
Tra Inzaghi e l'Inter, il divorzio è stata la miglior decisione
La scelta dell'Inter e di Simone Inzaghi di prendere strade diverse è l'ideale per tutte le parti in causa.
4 stagioni, 217 partite, 141 vittorie, uno Scudetto, 2 Coppa Italia, 3 Supercoppa Italiana, 2 finali di Champions League dopo, Simone Inzaghi lascia la panchina dell’Inter. Il piacentino, consacratosi tra i grandi del calcio europeo, riparte dall’Arabia Saudita, dove guiderà l’Al Hilal.
Un addio che si voleva consumare lontano dai riflettori, nell’ordinaria quiete di un pomeriggio milanese, ben distante dalla passione esplosiva che ha caratterizzato l’Inter targata Inzaghi. Un distacco quasi anonimo, opposto alla grandezza del gioco espresso, alle notti europee epiche, coerente con l’amarezza lasciata dall'ultima deludente prestazione della sua carriera interista.
Come accadde per Mourinho nel 2010, anche per Inzaghi l’ultimo atto è una finale di Champions League. Ma il portoghese lasciò da eroe sotto il cielo infuocato di San Siro, mentre Inzaghi saluta in sordina, al termine di un ciclo complesso: altalenante nei risultati, carico di emozioni, momenti esaltanti e, soprattutto, di un'identità tattica raffinata.
Il rapporto tra Inzaghi e i nerazzurri è stato tutto fuorché lineare. A tratti tossico, spesso turbolento, profondamente coinvolgente. Un amore che ha lasciato un segno, destinato a essere ricordato non solo per i trofei conquistati, ma per la bellezza effimera e sofisticata di un calcio che, per lunghi tratti, ha incantato l’Europa.
L’addio potrebbe sembrare il frutto di quel trauma illogico e incomprensibile che è stata la sconfitta contro il PSG. E per questo motivo, potrebbe anche essere accolto come immotivato, affrettato, figlio del risentimento, della delusione del momento o – perché no – di scenari e teorie cospirazioniste più adatti alla copertina del Cioè.
La verità, tuttavia, è che l'addio di Simone Inzaghi arriva al termine di una stagione che, più delle tre precedenti, ha mostrato cosa siano diventati lui e la sua squadra: un corpo unico, pensante, capace di esprimere calcio con coerenza, precisione, e – nei momenti migliori – vera bellezza. Ma anche un organismo con le sue crepe, gli automatismi diventati più prevedibili, le fragilità strutturali e caratteriali esposte davanti a tutta Italia ed Europa.
E così, la separazione consensuale finisce per essere l’unica via realmente percorribile. Non la più semplice, né la meno dolorosa, ma quella più giusta. È la fine di un ciclo non per esaurimento, ma per completezza: dopo aver dato tutto, e forse anche qualcosa in più, restare avrebbe significato forzare un equilibrio ormai fragile.
L'unica scelta possibile
Il divorzio è la scelta migliore possibile per entrambi. Negli ultimi 4 anni, Inzaghi e l’Inter hanno dimostrato di saper lavorare bene insieme e di poter raggiungere risultati sportivi, economici e aziendali straordinari. Oggi, però, i fattori e gli elementi contestuali che avevano reso possibile un ciclo così soddisfacente, non ci sono più. E questa assenza si riflette nelle due cause che rendono questo divorzio tanto doloroso quanto necessario.
La prima è che, in un modo o nell’altro, la storia di Inzaghi nella Milano nerazzurra sembrava comunque giunta al capolinea. Nella sua bellezza, nella disgraziata tragicità, nella modernità, quali sarebbero potute essere le prospettive future di un ciclo che, già nelle settimane precedenti al disastroso maggio 2025, aveva mostrato di aver raggiunto non solo la maturità, ma anche l’esaurimento?
L’Inter di Inzaghi ha toccato picchi di gioco e risultati altissimi – forse i migliori dal 2010 a oggi, almeno dal punto di vista estetico. Ma la sensazione è che questo rendimento difficilmente avrebbe potuto essere rinnovato o migliorato da un gruppo vecchio, da un tecnico che sembra aver già condotto quella rosa al massimo delle sue possibilità. La Seconda Stella e la semifinale di Champions League col Barcellona appaiono come il vertice massimo cui questa squadra poteva ambire e che, di fatto, non è più riuscita a replicare né a superare.
Ed è forse proprio il modo in cui l’Inter ha perso la volata Scudetto contro il Napoli e la finale di Champions League a suggerire che il gruppo guidato da Inzaghi fosse giunto a uno stato di consunzione emotiva e motivazionale irreversibile. Si potrebbe discutere a lungo su quanto i fattori fisici e le lacune organiche abbiano pesato sul mancato back-to-back in campionato, o su come il disastro di Monaco sia stato figlio anche di incomprensioni e disguidi tattici decisivi. Ma, ancora una volta, è il modo in cui sono maturate queste delusioni a far intuire la vera fine del ciclo inzaghiano.
