo lungo percorso.

Ci sono addii facili da accettare. Alcuni non vedevi l'ora arrivassero e li accogli con festa, altri invece non ti rendi nemmeno conto siano dietro l'angolo, non li realizzi fino a quando non viene spiattellata in faccia la realtà e devi metabolizzare il più velocemente possibile per non rimanere indietro. Gli addii, nel calcio, sono spesso così: conclusioni frutto di un lento sfilacciamento, oppure dinamiche troppo veloci per riuscire a stargli dietro.

Un attimo prima sei in finale di Champions League, quello dopo rimani senza allenatore. Dopo quattro anni sotto la stessa guida tecnica, una guida alla quale avevi imparato a riporre fiducia quasi cieca e con cui avevi costruito un rapporto solido, capace di superare gli alti e bassi di una relazione rimani stordito di fronte ad una separazione del genere, specialmente in un calcio abituato a cambiare in gran fretta, in gli allenatori sono ospiti di un hotel e le squadre semplici camere standardizzate in cui soggiornare per poco tempo.

Ci sono addii che fanno male come una pugnalata, ma quello di Inzaghi, nonostante tutto, non fa parte di quelli. Inzaghi ha scelto insieme alla società di interrompere il cammino comune ed è stato educatamente scortato in silenzio fuori dall'uscita di sicurezza, quella di cui nessuno conosceva l'esistenza, al riparo da voyeurs e paparazzi. Un video di ringraziamento postato sui social, un comunicato in cui l'allenatore ringrazia il mondo nerazzurro, nessuna dichiarazione carica d'amore, né d'odio o spirito di rivalsa. Neanche qualche ora, nemmeno il tempo di accettare emotivamente l'addio, che già si comincia a parlare di chi dovrà sostituirlo. mentre lui si avvia verso il volo che lo porterà in Arabia Saudita.

A cose fatte, qualche giorno dopo la notizia, cominci a digerire realmente la separazione e, come è giusto e normale fare alla chiusura di un periodo importante della propria esistenza, provi a stendere un bilancio di questo rapporto, consapevole però che questo potrà essere influenzato dalle freschissime delusioni di un'annata sofferta, in cui più volte il tifoso e la squadra si sono avvicinati alla vittoria al punto di sentirne il profumo, per poi rimanere con un pugno di mosche in mano e una sconfitta storica sul groppone, che né l'Inter né i suoi tifosi non si toglieranno mai di dosso.

È difficile ripercorrere il tutto con occhio critico, specialmente quello che è stato un matrimonio che ha nascosto benissimo problemi e complessità, nel quale il lavoro svolto in ogni singolo anno non può essere valutato in maniera indipendente, ma deve essere necessariamente messo in strettissima relazione a ciò che è stato fatto in precedenza. Questo articolo si propone di fare tutto ciò, cercando di mantenere una visione d'insieme senza lasciare nulla - o il meno possibile - al caso. Cercheremo di capire come e perché sono successe alcune cose, positive o negative che siano, anche e soprattutto con l'aiuto del campo, provando a raccontare e giudicare questo quadriennio senza che queste ultime partite abbiano un peso esagerato rispetto a un progetto tecnico di ampio respiro.

L'eredità di Conte

Non è possibile cominciare a parlare di Inzaghi senza prima passare dai due anni di Conte. Il tecnico salentino è arrivato con l'intento, da parte della dirigenza interista, di mettersi finalmente dietro le spalle i quasi dieci anni di mediocrità per vincere uno scudetto che mancava da troppo tempo.

Conte riesce a raggiungere l'obiettivo Scudetto e a raggiungere la finale di Europa League, ma la pandemia di covid-19 e i problemi finanziari della proprietà cinese interrompono bruscamente i grandi investimenti fatti dalla famiglia Zhang per il proprio allenatore. C'è bisogno di vendere qualche giocatore importante per far risanare i conti. Conte teme un ridimensionamento e abbandona la nave. Il giocatore scelto per fare cassa è Hakimi, acquistato dal PSG per 70 milioni. Il mercato in uscita però non si chiude con la cessione del marocchino, perché il 12 agosto 2021, dopo diverse settimane di trattative, l'Inter cede anche Lukaku - che torna Chelsea per 115 milioni - ed Eriksen, impossibilitato a giocare in Italia per il defibrillatore sottocutaneo messo dopo lo sfortunato arresto cardiaco che gli stava costando la vita durante gli europei del 2021.

Inzaghi arriva dunque alla corte dei nerazzurri senza avere più a disposizione 3 degli 11 titolari della squadra campione d'Italia, tra cui il leader assoluto del gruppo. Al loro posto vengono presi Dumfries dal PSV, Çalhanoğlu a zero, Džeko dalla Roma, Dimarco rientrante dall'Hellas e Correa, che ha seguito proprio l'ex Lazio dalla capitale. Al tecnico piacentino non viene chiesto di vincere lo scudetto ma di arrivare tra le prime quattro e magari passare i gironi di Champions per la prima volta da quando i nerazzurri sono tornati nella competizione, ovvero 4 anni.

