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Maradona processo
, 10 Giugno 2025

Il processo-Maradona è un triste spettacolo


Un nuovo, clamoroso, risvolto mediatico ha interrotto il processo sulla morte di Diego Armando Maradona.

La giudice cammina con passo svelto, come se la stessero aspettando. Entra con decisione nell’edificio e schiaccia con sicurezza il bottone che la porterà al piano che desidera. Indossa un completo e una minigonna bianca. È impeccabile, perfettamente calata nella parte. L’inquadratura non lascia intravedere il viso e si ferma sulla figura, le porte si chiudono. Si va in scena. Potrebbe essere una scena di un crime statunitense, se non fosse che l’edificio si trova a Ituzaingó 340, a nord di Buenos Aires, e dentro ha sede il tribunale di San Isidro. È il 9 marzo 2025. Sono ore confuse, stanno paralizzando quella parte di Argentina che pretende di sapere come è morto Diego Armando Maradona. Due giorni dopo, infatti, in quelle aule inizierà il processo per determinare chi sono i responsabili della morte del D10S.

Stacco, ora si sente una telefonata. Una voce chiede insistentemente un’ambulanza. Non specifica per quale motivo serva assistenza medica né tantomeno per chi stia chiedendo un intervento. Quando i medici arrivano a Tigre, sobborgo di Baires, si rendono subito conto che ci sia ben poco da fare e soprattutto di chi stia giacendo in quel letto. Però lo conoscono, è impossibile non farlo. Siamo a novembre 2020 e l’Argentina - insieme al resto del mondo - si sta lasciando dietro una prima ondata pandemica che l’ha colpita molto duramente, con restrizioni prolungate e grandi sacrifici chiesti alla popolazione.

L’uomo che ha chiamato l’ambulanza è Leopoldo Luque, neurochirurgo, che da circa due settimane vive nelle vicinanze per assicurarsi che il recupero di Maradona avvenga nel miglior modo possibile. 

Maradona era tornato al calcio argentino sedendosi sulla panchina del Gimnasia di La Plata, ereditando una squadra disorientata e sul fondo della classifica. Grazie al carisma, a quel suo modo di farsi scudo per i problemi di tutti - meno i suoi - e a un paio di innesti di livello riesce a ribaltare il trend negativo e a portare i Triperos in zona playoff. Poi la pandemia, lo stop al campionato, e quella solitudine lancinante che Maradona aveva imparato a colmare con l’odore dell’erba appena tagliata e di un pallone che ci rotolava sopra.

Maradona soffre ancora.

Si sente privato del suo gioco preferito, pian piano sfiorisce. Gli mancano le motivazioni, forse gli manca qualcosa che gli faccia dimenticare come è difficile la vita lontano da un prato verde. Due giorni dopo aver compiuto 60 anni deve essere operato per un ematoma sottocutaneo alla testa: il medico che dovrà eseguire l’operazione è Leopoldo Luque che dopo essere uscito dalla sala operatoria si mostra ottimista e rassicura i giornalisti accorsi in massa. Si scatta anche una foto mentre lui e Maradona si stringono la mano: sorridenti, sembrano dire “Anche questa è andata”

Per la convalescenza si opta per Tigre, un barrio residenziale poco fuori Buenos Aires. Diego potrà disporre di tutto l’aiuto che necessita: una casa comoda, personale medico qualificato, le visite della sua famiglia lo aiuteranno nel recupero prima di rimettersi sulla panchina del Gimnasia. Le prime ad andarlo a trovare sono le sue sorelle , che visitano Tigre ogni domenica per pranzare insieme e ricreare il clima spensierato e bambinesco di Fiorito.

È proprio una di loro a notare qualcosa di strano in Diego e a chiedergli “Nene, donde te duele?" ("Tesoro, dove ti fa male?") e a ricevere una risposta inaspettata quanto premonitoria “En el alma!" ("nell’anima"). Non ci danno peso, Diego è così, gli piace lanciare frasi ad effetto e vedere la reazione. E poi c’è Luque, che invia continuamente bollettini rassicuranti alla famiglia. Si fidano, sarà la loro rovina. 

Già da cinque mesi Diego è seguito - anche - da una psichiatra, Agustina Cosachov, per transitare meglio la pandemia e per non sentire troppo la mancanza del campo, di Doña Tota e di Chitoro. Anche lei è in contatto costante con la famiglia, la rassicura, conquista la fiducia di Dalma e Giannina. Hanno visto come ha aiutato Diego e non hanno dubbi sulla bontà del suo lavoro, anche in questo caso si sbagliano. Cosachov tiene Diego recluso, somministrandogli farmaci controindicati per i suoi problemi e mano mano lo abbandona. Secondo i verbali non lo ha mai visitato personalmente e quando Maradona è stato trovato incosciente non ha attuato il massaggio cardiaco, lasciandolo - sostanzialmente - morire. 