Sarebbe bastato un sussulto di orgoglio, un gesto istintivo e disperato per gettare il cuore oltre l’ostacolo. E invece, la squadra che per mesi aveva tenuto tra le mani il destino della Serie A, non è mai riuscita ad avere pienamente il controllo di sé stessa: non ha trovato la forza per superare i propri limiti fisici, tattici e mentali e conquistare ciò che forse avrebbe meritato.
A Monaco è andata in maniera “leggermente” diversa. L’Inter ha perso molto presto il diritto di decidere del proprio destino — ammesso che lo abbia mai davvero avuto. Più ancora della rete dolorosa di Hakimi o della superiorità schiacciante della squadra di Luis Enrique, è stata la passività, l’arrendevolezza, il lassismo degli uomini di Inzaghi a trasformare una sconfitta prevedibile in un’umiliazione inaspettata e senza precedenti.
Perché i nerazzurri sono arrivata a un solo punto dal Napoli, e probabilmente a una manciata di secondi dal vincere il campionato. Ma non sono stati i presunti errori arbitrali, né il rigore di Pedro a scippare lo Scudetto dalle maglie interiste. E non è stato nemmeno solo l’urto tecnico col PSG a determinare il crollo europeo.
A condannare la squadra di Inzaghi al secondo posto - come del resto era già accaduto nel 2022 - e a una finale mai realmente giocata, è stato l’impressionante numero di occasioni sprecate per rimettere in carreggiata una stagione iniziata male, proseguita peggio, ma che, nonostante tutto, era sempre rimasta nelle sue mani e la cronica incapacità di essere presenti a sé stessi che ha portato il gruppo a sbagliare l'approccio praticamente di ogni big match - eccezion fatta per quelli con l'Atalanta -, a partire (o meglio, concludendo) da quello più importante di tutti.
Ed è proprio questa mancanza di reazione, questa progressiva perdita di tensione agonistica, a testimoniare che il ciclo era davvero arrivato al capolinea. Del resto, su questa falsariga sono arrivate anche le sconfitte nelle coppe nazionali, giunte al termine di gare in cui l'Inter è scesa in campo - per un tempo o per gli interi 90' - solo col corpo ma mai con la mente.
L'Inter d'Inzaghi ha sempre avuto in quello mentale un fattore decisivo per le proprie sorti, un delicato e fragile equilibrio che ha permesso di sostenere un impianto di gioco ambizioso e impegnativo ma che nella sua volubilità spiega anche il rendimento altalenante di una squadra abituata a picchi altissimi e cadute tremende, spesso nel giro della stessa settimana
Dopo Monaco, l'equilibrio sembra essersi rotto. Quando vengono meno orgoglio, mentalità, volontà di oltrepassarsi — non per limiti tecnici, ma per esaurimento emotivo — allora non resta più spazio per ripartire. Solo per salutarsi.
La seconda ragione si ricollega direttamente alla prima. Se una storia è arrivata al suo capolinea, emotivo e fattuale, la conclusione definitiva diventa più una questione di quando, piuttosto che di se. Nei 4 anni della gestione Inzaghi, l’Inter ha attraversato periodicamente crisi più o meno lunghe e gravi, dal punto di vista del gioco e dei risultati. Nel 2022, una di queste è costata la sfida Scudetto con il Milan; nel 2023, il periodo tra febbraio e aprile aveva seriamente compromesso il piazzamento tra le prime 4; nel 2025, le sconfitte in serie contro Bologna, Milan e Roma hanno consegnato la Coppa Italia ai felsinei e lo Scudetto nelle mani di Conte.
Ovviamente, il verificarsi di queste crisi non è stata responsabilità esclusiva di Inzaghi, né tantomeno la loro ciclicità è da attribuire unicamente al suo operato. Ogni squadra affronta momenti di flessione nel corso di una stagione, e in un contesto come quello dell’Inter inzaghiana — rosa ristretta, anziana, costretta a un calendario asfissiante — questi cali di tensione sono sembrati quasi fisiologici, strutturalmente inevitabili. Tuttavia, la frequenza con cui si sono presentati è sufficiente per immaginare che potrebbero riproporsi anche nella stagione successiva.
La panchina di Inzaghi, anche nei momenti più esaltanti e vincenti del quadriennio, è sempre stata almeno in parte traballante. Ma quale solidità avrebbe potuto mai avere dopo un’annata e un finale di stagione così negativi? Con quali credenziali avrebbe potuto presentarsi davanti al pubblico interista e alla dirigenza, già di loro spesso inclini a un’ostilità a tratti esagerata nei confronti del tecnico?

