
Una giornata al Giro d'Italia
Una giornata al Giro d'Italia è moltissime cose. Ci siamo stati e proviamo a raccontarvene alcune.
Una giornata al Giro d'Italia non è una giornata come le altre e i motivi sono tanti; forse, il primo ha a che fare con l’anticipazione e la trepidazione che intessono e impregnano le ore di attesa. Aspettare circondati dalle montagne, un pomeriggio in Trentino, con la fatica piacevole nelle gambe dopo aver provato almeno un pezzo di salita vera, di quella che fanno i corridori, con la soddisfazione di aver fatto un pezzo di strada in bicicletta, sotto la pioggia, come loro.
Aspettare è il motivo principale per cui una giornata al Giro è bella: non capita spesso di avere delle ore per crearsi aspettative, circondati da persone che festeggiano ancora prima del passaggio del gruppo, in quell’atmosfera sognante di quando tutto può ancora accadere e si può mettere in pausa, per qualche ora, la vita, per il solo gusto di voler vedere il passaggio del Giro.
L'attesa della festa è già la festa stessa e questo è quello che si vede nei prati che vanno colorandosi di biciclette e di gente, a ogni minuto, a ogni ora, progressivamente, senza sosta. Il Giro d’Italia è sempre una festa, anche dal divano, anche alla radio, ma sulle strade lo è sempre un po’ di più.
Una giornata al Giro non è come le altre anche perché è una giornata di vacanza, in cui neppure la pioggia sconfigge il buon umore, in cui salire lentamente o velocemente le strade dipinte di rosa sotto l'acqua diventa un rituale semi sacro, non importa più di tanto se ti bagni e se prendi freddo (forse non importa anche perché poi, oggi, è uscito il sole, ma anche le volte che non è successo, in realtà, è sempre stato così).

Una giornata di vacanza sulle strade del Giro è poco meno che un mezzo miracolo, se poi quelle strade si riempiono di compagni e compagne di avventura, chi a piedi e chi in bici, chi su straordinarie bicicletta da corsa che farebbero invidia anche a Mathieu van der Poel e chi sui cancelli presi in prestito dall'amico l'altro ieri per provare le pendenze del Giro sulle proprie gambe.
Le strade prima dell'arrivo del gruppo, prima della stampa, prima dell'organizzazione, prima del Giro, in effetti, sono le strade della passione che spinge a muoversi, sono le strade di chi ama questo sport, le strade di chi inneggia a chiunque provi a scattare in faccia agli amici - salvo poi restare senza fiato qualche metro dopo - le strade, in sostanza, dei tifosi e delle tifose.
Una signora scende dalla sua bicicletta in un punto al 14% di pendenza e intima al marito di andare avanti, nonostante le sue proteste (probabilmente per il fatto che anche lui voleva fermarsi, ma questa è solo la mia opinione). Lei sorride risoluta e dice più o meno a chiunque la ascolti che lei il 14% non lo regge e non vuole neanche provarlo, ma che mica per questo vuole fermarsi lì: ecco, le strade del Giro sono per e di queste persone.
Tre bambine e un bambino vestiti di rosa si fermano sul prato con la loro coperta, preparandosi al passaggio del gruppo circa tre ore prima dell'effettivo momento. E al suono delle macchine che anticipano il Giro-E una di loro, la più grande, li rassicura con assoluta certezza: non sono loro, perché loro, i corridori, avranno tutti le bici rosa. Una figlia chiede al papà se per favore possono ripartire e lasciare gli amici di lui nel punto in cui hanno deciso di sospendere la salita, perché lei non ha preso un giorno di ferie per niente e in cima ci vuole arrivare.

