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Palestina genocide champions
, 3 Giugno 2025

La Palestina, al centro della finale di Champions


I tifosi del PSG hanno sfruttato il palcoscenico della finale di Champions League per esprimere solidarietà alla Palestina.

di Calcio&Rivoluzione

Sabato sera centinaia di milioni di spettatori da tutto il mondo, più 80.000 presenti a Monaco, hanno assistito alla finale di Champions League tra Paris Saint-Germain e Inter e alla massiccia presenza della bandiera della Palestina sugli spalti dell'Allianz Arena. Sotto il profilo sportivo, la sfida non ha lasciato spazio a interpretazioni: dominio assoluto del PSG, che ha travolto i nerazzurri 5 a 0, fissando un nuovo record per la vittoria più ampia in una finale della massima competizione europea. 

La partita, disputata in Baviera, ha visto il PSG mettere in campo una prestazione sontuosa, con il 59% di possesso palla, 23 tiri totali di cui 8 nello specchio, e una precisione nei passaggi dell'88%. I gol sono stati firmati da Hakimi, Doué (doppietta), Kvaratskhelia e Mayulu. L'Inter, al contrario, è apparsa spaesata e mai realmente in grado di impensierire Donnarumma, totalizzando appena 2 tiri in porta e subendo un pressing altissimo per tutta la durata del match.

Tra le cose che sicuramente rimarranno ben impresse nella memoria collettiva di questa partita, tuttavia, non c’è solo il risultato clamoroso, ma anche il tifo organizzato parigino, che ha trasformato un evento di scala globale in un potente megafono politico come mai era accaduto prima. 

Il calcio è tra i fenomeni culturali e mediatici più seguiti al mondo. La finale di Champions League, pur coinvolgendo esclusivamente il calcio europeo, viene trasmessa in oltre 200 paesi e seguita da centinaia di milioni di spettatori. Secondo i dati UEFA, la finale 2024 aveva superato i 450 milioni di spettatori complessivi tra TV e streaming, e le prime proiezioni parlano di numeri ancora maggiori per l’edizione 2025.

In tale contesto, ogni gesto, striscione o coro che dagli spalti viene proiettato sugli schermi di tutto il mondo, ha un potenziale comunicativo enorme. È questa consapevolezza che ha spinto la tifoseria del PSG - al cui fianco c'erano delegazioni del tifo organizzato di Napoli, Juve Stabia e Celtic Glasgow - a utilizzare il momento di massima esposizione mediatica per veicolare al mondo un messaggio di solidarietà e di sensibilizzazione riguardo i massacri di civili in Palestina. 

Già ore prima del fischio d'inizio, Monaco era stata teatro di un corteo spontaneo di tifosi parigini che, bandiera palestinese alla mano, hanno passeggiato per il centro città inneggiando cori in memoria delle vittime innocenti, in particolare i bambini. Quando le squadre sono scese in campo e le note dell'inno della Champions hanno iniziato a diffondersi, i tifosi hanno srotolato un grande striscione: "Stop al genocidio a Gaza". Uno striscione semplice ma inequivocabile, apparso in mondovisione e capace di sfidare frontalmente il modello comunicativo e - soprattutto - limitazioni e controlli della UEFA all'esposizione di materiale a supporto della causa della Palestina. 

Usare lo stadio come luogo di espressione politica, ovviamente, non è una novità. Dalla curva del Celtic a quella del Rayo Vallecano, dalle tifoserie argentine (San Lorenzo) a quelle italiane, il tifo organizzato ha spesso espresso visioni politiche e sociali in opposizione allo status quo. Gli stadi, per loro natura, rappresentano luoghi popolari, in cui si incrociano marginalità, coscienza sociale e un forte senso di appartenenza. Non sorprende quindi che proprio lì emergano con forza posizioni contro la guerra, il razzismo, le discriminazioni (ma anche, ahinoi, le posizioni contrarie). 

Sorprende, ancora meno, che a dimostrare con costanza e convinzione solidarietà alla causa palestinese sia la tifoseria parigina, composta in grande misura (in particolare nel virage Auteuil) da persone di origine araba provenienti dalle cité e dalle banlieue della capitale francese e che, anche attraverso il sostegno alla Palestina, cerca di mantenere un elemento identitario in opposizione alle istituzioni francesi. 

Lo sport, e il calcio in particolare, del resto non è mai neutrale. È un campo in cui si giocano anche equilibri politici e culturali. L'assegnazione dei Mondiali, le sponsorizzazioni, le proprietà dei club da parte di fondi sovrani, l'utilizzo degli eventi sportivi come strumenti di diplomazia o propaganda — tutto questo dimostra quanto lo sport sia, oggi più che mai, uno strumento di soft power. I Paesi investono miliardi per legare il proprio nome a successi sportivi, perché ciò contribuisce a migliorare la percezione internazionale e a costruire consenso. 