Come lo stesso Inzaghi ha spesso ricordato, il mestiere dell’allenatore è soggetto a cambi di fortuna e reputazione tanto repentini quanto imprevedibili. La valutazione del suo lavoro è talmente performance-based da rendere i risultati negativi — se recenti e ripetuti — capaci di cancellare anni di crescita, buon lavoro e risultati. È bastato un maggio rovinoso per spazzare via ogni credibilità, ogni linea di credito, ogni margine di tolleranza per errori, inciampi o imprevisti che Inzaghi si era faticosamente guadagnato in quattro anni intensi ed estenuanti.
Immaginate cosa sarebbe potuto accadere se, l’anno prossimo, l’Inter d’Inzaghi fosse incappata nuovamente nel solito passaggio a vuoto, nella solita crisi ciclica. Pensate davvero che il ricordo della seconda stella, del gol di Acerbi o delle vittorie nelle Coppe potesse bastare a salvare la panchina di un allenatore che è stato sulla graticola per molto meno e per molto tempo?
Il divorzio tra Inzaghi e l’Inter è l’unica opzione possibile anche per questo motivo. Il tecnico piacentino, in questi 4 anni, è sempre stato un uomo a rischio. Ma dopo Como e Monaco è diventato un morto che cammina. Nessuno, né nella tifoseria né nella società, gli avrebbe perdonato un passo falso di troppo. E allora viene da chiedersi: si può programmare il futuro — possibilmente vincente e soddisfacente — sulle spalle di un uomo che ha già il destino segnato?
Come dimostrano alcuni interventi già apparsi sulla stampa nazionale, il mondo interista, anche ai massimi livelli, nutre un rancore violento e tribale nei confronti del tecnico. Non gli è mai stato perdonato quanto accaduto nel 2022, difficilmente ci sarebbe potuta essere misericordia per gli eventi più recenti e ben più gravi. In questo senso, l’addio di Inzaghi anticipa qualcosa che, con ogni probabilità, sarebbe comunque accaduto nel corso della stagione. Gli permette un’uscita di scena quanto meno più dignitosa, e offre all’Inter — almeno in teoria — la possibilità di gestire in modo più ordinato una transizione che si preannuncia, in ogni caso, difficile e dolorosa.
La scelta migliore
La separazione tra Inzaghi e l’Inter, però, non è solo figlia delle contingenze. Il fatto che questa storia d’amore tossico fosse ormai arrivata al definitivo capolinea fa sì che la scelta di dirsi addio adesso – anche prima che la stagione dell’Inter finisca davvero – sia la migliore, a prescindere dall’impreparazione che la dirigenza interista ha mostrato nelle ore e nei giorni successivi all’ufficializzazione del divorzio con Inzaghi.
La decisione di non attendere neanche lo svolgimento e la conclusione del Mondiale per Club – a cui l’Inter, senza Inzaghi, probabilmente non avrebbe mai partecipato – è particolarmente significativa in tal senso. Ora o mai più. Non c’è più tempo per tergiversare, per attendere, valutare, ponderare. Bisognava staccare la spina prima che fosse troppo tardi, prima che una finestra temporale sempre più stretta costringesse l’Inter a una scelta conservativa e deleteria.
Proprio perché il destino di Inzaghi appariva ormai già segnato, il rischio era che, per gratitudine, paura o mancanza di tempi tecnici, si finisse col forzare la continuità, costringendo l’Inter a sprecare un’altra stagione, che sarebbe cominciata con un tecnico che difficilmente l’avrebbe portata a termine. E l’Inter, questa Inter, non può permettersi di perdere tempo.
Gli ultimi, roventi e caotici giorni di maggio hanno cambiato la Serie A come la Grande Guerra ha stravolto la mappa europea con la caduta degli Imperi Centrali. In un campionato abituato, negli ultimi anni, a valzer delle panchine frenetici e spesso fallimentari, il domino degli allenatori quest’anno è stato senza precedenti, e le conseguenze potrebbero essere imprevedibili. Solo il Napoli e il Bologna hanno conservato la loro guida tecnica, preparandosi la prima al quinto Scudetto, la seconda a una campagna europea ambiziosa e promettente. In mezzo, i rapporti di forza sono tutti da riscrivere, in un equilibrio fragile e provvisorio.
In un altro momento e con altre premesse, la cosa migliore da fare per l’Inter sarebbe stata cercare di mantenere continuità tecnica e gestionale, ovvero tenere Inzaghi e accontentarlo il più possibile. Ma, visto che la permanenza del tecnico è diventata impossibile, se l’Inter non avesse tagliato il nodo gordiano, avrebbe corso il rischio di restare bloccata in una scelta paralizzante.