Per farlo avrà a disposizione una rosa fortemente ridimensionata, alla ricerca di nuovi leader e con l'ardua impresa di far salire il rendimento di giocatori altalenanti come Çalhanoğlu o Perisic e far diventare Lautaro più che una spalla, oltre allo sviluppare ulteriormente talenti come Bastoni o Barella.

Da Conte eredita una squadra molto rigida, che ha vinto il campionato grazie a un blocco basso solidissimo e una manovra offensiva a tratti bella da vedere ma estremamente meccanica, che aveva in Lukaku il fulcro per sfruttare gli attacchi in profondità di Lautaro, Hakimi e Barella. I movimenti erano quelli di un classico 3-5-2: il quinto scende in costruzione attirando la pressione, la mezzala si butta in quello spazio creato ed il pallone va direttamente sulla punta in uno contro uno con il difensore, da cui poi partiranno tutte le combinazioni del caso.

Un'Inter quadrata, con poco movimento, poco estro ma estremamente efficace, con una cilindrata di molto superiore rispetto alla media del campionato italiano. Andando oltre alla tattica, anche un'Inter sicura dei propri mezzi, metallizzata da un allenatore che come al solito ha fatto del duro lavoro il suo mantra.

Stagione 21/22: le basi

All'inizio l'Inter beneficia del lavoro fatto dall'ex allenatore: le giocate codificate sono rimaste e la squadra gioca a memoria, difendendosi oltretutto in maniera ordinata, ma è quando Inzaghi comincia a mettere la sua mano che i nerazzurri cominciano a spiccare il volo. I braccetti sono i giocatori più rivoluzionati: Brozović si inserisce più spesso nella linea difensiva permettendo una costruzione a 4 con Škriniar e Bastoni larghi e con la licenza di portare palla e sovrapporsi.

Anche con Conte potevamo vedere questa costruzione a 4, ma i braccetti avevano sempre davanti sulla stessa parallela i quinti, con spaziature spesso poco efficaci. Inzaghi porta a Milano la sua interpretazione del modulo: i quinti si accentrano nel mezzo spazio per attirare i marcatori avversari e creare catene di gioco più complesse, con la mezzala nel lato forte che rimane in appoggio.

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Mossa che permette di sfruttare le doti di Bastoni palla al piede, qui serve un assist al bacio a Dumfries che insacca il gol del 3-0.
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Anche sovrapposizioni interne.

Naturalmente è l'italiano quello che spinge di più e l'Inter comincia a diventare più fluida. Viene subito alla mente una partita che è stata forse il picco massimo raggiunto dalla squadra quell'anno: Roma-Inter. Quella sera viene fuori tutto il potenziale offensivo interista grazie ad un Bastoni ispiratissimo, che si riceve in ampiezza ma non solo, si sovrappone anche internamente facendo scattare dei giochi di posizioni difficilmente leggibili dagli avversari, dando vita ad un gol che ha fatto un po' la storia del ciclo di Inzaghi.

Inzaghi
Perisic fa il solito movimento ad accentrarsi, Correa riceve palla esternamente quindi Bastoni va a prendere il suo posto, con Brozovic che lo copre.

Più giocatori hanno delle nuove funzioni con Inzaghi. Barella ad esempio funge più da rifinitore mentre Çalhanoğlu dà più una mano a Brozović in regia. La nuova posizione dell'ex Cagliari gli permette di registrare i numeri più alti in carriera per passaggi progressivi ricevuti, tocchi nell'ultimo terzo e in area e per expected Goals Assisted.

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È lui a svoltare spesso la manovra interista, anche perché con Inzaghi l'Inter costruisce in maniera diversa: in prima costruzione l'anno precedente i due braccetti stavano larghi e Handanovic faceva il "centrale" insieme a De Vrij, formando un 4+1 con i quinti entrambi alti in ampiezza. Nella stagione 21/22 Inzaghi comincia a portare la costruzione che manterrà per tutto il suo ciclo, con Bastoni e De Vrij Central, Škriniar largo a destra e Perišić largo a sinistra, nessuno occupa l'ampiezza alta.

Anche in costruzione alta si cambia: con Conte i quinti si abbassavano per creare lo spazio per gli inserimenti della mezzala e per servire Lukaku, con il tecnico piacentino il quinto a destra rimane alto "fissando" il terzino avversario e permettendo a Barella di scendere largo per impostare l'azione e favorire linee di passaggio dirette verso le punte, disposte in maniera più verticale. Lautaro comincia ad irrobustirsi per tenere botta spalle alla porta con i difensori andando meno in profondità rispetto al passato e facendo più lavoro di raccordo, senza però dimenticare gli attacchi alla linea formando un'ottima connessione con Barella, che lo assisterà più volte in quella stagione.

Difensivamente Inzaghi cerca di alzare leggermente il baricentro: con Conte il PPDA registrava un 11.96 mentre adesso era sceso a 10.10. Porta un pressing più aggressivo e spregiudicato, osando dove il predecessore aveva fallito (all'inizio della stagione 20/21 anche Conte aveva cercato di alzare la pressione, con il risultato di subire troppi gol e riabbassarsi cominciando ad essere più conservativo), ovvero nel portare entrambi i quinti in pressione sui terzini.

Inzaghi
Prima erano le mezzali a salire sui terzini.