In questo momento parte la chiamata. Diego è incosciente, in una stanza buia, con una latrina chimica. Già da qualche ora Maradona aveva iniziato ad agonizzare, chiedendo aiuto, aggrappandosi disperatamente alla vita, più solo che mai. L’infermiere incaricato di badare a lui la notte - Ricardo Almirón - non aveva rispettato i turni di guardia: aveva mentito sullo stato di salute del paziente, dichiarando che stava bene quando già era iniziata la sua agonia. 

11 marzo 2025. 3 giudici, coadiuvati da 25 esperti, stanno per dare inizio al processo. Sul banco degli impuntati siedono Luque, Cosachov e altri cinque membri dell’equipe medica che avrebbe dovuto occuparsi di Maradona ma che secondo l’accusa ha agito in maniera “deficiente, temeraria e indifferente” nelle ultime ore di vita di Diego. In aula in seguito arriveranno anche Dalma, Giannina, Jana e Veronica Ojeda, ultima compagna di Maradona e madre del suo figlio più piccolo, chiamate a testimoniare. Il processo che si articola per più di 40 udienze accresce gradualmente il suo impatto mediatico, con giornalisti assiepati fuori dal tribunale per placcare le figlie di Maradona o per spremere qualche parola dagli imputati. I testimoni totali saranno più di 190 e fino a primavera inoltrata il verdetto sembra scritto, facendo pensare a una colpevolezza dei medici e a un cospicuo risarcimento per la famiglia. 

Poi, come sempre nelle storie con Maradona, il colpo di scena. Il 9 marzo la giudice Julieta Makintach, impeccabile e perfettamente calata nella parte, si è fatta filmare mentre entrava nel Tribunale per realizzare una serie sul processo che sarebbe iniziato 48 ore dopo. Si sarebbe chiamata Justicia Divina, sarebbe stata durata sei puntate, articolata come un crime che avrebbe dovuto ripercorrere i passi della giudice nella ricerca della verità sulla morte di Maradona. Aveva intuito che l’eco mediatico sarebbe stato enorme e voleva capitalizzare questo suo ruolo così centrale nel processo - forse - più importante dell’Argentina post pandemia. 

Così facendo però ha contravvenuto a una legge che non permette di fare entrare telecamere negli edifici giudiziali se non con previa autorizzazione e in un giorno specificatamente concordato. In quel momento, nella sua testa, smetteva di essere una giudice per trasformarsi in una star di Hollywood, non era più importante trovare la verità quando fabbricare un racconto che rendesse interessante questa ricerca. La stessa accusa è stata mossa dal PM Patricio Ferrari, che ha accusato Makintach di “aver agito da attrice e non da giudice”, portando alla ricusazione degli altri due membri della giuria, Maximilano Savarino e Veronica Di Tommaso, che dovranno decidere se proseguire il processo o dichiararlo nullo e cominciare uno da capo.

Entrambe le strade sono destinate a creare scontento potendo generare uno scenario di ulteriori problemi e ricorsi qualora il processo continuasse o ritardando di circa un anno la sentenza se si dovesse scegliere di ricominciare. In quest’ultimo caso la giunta verrebbe sciolta e sarebbero sorteggiati tre nuovi giudici e stabilito un calendario che li metta d’accordo, oltre a trovare un’aula adatta a contenere il numero di imputati, di testimoni e di giornalisti - questa volta autorizzati - che un tipo di processo del genere comporta. 

Quando Veronica Di Tommaso ha annunciato la ricusazione di Makintach ha utilizzato una frase celebre di Maradona: “La justicia no se mancha”. Bene, se la giustizia non si deve macchiare è necessaria la ricerca della verità e la preservazione di una memoria che sia giusta e corretta rispetto ai fatti che sono successi quel 25 novembre, costruendo un racconto che sia vero e basato su fatti e sentenze, non su sigle, episodi e inquadrature. 

https://www.youtube.com/watch?v=pw3wd1BXIwo

  • Classe 99, come Darwin Nuñez. Tifoso della Fiorentina, dell’Athletic Club ed ossessionato dalla Doce. Apprezza il mate, un buon regista davanti alla difesa e tutto ciò che venga dal Rio de la Plata

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