Il Milan di Allegri, la Lazio di Sarri e la Roma di Gasperini sembrano voler puntare a essere instant teams con l’unico scopo di tornare in Champions League a qualunque costo; Juventus e Atalanta, che pure mancano ancora di una guida tecnica definita, sono squadre troppo forti per essere escluse dalla lotta al quarto posto. Dando per scontato il piazzamento finale del Napoli di Conte, ci sono oggi sette squadre realisticamente in lotta per un posto in Champions, a cui potrebbero aggiungersi sorprese ambiziose come la Fiorentina o il Como.
In questo contesto, un’Inter instabile, demoralizzata e ridimensionata dal finale tragico della stagione appena conclusa verrebbe sicuramente risucchiata nel vortice infido della lotta Champions. E proprio per questo motivo non può permettersi esitazioni. Non può cominciare la nuova stagione con un allenatore delegittimato, con un senso di crisi strisciante e con una precarietà tecnica e ambientale che potrebbe compromettere il raggiungimento dell’obiettivo minimo e necessario.
Anche con un allenatore meno affermato di Inzaghi, la rosa dell’Inter rimarrebbe superiore a quella di molte delle rivali menzionate. Ciò che serve è serenità, stabilità, spazio per lavorare: tutte cose che la permanenza di Inzaghi non avrebbe potuto garantire. Solo così l’Inter potrà far valere la sua rendita di posizione, accettare un anno di transizione e, assicurandosi la qualificazione alla Champions League, agganciarsi al ciclo di rinnovamento che anche le altre grandi del campionato stanno cominciando a costruire.
La permanenza di Inzaghi avrebbe costretto, con buona probabilità, l’Inter a un anno tempestoso, affrontato senza alcuna sicurezza di rientrare tra le prime quattro e con il serio rischio che un suo esonero a stagione in corso rosicchiasse mesi preziosi da dedicare all’impostazione di un nuovo ciclo. Un ciclo che appare comunque inevitabile, vista l’età avanzata della squadra e la linea aziendale dettata da Oaktree. Quindi sì, pare strano dirlo a meno di una settimana dalla partita che ha comunque consacrato l’Inter come vicecampione d’Europa, ma: l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare.
E poi, chissà. Difficile immaginarlo ora, con la delusione per un finale di stagione che rasenta l’umiliazione e il caos che circonda la scelta del nuovo allenatore, ma come quattro anni fa l’Inter potrebbe tornare a fare di necessità virtù. Anche nel 2021, l’addio di Conte sembrava la fine del mondo interista per come lo si conosceva: l’inizio di un declino profondo e irreversibile che poi non c’è stato. Al contrario, quel momento ha segnato l’inizio di una nuova fase inattesa e fruttuosa.
L’esperienza di Inzaghi, iniziata tra lo scetticismo di chi lo considerava un semplice rimpiazzo funzionale al 3-5-2, si è rivelata, nel complesso, superiore a quella del suo predecessore. Quello che sembrava un epilogo si è trasformato in un nuovo inizio: un percorso che ha riportato l’Inter tra le migliori d’Europa, pur tra mille ristrettezze e difficoltà. Inzaghi è stato uno dei migliori allenatori della storia recente nerazzurra, tra i più vincenti in assoluto.
Ma così com'è stato possibile immaginare un futuro senza Conte — nonostante lo scetticismo — così l'Inter dovrà ora reinventarsi senza l’uomo che l’ha rifatta bella, moderna e competitiva. Senza colui che ha cambiato la parabola tecnica e gestionale del club. Perché ora, semplicemente, bisogna andare avanti.
E magari riuscire a fare persino meglio. Perché l’ultima stagione, e soprattutto gli ultimi mesi, hanno mostrato con chiarezza un progressivo esaurimento del ciclo inzaghiano. Il tecnico e la squadra — ormai fusi in simbiosi — sembravano collassare su sé stessi: ripetendo gli stessi errori, sbattendo sempre contro gli stessi limiti.
I disastri negli scontri diretti, le amnesie nei secondi tempi, la fragilità difensiva crescente: tutte crepe che si sono aperte con regolarità. La verità è che quest’anno l’Inter inzaghiana si è vista solo a tratti — ed è stata comunque una copia pallida e stanca di quella che avevamo conosciuto. E forse proprio per questo il divorzio è stato tanto inevitabile quanto giusto.
L’epopea di Inzaghi è stata entusiasmante e piena di ricordi indelebili per una nuova generazione di interisti. Ma la vittoria col Barcellona è stata l’ultimo sussulto di un ciclo già finito, non la premessa di un futuro ancora più glorioso. L’Inter di Inzaghi era finita da tempo. Ce ne siamo accorti troppo tardi.
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