Comincia ad essere una riaggressione veramente efficace, che prima mancava del tutto o quasi. I nerazzurri, però, concedono di più, anche per "colpa" di un blocco basso che, a differenza dell'Inter scudettata, aveva meno riferimenti sull'uomo ed era molto meno aggressiva ma molto più agguerrita ed attenta dietro. Inoltre le rotazioni in fase di possesso concedevano agli avversari ripartenza pericolose.

Nonostante questo, l'Inter gioca bene e vince: è prima in campionato, passa il girone di Champions alle spalle del Real Madrid e vince la Supercoppa Italiana con un gol allo scadere di Sánchez. Sta per infliggere il colpo di grazia al Milan nel derby quando, in maniera del tutto inaspettata, Giroud segna una doppietta che fa partire la rimonta dei rossoneri.

Da lì in poi i nerazzurri cominciano a faticare e, complice l'impegnativo doppio confronto con il Liverpool agli ottavi di Champions perso con onore, crollano anche fisicamente: fa quasi due mesi di campionato senza vittorie con la Salernitana come unica eccezione.

Lautaro si perde e smette di segnare, la squadra sembra non avere più quella brillantezza atletica che serve per sostenere un calcio con poche iniziative personali, vengono fuori tutti i difetti di quella squadra. Il primo è il fatto di avere un attacco non ben assortito: Lautaro e Džeko non si trovano spesso, inoltre non riescono a sfruttare i vantaggi che l'allenatore cerca di dargli. Inzaghi giocava in costruzione con Perišić basso per attaccare l'ampiezza alta (concetto fondamentale che servirà per capire le scelte di formazione nei successivi due anni), ma né gli attaccanti né Çalhanoğlu avevano il dinamismo per farlo in maniera efficiente, quantomeno non in maniera costante.

Inzaghi
Sprazzi di fluidità contro l'Atalanta che è stato un po' il termometro dei momenti di forma dei nerazzurri in questi anni: Calhanoglu si abbassa per dare un'opzione in più in costruzione, Brozovic si inserisce nello spazio.

L'Inter finisce per farsi rimontare definitivamente con la sfortunata trasferta a Bologna che ricordiamo per l'errore di Radu, in campo per un infortunio di Handanovic. Si riprende verso la fine del campionato ma non basta: il Milan vince il suo diciannovesimo scudetto.

Ancora oggi quello viene ricordato come il primo campionato "buttato" da Inzaghi ma tutto sommato, se si guarda il quadro generale delle cose, i nerazzurri hanno fatto 84 punti, "solo" 7 in meno dell'anno precedente ma senza Lukaku, Hakimi ed Eriksen, con una squadra nuova, superando i gironi di Champions e andando più avanti in Coppa Italia (vinta contro la Juve). L'Inter ha dilapidato un vantaggio di 7 punti, un vantaggio che però era stato creato grazie ad un'immagine della squadra che non era quella reale, per mesi la Benamata ha giocato oltre le proprie possibilità e quello status se l'era guadagnata grazie a prestazioni collettive fuori scala che col tempo si sono normalizzate.

Ovviamente Inzaghi ha peccato nella gestione di alcuni momenti chiave: la sostituzione di Çalhanoğlu nel derby di ritorno perché ammonito nonostante la grande gara che stava facendo ha segnato un punto di svolta del campionato e forse Sánchez poteva essere utilizzato maggiormente, nonostante ad un certo punto il cileno sembrava avesse cominciato a giocare più per dimostrare qualcosa al suo allenatore che per fare del bene alla squadra. Un primo anno tutto sommato positivo considerando le circostanze, che però Inzaghi si è portato dietro come un macigno per tutti e 4 gli anni del suo mandato per l'opinione pubblica.

Stagione 22/23: croce e delizia

La stagione 22/23 si apre con un ritorno francamente poco immaginabile: Lukaku torna a Milano, arriva insieme ad Onana, Mkhitaryan, Acerbi ed altri colpi come Asllani e Bellanova per puntellare una panchina che ha visto partire elementi che ormai stavano facendo più del male che del bene alla squadra: Vidal e Sánchez.

Oltre ai due cileni, l'Inter non fa grossi movimenti in uscita rispetto alla stagione precedente. Saluta Perišić in scadenza di contratto e sacrifica il giovane Casadei, ceduto al Chelsea per 15 milioni più 5 di bonus, per permettersi il ritorno del belga. Nel precampionato Inzaghi fa vedere un'Inter un po' più verticale, con Barella che cerca di essere più incursore e Lukaku che sorprendentemente si muove di più senza palla facendo attacchi alla profondità rari da vedere da un attaccante di quella stazza.

I nerazzurri sono i favoriti per lo scudetto, ma nonostante questo la partenza non è delle migliori. I movimenti e gli automatismi creati l'anno precedente vanno poco d'accordo con la presenza di Lukaku, che ha bisogno che il quinto non stia alto in ampiezza per avere più spazio per lavorare il pallone, inoltre la premiata ditta Lu-La non sembra efficiente come una volta: Lautaro sta cambiando il suo gioco, non va più in profondità dietro il compagno ma in appoggio, mentre Çalhanoğlu non riesce più ad arrivare senza palla dall'altra parte per inserirsi.