È in questo contesto che va letta anche la presenza pervasiva del Qatar nel PSG o l'impegno di Israele nel promuovere la propria immagine attraverso partnership e tornei internazionali. L’intervento dei tifosi, dunque, si inserisce come elemento dissonante in un sistema pensato per essere controllato. Mostrare la bandiera della Palestina in quel contesto non è solo un gesto di solidarietà: è un atto di sabotaggio simbolico di una narrazione ufficiale, quella che vuole lo sport come terreno neutro, de-politicizzato, ma che in realtà è spesso complice della geopolitica dominante. 

Il gesto dei tifosi del PSG e dei gruppi solidali con la Palestina acquista ancor più significato se letto alla luce del peso culturale e mediatico che Israele esercita nel mondo dello sport, specialmente se paragonato alle possibilità mediatiche dello stato/non-stato di Palestina. Attraverso campagne di soft power, sponsorizzazioni e alleanze strategiche, Israele ha a lungo si è presentata a lungo come la "più grande democrazia del Medio Oriente" chiudendo in anticipo ogni possibile spazio alle critiche. 

Interrompere questa narrazione nel contesto di un evento sportivo di portata globale è un atto dirompente e profondamente politico. Quando uno striscione recita "Stop al genocidio a Gaza" in uno degli eventi televisivi più seguiti al mondo, l’effetto è molteplice. Da un lato, offre un senso di solidarietà concreta a chi resiste, mostrando che la causa palestinese non è isolata. Dall’altro, apre contraddizioni nel tessuto dell’informazione mainstream, costretta a prendere atto dell’esistenza di una contro-narrazione che si fa strada attraverso canali informali ma altamente visibili. 

Il calcio, spesso accusato di essere anestetizzato dalle logiche del business, diventa così strumento di resistenza, spazio di lotta simbolica. Uno degli argomenti usati più frequentemente da chi critica la politicizzazione dello sport è quello della neutralità. Lo sport dovrebbe unire e non dividere, e dovrebbe restare estraneo ai conflitti geopolitici. Ma questa visione è, di per sé, profondamente ideologica. Anche la scelta di non prendere posizione è una scelta politica. Spesso poi questa pretesa neutralità finisce per avallare lo status quo, rafforzando le dinamiche di potere esistenti. 

Gli spalti politicizzati, al contrario, rappresentano un antidoto a questa falsa neutralità. Le tifoserie organizzate, spesso demonizzate dai media per episodi di violenza o intemperanza, dimostrano ancora una volta di essere anche altro: cellule attive di coscienza critica, di azione politica dal basso, di elaborazione collettiva. Non è un caso che molti gruppi ultras abbiano al loro interno sezioni antirazziste, antifasciste, di supporto ai migranti o di solidarietà internazionale. Questi gruppi incarnano una forma di attivismo che non passa per le classiche forme di militanza politica, ma che si manifesta con coerenza nei gesti, nei simboli, nella continuità delle lotte. 

Il messaggio a favore della Palestina lanciato dagli spalti dell’Allianz Arena non è passato inosservato. Ha generato reazioni, dibattiti, tentativi di censura, ma anche entusiasmo, sostegno, riconoscimento. Cosa più importante, ha fornito a chi subisce l’oppressione una prova concreta di solidarietà internazionale. Perché vedere la propria causa risuonare in un contesto di tale visibilità significa rompere l’isolamento, significa avere voce. In un contesto in cui le grandi istituzioni sportive impongono regolamenti ferrei contro qualsiasi espressione politica, la scelta dei tifosi del PSG assume i contorni della disobbedienza civile. 

Un atto non violento, ma potente, che sfida le regole del gioco per affermare una posizione netta. È questo tipo di disobbedienza simbolica a rendere il tifo organizzato un attore politico a tutti gli effetti. La finale di Champions League 2025 resterà negli annali non solo per il risultato sportivo, ma per la lezione politica che è arrivata dagli spalti. In un mondo sempre più mediatizzato e globalizzato, ogni spazio pubblico diventa un potenziale campo di battaglia per le idee. Lo stadio, con la sua carica emotiva, il suo potere simbolico e la sua visibilità planetaria, è oggi una delle agorà più efficaci per chi ha qualcosa da dire. 

Se da un lato è vero che la storia la scrivono i vincitori, è altrettanto vero che i popoli in lotta sono capaci di riscriverla. E nella memoria collettiva, la notte a Monaco resterà come il giorno in cui la Palestina ha parlato attraverso la voce della tifoseria parigina. Chi oggi si batte per la libertà della Palestina lo fa su terreni sempre più diversificati: dal mondo accademico a quello culturale, dall’attivismo digitale a quello sportivo. Ogni spazio di cui ci si riappropria, che si riconquista è un passo verso una maggiore consapevolezza globale. Ogni messaggio lanciato dagli spalti è una scheggia di verità che si fa strada nel muro della propaganda del potere mediatico. Perché la lotta per la giustizia e la libertà del popolo palestinese passa anche - e forse soprattutto - da lì, dove la voce del popolo trova ancora eco.


  • Attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica. Ha unito queste passioni nel progetto di "Calcio&Rivoluzione" di cui è tra i co-fondatori.

  • Attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia. Per lui i fenomeni sociali sono strettamente connessi alla politica, calcio incluso.

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