Un bambino si addormenta sul ciglio della strada, mentre aspetta il passaggio dei corridori e nemmeno le sirene delle auto della polizia sono in grado di svegliarlo, lui che è venuto dalla Francia per tifare Bardet e ieri, nella giornata di riposo, è riuscito a pedalare accanto al suo idolo, la foto del papà lo racconta felice.
Sulle strade del Giro si moltiplicano le storie, si moltiplicano le persone, c'è l'intero gruppo di tifosi dei fratelli Bais che restituisce alla strada asfaltata di fresco l'affetto per i due corridori, e sembra che dipingere un pezzo di terra sia il modo più efficace e più poetico per raccontare l'amore. Nel frattempo le nuvole tagliano a metà le montagne che fanno da cornice alla strada e il sole si apre il suo spazio nel cielo, che a volte a chiamarlo arriva davvero.
Una giornata al Giro è poi il momento in cui ci si affolla sul ciglio della strada, l'adrenalina che percorre il corpo e lo risveglia dalla lunga attesa, il formicolio dell'entusiasmo che si accende nello scorgere in lontananza - giù, lungo la discesa - l'arrivo dei primi corridori, di Christian Scaroni, seguito a qualche metro da Lorenzo Fortunato.
I corridori da vicino sembrano uomini normali, Davide Formolo è quasi traslucido dalla fatica, Wout Van Aert guarda nel vuoto davanti a sé, che purtroppo per lui è un vuoto all'insù, procede meccanicamente, lo vedi spuntare dal basso da solo, tra le ali di folla che chiamano il suo nome. Lui va avanti, in silenzio. La fatica è la misura del sacrificio e dell'amore in questo sport, ma quando c'è, si sente solo quella e si vorrebbe portare parte di quel peso, almeno per un attimo, per loro.
Gli arrivi in salita implicano, poi, che, a un certo punto, spunti quello sparuto gruppetto di uomini di classifica, come intoccabile rispetto agli altri: ai primi, quelli che si giocano la vittoria, che sono tutto sommato vicini, perché quel tifo, quella pienezza di colore, sguardi, rumori, voci, calpestio delle strade, può essere la spinta in più, può essere la differenza nel momento di fatica.
Gli altri, quelli che puntano ad arrivare, che salgono con calma, qualcuno nello sforzo e qualcuno in allegria, anche se oggi di allegria non ce n'era mica poi tanta. Il gruppetto degli uomini di classifica rimasti insieme procede a un ritmo diverso, la concentrazione è così palpabile che ti verrebbe da spostarti, tacere, non solo per rispetto, ma anche per l'attenzione, la tensione, il calcolo, la lettura reciproca della condizione.
Se capita, poi, di vedere che qualcuno sembra affaticato, se per caso capita di notare che qualcun altro sembra pimpante e pronto, non lo sai come va a finire: o meglio, lo sai, ma non lo sai subito, lo sai perché lo scopri, lo vai a vedere, alla fine, quando recuperi la voglia di connetterti con il mondo, quando recuperi la voglia di cercare distrattamente un telefono per controllare gli arrivi. Se Richard Carapaz fa il miracolo, se Isaac Del Toro crolla, lo scopri alla fine: lì, ti godi solo la calma prima della tempesta.
Una giornata al Giro è Juan Ayuso che prende un quarto d'ora e perde anche le ultime speranze di essere leader della generale, oltre che della sua squadra. È Juan Ayuso che ti passa davanti in compagnia di corridori che di solito sarebbero molto più indietro di lui, i suoi occhi scuri spenti e affaticati; è gridare forte il suo nome anche se ormai non conta più. Ma il bello del ciclismo è anche questo: poter capitare sulla strada nel momento giusto, poter condividere un pezzo di fatica.
Una giornata al Giro è Giulio Pellizzari che compare in fondo alla strada e nessuno che capisce, all'inizio, chi sia, perché non è stata giornata per la Red Bull - Bora - Hansgrohe dopo il ritiro del capitano e non si vuole sperare nell'impossibile. È una voce che urla "è Giulio!", è il boato che segue, è l'impresa che compie, questo straordinario talento tutto nostro, ma solo suo.
Una giornata al Giro sono i baffi di Christian Scaroni che spuntano tra il casco e la strada, è l'amore per uno sport di squadra che ci si gode in una vittoria costruita in due, Lorenzo Fortunato che la lascia a Scaroni, Scaroni che lo aiuta nella sua missione verso la maglia azzurra a Roma. È un abbraccio a traguardo tra due compagni, che racchiude tutto il senso di questo sport.

Il Giro d'Italia, infine, è un cartellone dipinto a lettere nere che recita "Merci Romain". È il momento in cui Bardet spunta sulla strada e legge quelle parole e sorride, commosso. Una giornata al Giro, in effetti, è questo: incrociare lo sguardo di chi ci ha fatto amare questo sport, per un motivo o per l'altro, e avere la possibilità di dire grazie, per l'ultima volta.
Le strade del Giro aspettano le biciclette rosa dei corridori, come pensava quella bambina oggi, e noi aspettiamo le strade del Giro: tutto l’anno per tutta la vita.
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