La fascia sinistra, vista la presenza ingombrante di Lukaku, finisce per essere ignorata, nonostante nell'anno precedente fosse la principale fonte di gioco nella costruzione della manovra. Inoltre Dimarco è meno autosufficiente di Perišić con il pallone e non viene quasi mai servito in maniera efficace. Ne esce fuori una squadra meno fluida, con spaziature peggiori e che fatica tremendamente ad attaccare blocchi bassi.

Inzaghi
Stesso problema dell'anno precedente: l'ampiezza alta lasciata vuota non è un vantaggio se non è attaccata dinamicamente, né Çalhanoğlu né Lautaro possono fare quel lavoro.

L'inizio di campionato è caratterizzato da 4 sconfitte nelle prime 8 partite e l'infortunio proprio di Lukaku: piove sul bagnato. Il 30 settembre 2022 Inzaghi, la cui panchina comincia a scricchiolare, fa una conferenza memorabile, difendendo il suo operato e dicendo una frase che a sentire ora suona profetica: "Dove alleno io aumentano i ricavi, si dimezzano le perdite e si conquistano i trofei". Dopo queste parole l'Inter perde in campionato contro la Roma, ma svolta in Champions tre giorni dopo vincendo in casa contro il Barcellona di Xavi.

Come l'anno prima, anche questa volta la partita contro la Roma si rivela una sfida simbolo del ciclo inzaghiano: Brozović è infortunato e, per la prima volta, Çalhanoğlu viene scelto per sostituirlo al centro del campo, mentre Onana resta in panchina assumendo il ruolo di portiere di coppa.

Contro il Barcellona, i nerazzurri fanno una partita magistrale. Çalhanoğlu ha tutte le caratteristiche per ricoprire per ruolo nel calcio verticale che vuole Inzaghi: meno conservativo col pallone, ha bisogno di toccare meno palloni rispetto a Brozović e, anche se meno a suo agio rispetto al croato spalle alla porta, è più pericoloso inserendosi nella linea difensiva e impostando da centrale a 4. Soprattutto, da quella posizione ha la possibilità di sfruttare le sue doti balistiche per lanciare in profondità gli esterni.

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Non solo, la presenza di Mkhitaryan consente di avere un centrocampo che si associa di più, che gioca più vicino e che permette un possesso più di qualità, portando Barella ad aiutare ancora di più la fase di costruzione, abbandonando il suo ruolo da rifinitore e togliendo un po' di responsabilità agli attaccanti.

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Da quel momento il turco fa sorgere dubbi importanti nella testa di Inzaghi, che comincia a pensare per la prima volta di poter fare a meno di Brozović. Gli avvicendamenti nell'undici titolare di Çalhanoğlu, Mkhitaryan, Acerbi e Onana migliorano di gran lunga il rendimento dell'Inter: con loro quattro in campo Inzaghi ha una squadra che gestisce meglio le transizioni visto che Acerbi e Çalha riaggrediscono e fanno marcature preventive molto meglio di Brozovic e Acerbi, difende meglio e più in alto (Inzaghi aveva bisogno di un marcatore per farlo, Acerbi in quello è superiore a De Vrij) e costruisce in maniera più efficace.

Onana è il game changer, il singolo che da solo riesce a incidere maggiormente sul miglioramento della squadra. Grazie alla sua personalità palla al piede, alla sua visione di gioco e alla sua precisione nei passaggi anche lunghi, riesce a giocare sempre contro la pressione, scoraggiando il pressing avversario e trovando linee di passaggio che permettono all'Inter di creare transizioni artificiali.

Inzaghi
Guardiola ha affermato che Onana era il giocatore dell'Inter che avrebbe "rubato" se ne avesse avuto la possibilità viste le sue abilità in impostazione.

Dopo mesi di attesa e con la pausa mondiali invernali di mezzo, Lukaku torna dall'infortunio ormai fuori dal giro dei titolari, decide di fatto la sfida agli ottavi di finale contro il Porto ma in campionato è disastroso. L'Inter ricomincia a perdere partite in cui crea tantissimo ma non concretizza, concedendo gol al primo tiro in porta. Proprio il belga è stato protagonista tra marzo e aprile di errori sottoporta difficilmente spiegabili che hanno definitivamente annichilito le speranze di rimonta sul Napoli e portato i nerazzurri fuori dalla zona Champions.

Intanto, Škriniar annuncia tramite il suo agente che non rinnoverà e lascerà la squadra a fine stagione, con un infortunio al ginocchio che lo terrà fuori fino a giugno. Inzaghi comincia a schierare Darmian da braccetto destro, una mossa azzeccata visto che l'italiano rivela maggiore qualità tecnica rispetto e più dinamismo, permettendo fasi di difesa più alta grazie alla sua velocità in recupero.

L'Inter supera anche il Benfica ai quarti di Champions e si appresta a fare un finale di stagione di altissimo livello. Recuperano tutti gli infortunati e Inzaghi riesce finalmente ad inserire Lukaku nei meccanismi della squadra, trascinando i compagni al terzo posto finale. Per farlo, l'allenatore ha dato all'attaccante gli automatismi che gli servivano per incidere: il quinto (Dumfries) si abbassa molto di più rispetto a inizio stagione, esattamente come faceva Hakimi con Conte, dando all'attaccantelo spazio per appoggiarsi al difensore in isolamento.

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Non a caso in questa stagione Dumfries registrerà il numero più alto di tocchi fatti nel terzo di campo difensivo e centrale (rispettivamente 10.22 e 22.4, un aumento di 2,6 tocchi a partita rispetto all'anno precedente). Non solo, Inzaghi in campionato gli affiancherà più spesso Correa, ormai più abituato ad attaccare la profondità rispetto a Lautaro. Quando impiegata insieme, la LuLa, fa comunque vedere cose interessanti: l'argentino infatti va in appoggio al belga però per lanciare i quinti, in un pattern di gioco che raramente si vedeva con Conte. Inzaghi è riuscito a risolvere questo rebus.

L'Inter metterà da parte il campionato deludente vincendo la Coppa Italia, eliminando il Milan nella semifinale di Champions e guadagnando, per l'appunto, la finale 13 anni dopo l'ultima.

Inzaghi si affiderà al centrocampo composto da Brozović, Çalhanoğlu e Barella e a un attacco senza Lukaku, fomentando alcune polemiche. Nonostante questo i nerazzurri giocheranno una gran partita, perdendo ma meritando almeno il pareggio dopo una chance non sfruttata proprio dal belga sul finale della partita.

Anche questa stagione sarà oggetto di critiche verso l'allenatore piacentino per il rendimento in campionato e le ben 13 sconfitte rimediate, verrà accusato anche qui di aver "regalato" uno scudetto al Napoli, che però viaggiava ad una media punti da record fino ad aprile. L'Inter non ha mai dato l'impressione di avere una rosa capace di reggere il ritmo degli azzurri e ha dovuto fare i conti con gli infortuni di Brozović (3 mesi complessivi fuori), Lukaku (anche lui circa tre mesi complessivi fuori) e Škriniar (non pervenuto nella seconda parte di stagione). Le critiche relative al campionato, però, vengono controbilanciate dal risultato storico raggiunto in Champions League e dal gioco innovativo e spettacolare che pone l'Inter di Inzaghi tra le squadre tatticamente più interessanti nel panorama europeo.

L'Inter 2022/2023 comincia a mostrare una fluidità fuori dal comune, che le permette la costruzione di transizioni artificiali di un'eleganza rara. Fuori dall'Italia si parla già di un nuovo modo di interpretare la difesa a tre e le funzioni dei braccetti, mentre i tifosi si divertono e si riempiono di entusiasmo. I successi di gioco e di risultati di Inzaghi contribuiscono a creare una splendida atmosfera a San Siro, sold out praticamente a ogni partita, un fattore importantissimo anche per le casse del club, che macina incassi record uno dopo l'altro.

Stagione 23/24: il capolavoro di Inzaghi

Alla luce della precedente stagione, ottima in Europa ma con troppe difficoltà in Serie A, la dirigenza interista opta (in parte costretta) per un'estate di cambiamento, decisione dettata anche dal rendimento migliorato della squadra una volta che Inzaghi ha cominciato a ruotare di più i giocatori e a trovare soluzioni alternative.

Per trasformare i nerazzurri in una squadra che domina le transizioni e attacca con tutti gli effettivi mancano profili diversi nei ruoli di braccetto destro e punta. Salutano dunque Brozović, Škriniar, Džeko, Gagliardini, Gosens, D'Ambrosio, Bellanova, Correa ((in prestito) ma soprattutto Onana - venduto al Manchester United per più di 50 milioni di euro, una singola plusvalenza che finanzia praticamente l'intero mercato estivo - e Lukaku, che non tiene fede alla promessa di rimanere in nerazzurro e passa alla Roma.

Al loro posto arrivano tre titolari - Sommer, Pavard e Thuram - e diverse alternative per allungare e puntellare la panchina: Frattesi, Carlos Augusto, Arnautovic, Klaasen, Cuadrado, Bisseck e Sánchez, tornato dal prestito all'OM. Sommer viene preso dal Bayern a prezzo di saldo e, pur non avendo la qualità in costruzione di Onana, è comunque bravo a giocare sotto pressione. Thuram arriva a parametro zero dal Borussia Mönchengladbach. In Germania partiva normalmente da ala o da esterno alto di un 4-2-3-1, ma da qualche tempo aveva cominciato a specializzarsi come punta. Pavard, invece, viene pagato più di 30 milioni di euro che, come previsto, si rivelano un ottimo investimento. L'ex Bayern è la ciliegina sulla torta di un undici titolare costruito benissimo: un ex terzino che vuole cominciare a giocare centrale, con tanta qualità in costruzione e in conduzione e abituato a giocare ai massimi livelli del calcio mondiale.

La dirigenza decide che, dopo due anni soddisfacenti ma poveri di vittorie importanti, sia arrivato il momento di aggiungere la seconda stella al logo della squadra. Questa è la richiesta ad Inzaghi e si nota immediatamente guardando alle scelte dell'allenatore durante la stagione. In campionato, giocano praticamente sempre tutti i titolari, mentre è in Europa che si dà più frequentemente spazio alle seconde linee, con la prevedibile conseguenza di arrivare al secondo posto in un girone abbordabile con Real Sociedad, Benfica e RB Salisburgo.

L'Inter 2023/2024 è probabilmente il capolavoro di Inzaghi: una squadra che domina a ritmi lenti ma sa anche, finalmente, gestire la partita quando questi si alzano. Una squadra che padroneggia le transizioni in ogni declinazione, sfruttando magnificamente una fluidità tanto spettacolare quanto difficile da gestire per gli avversari. Una squadra che si basa su automatismi impeccabili senza essere meccanica, su un gioco verticale efficace e su delle catene laterali spesso indifendibili per la velocità con cui giocano negli spazi stretti.

Vista la definitiva titolarità di Çalhanoğlu come vertice basso, in questa stagione Barella arretra il suo raggio di azione per aiutare la costruzione mentre Mkhitaryan ha il compito di gestire le transizioni artificiali. Per questo motivo Lautaro completa la sua trasformazione in punta di raccordo, relegando l'attacco della profondità alla velocità di Thuram.

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L'argentino viene molto più incontro rispetto al passato, diventando definitivamente il rifinitore principale della squadra per servire principalmente i quinti che attaccano lo spazio.

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Questo permette ai tre centrocampisti di mantenere il controllo del possesso, sono loro a fornire appoggio ai giocatori più offensivi, sono loro a coprire gli spazi che i compagni lasciano liberi quando attaccano in avanti. Questo permette loro di avvicinarsi l'uno all'altro e di combinare nello stretto. È la vera svolta del gioco di Inzaghi che, grazie alla liberà e alla creatività dei giocatori negli smarcamenti, aggiunge ad un approccio fino a quel momento abbastanza posizionale la chiave per rendere la fase offensiva dell'Inter davvero imprevedibile.

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L'Inter dribbla poco, ma non per questo è una squadra con poco estro. I nerazzurri rappresentano un'importante evoluzione del calcio moderno, un calcio dove la differenza non la fa (solo) l'abilità con la palla ma anche quella nell'associarsi, nel creare fluidità per rendere il meccanismo più oliato possibile. Di fronte a una squadra organizzata in questo modo, i riferimenti degli avversari vanno spesso in palla perché il continuo modificarsi della struttura e lo scambio continuo delle posizioni è, o almeno sembra, deciso sul momento dai giocatori stessi. I movimenti sono innescati da conduzioni (specialmente quelle dentro il campo di Pavard), retropassaggi o trasmissioni seguite da smarcamenti in avanti.

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Bastoni trasmette a Mkhitaryan e sgancia in avanti lasciano la sua posizione, quindi l'armeno indietreggia insieme a Barella.
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Palla al centrocampista sardo che con un colpo d'esterno incredibile serve Bastoni.

In questo sistema trovano tantissimo spazio i braccetti: Bastoni aumenta i passaggi progressivi ricevuti, i tocchi nell'ultimo terzo, i passaggi chiave, riesce a crossare di più. La struttura lo porta a prendere l'ampiezza: quando l'Inter presidia la metà campo avversaria porta entrambi i braccetti nel terzo offensivo.

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Questo principio porta a un altro gol a modo suo storico: lo 0-1 a Bologna di Bisseck su assist di Bastoni, il primo gol "da terzo a terzo" costruito da azione, riconoscimento massimo dell'interpretazione del modulo che ha portato Inzaghi.

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Bastoni crossa, Bisseck attacca il secondo palo.

La posizione accentrata permette poi a Dimarco di attaccare la profondità, trasformandosi in attaccante aggiunto e favorendo nuove strutture fluide: l'esterno può anche associarsi con l'altra fascia o permettere a una punta di venire incontro, prendendo il suo posto.

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Thuram si rivela il partner perfetto per Lautaro: la tendenza ad allargarsi concede all'Inter un riferimento nelle transizioni, ma non solo. Il francese sa duellare coi difensori spalle alla porta, fornendo ottime sponde di prima per far partire le corse dei compagni, oltre ad aggiungere imprevedibilità con la palla.

L'Inter domina la Serie A come poche hanno fatto nella storia, può addirittura concedersi il lusso di concentrarsi sulla Champions League. Gioca l'andata degli ottavi contro l'Atletico Madrid a San Siro, mostrando un calcio di una bellezza rara, arrivando al tiro da tutte le parti: 2.30 xG creati, ma convertiti poco e a fatica.

La partita finisce 1-0, gol di Arnautovic, dopo almeno altre tre occasioni fallite dall'austriaco. Una di queste verrà dopo uno sviluppo del gioco che ha fatto il giro del mondo: l'Inter ha il possesso ma non trova varchi, torna indietro da Sommer, De Vrij non segue il passaggio e rimane alto insieme a Bastoni, i centrocampisti e i quinti si abbassano. L'inversione tra difensori e centrocampisti è totale.

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I nerazzurri non riescono a bissare il successo dell'andata al Wanda Metropolitano e cadono ai rigori, vanificando un'occasione importante per andare in fondo in Champions League.

La stagione è comunque molto positiva: l'Inter si appunta al petto la seconda stella e, vista la modalità in cui è arrivata, il dominio sembra porre le basi per un lungo ciclo di vittorie. Inzaghi pare aver creato un sistema dai singoli molto forti, vero, ma tutti messi nella condizione di rendere al meglio e di fare sfoggio delle migliori abilità. Un sistema che ha portato la squadra a credere tanto, forse troppo, nei propri mezzi e ha convinto la dirigenza a non intervenire sul mercato, se non per qualche operazione minore.

Stagione 24/25: l'Inter come Icaro

Ausilio e Marotta pensano a rinforzare più che altro le seconde linee: salutati Sanchez e Klaassen arrivano Taremi e Zielinski, oltre ai meno utilizzati Martinez (secondo portiere) e Palacios. L'Inter sembra essersi tolta dal groppone l'ansia di vincere lo Scudetto: nella testa rimane il rimpianto della finale persa col Manchester City. Il diktat è il seguente: lottare per vincere tutto.

L'obiettivo è quello di affermare lo status da top club europeo che l'Inter si è guadagnata grazie ai risultati sportivi e alla mediaticità che il particolarissimo modo di giocare ha consegnato. Inzaghi non parte bene: la "pancia piena" post vittoria si fa sentire, il gruppo arranca, adagiandosi su una Serie A dai picchi di gioco piuttosto bassi.

I nerazzurri sembrano più meccanici: la squadra fatica a rendere le sue punte pericolose, complice la forma fisica di Lautaro non al top. Alla squadra sembrano non riuscire più quello che faceva l'anno precedente e sembra attaccare per inerzia, come se la vittoria fosse dovuta dagli avversari. A questo si aggiunge un'attenzione difensiva lontana dai giorni migliori. Il 4-4 con la Juventus ne è l'emblema: ognuno dei gol subiti arriva da errori di linea "insoliti".

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1-1: De Vrij e Bastoni sono invertiti dopo una lunga fase di possesso, l'ex Lazio agisce da braccetto, rompe la linea sul cross ma nessuno va a sostituirlo, lasciando spazio a McKennie per l'inserimento.
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De Vrij va a coprire il rimorchio lasciando libera la linea di passaggio verso Weah.

La mancata concentrazione è il principale motivo per gli insuccessi della squadra: in Champions League, giocando contro City, Arsenal e Bayer Leverkusen sfoggia gare difensive di altissimo livello, concedendo solo un gol, ai tedeschi, al 90', dopo una gara scientemente di prolungata difesa posizionale.

Nella gestione dei giocatori Inzaghi pecca e non poco: a inizio campionato Darmian viene scelto al posto di Dumfries come titolare sulla destra, nonostante l'italiano non riesca ad essere incisivo nella fase offensiva; l'alternanza tra Pavard e Bisseck è continua, nonostante il tedesco faccia errori che costano punti; con Çalhanoğlu infortunato, il tecnico insiste con Zieliński e Barella come vertici bassi, nonostante non assicurino un rendimento simile a quello del turco.

I numerosissimi infortuni mettono a nudo i limiti di una rosa non attrezzata per lottare su tre fronti, che perde la concentrazione troppo spesso e incappa in brutte sconfitte (il 3-0 subito a Firenze) che finiscono per minare le certezze della squadra. A ciò si aggiungono i poveri risultati nei big match, influenzati anche da episodi sfortunati - vedasi i tanti legni presi nei derby. Il 2-2 alla penultima contro la Lazio è abbastanza esplicativa dell'altalena di emozioni che vive il tifoso interista, ad un passo dal vincere ma mai troppo pronto a farlo.

Al contrario, in Champions League i nerazzurri fanno un percorso da 10 in pagella giocando partite storiche. La squadra di Inzaghi è 4° nella fase a campionato; supera Feyenoord, Bayern e Barcellona, con la consapevolezza di chi pensa di essere pronto a poter controllare una competizione altamente episodica.

Pensa, appunto. I nerazzurri arrivano cotti alla finale di Monaco contro il PSG, emotivamente troppo carichi: era quasi un "obbligo" vincerla, dopo la delusione in campionato. A nessuno riuscirà nulla, a partire dall'aspetto che meno aveva tradito la squadra in questi anni: la costruzione dal basso. Sommer aveva giocato quattro partite di altissimo livello in regia contro Bayern e Barcellona, sfidando costantemente la pressione.

Inzaghi
Sommer in tutto quello che la sera del 31 maggio non fa: contro la pressione, verticalizzando con coraggio.

Dimarco o Çalhanoğlu in primis hanno dimostrato di non poter giocare a quel livello, con quella pressione mentale: il risultato è una batosta che rimarrà per sempre nella memoria degli appassionati.

Le colpe, se di colpe si vuole parlare, per una stagione del genere si dividono equamente tra tutte le componenti: Inzaghi e il suo staff non sono mai riusciti a dare continuità fisica a una squadra quasi mai stata al completo, oltre ad una gestione del gruppo non proprio ottimale e dei cambi in alcune partite chiave (la confusione in campo nell'1-1 di Napoli); i giocatori hanno preso sottogamba troppe partite - l'Inter ha concluso il campionato diventando una delle squadre che ha perso più punti da situazioni di vantaggio.

Infine la dirigenza, che ha peccato di sicurezza nel non intervenire sul mercato sia nel mercato estivo che in quello invernale, lasciando al tecnico un reparto offensivo incompleto - Correa ha giocato circa 1000' nonostante in estate fosse un separato in casa - e ricambi in alcuni ruoli non adeguati (Dumfries era ormai il giocatore più incisivo della squadra prima di infortunarsi, e i due mesi di assenza hanno lasciato il segno visto il rendimento di Darmian)

La disfatta finale non cancella il passato

Come valutare, in conclusione, il quadriennio di Simone Inzaghi alla guida dell'Inter?

Una risposta definitiva non c'è, ma è bene tornare alla frase detta il 30 settembre 2022: "Dove alleno io aumentano i ricavi, si dimezzano le perdite e si conquistano i trofei". Non si può dire che il tecnico piacentino non abbia avuto ragione. Non si possono nemmeno dimenticare le condizioni in cui versava l'Inter al suo arrivo: una squadra costretta a vendere i suoi migliori giocatori per risanare bilanci disastrosi, con una credibilità europea bassissima dopo aver fallito l'accesso agli ottavi di Champions per quattro volte di fila. Alla fine del suo ciclo i nerazzurri potranno finalmente permettersi degli investimenti sul mercato.

La squadra non ha trovato brillantezza ed è risultata "superata" per la prima volta proprio quando non ci sono stati cambiamenti in estate: i soli Taremi e Zielinski non bastavano per dare vitalità a un gruppo che non sembrava a fine ciclo ma annoverava tanti over 30. Proprio Acerbi e Mkhitaryan, durante la stagione, sono stati più volte "leggeri" in molte partite di campionato.

Inzaghi se ne va dopo aver riportato il club nell'élite europea senza i mezzi per farlo, con mercati a zero e colpi all'occasione (ottimo lavoro dei dirigenti, ma è stato lui a portarli a quel livello), permettendo all'Inter di sedersi a quel tavolo senza fatturati stratosferici ma sostentandosi dei solo risultati sportivi. Ha portato milioni di tifosi allo stadio: le sue Inter sono quelle che hanno generato più affluenza e incassi record, utili a risanare il bilancio.

Le magre prestazioni dei giocatori nel 2024/25 sono state considerate tali proprio grazie al suo lavoro, perché la maggior parte di loro non aveva minimamente toccato certi livelli prima. Lautaro, Bastoni e Barella saranno anche "solo" cresciuti col tempo - l'allenatore ha messo comunque tutti e tre nelle condizioni di farlo rendendoli fuoriclasse nei loro ruoli -, ma alzi la mano chi avrebbe mai immaginato che Dimarco, Thuram, Çalhanoğlu, Dumfries, Carlos Augusto, Darmian, Acerbi, Bisseck avrebbero mai potuto toccare certi livelli. Senza dimenticare Mkhitaryan, arrivato come riserva a cui chiedere minuti di qualità, o Asllani, la cui dimensione capiremo probabilmente solo quando se ne andrà in una squadra con meno ambizioni e in cui potrà giocare più minuti.

Si è guadagnato il rispetto del panorama calcistico mondiale sul campo, infondendo nel gruppo squadra una capacità di leggere il gioco diffusa che ha fatto la differenza, convincendola di potersi giocare un quarto di finale e una semifinale di Champions contro Bayer Monaco e Barcellona coi suoi principi di gioco, senza mai demeritare. Gol come quello di Acerbi, il tifoso non se li dimentica mai.

Per concludere, è doverosa una riflessione sugli scudetti "persi". C'è chi dice che non averli vinti in periodi storici in cui Milan e Juventus non sono al top è un'aggravante, ma se si guarda il quadro generale delle cose non può essere così. Il calcio è arrivato a un punto in cui non si può vincere se non si hanno una struttura societaria solida, management lungimirante, giocatori forti e una guida tecnica che lavora bene sul campo.

Milan e Juventus si sono allontanate dai vertici del calcio italiano, e in Europa vediamo sempre più esempi di società che raggiungono obiettivi partendo "dal basso": Atalanta, Bologna e Napoli in Italia, in Germania il Bayer Leverkusen, in Inghilterra l'Aston Villa e il Newcastle cominciano a diventare presenza fisse in Champions. Persino il PSG, "liberandosi" di Mbappè, Neymar e Messi è arrivato a vincere tutto. In un'era in cui a vincere sono le idee e la creazione di un'identità forte, non è strano vedere il Napoli vincere 2 scudetti in 3 anni, come non lo è vedere l'Atalanta vincere l'Europa League e il Bologna la Coppa Italia.

Non lo è nemmeno vedere l'Inter arrivare in finale di Champions per due anni su tre battendo superpotenze europee: ormai vince la competenza. Gli anni di Inzaghi all'Inter sono la dimostrazione che il lavoro che conta è quello sul campo, è che le squadre raccolgono i meriti.

Inzaghi ha lavorato, bene, sul campo, è per questo che, tutto sommato, la maggior parte degli interisti si ricorderà della sua Inter col sorriso: quella squadra nel 2023/24 la si può ricordare solo così, e lui ne è stato l'artefice, come lo è stato di quattro anni in cui l'Inter ha rivisto le stelle.

Forse nel farlo non ne è uscita bene, ma ne è valsa la pena.


  • Reggino classe 2000, dopo aver mollato l’aspirazione di diventare calciatore sogna di riscendere in campo come Match Analyst, nel mentre scrive articoli.

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