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Inter Novanta
, 30 Maggio 2025

Novanta minuti per segnare - München Wir Kommen #3


Storia di una partita persa, di sogni infranti e dei novanta minuti che ti separano dalla felicità.

È un sogno che ho/un coro che sale a sognare/su e giù dalla Nord/novanta minuti per segnare

Quando tutto finisce, la cosa più difficile è fare i conti con la consapevolezza che ciò che è accaduto potrebbe non ripetersi mai più. Come si fa a restare lucidi, imperturbabili, e a conservare anche solo il barlume di una speranza, quando l’occasione di una vita ti sfugge per una manciata di centimetri e di attimi, proprio davanti agli occhi? E quando nella mente si affaccia, come un ospite indesiderato, la certezza che forse non tornerà mai più? La terza e ultima storia di questa piccola trilogia è quella di un treno partito da Istanbul e che, sicuramente, probabilmente, non ripasserà.

Alla tavola di ogni tifoso interista, la sera del 10 giugno 2023, sedeva un convitato di pietra. A prescindere dallo stato d’animo o dalle aspettative con cui ciascuno si avvicinava alla Finale di Champions League contro il Manchester City, ognuno, in cuor suo, sapeva di dover condividere la tensione, le speranze e le emozioni di quella serata con un ospite silenzioso dal volto funereo e impassibile, quello della consapevolezza che serate così, partite così, potrebbero andarsene in un attimo, lasciando dietro di sé rimpianti e sogni infranti anziché racconti di Coppe e di Campioni.

Tutto questo rendeva l’attesa ancora più opprimente, quasi asfissiante. Al diavolo l’autoconvincersi che essere arrivati fin lì fosse già un traguardo straordinario. Al diavolo la consapevolezza che il Manchester City di Guardiola, De Bruyne e Haaland rappresentasse un ostacolo troppo grande persino per le favole più belle, per i racconti da underdog più appassionanti. Al diavolo anche quel celebre tormentone “Comunque vada, sarà un successo”. Perché arrivati a quel punto non puoi far altro che sperare di vincerla, la Champions League, non puoi far altro che cercare di prendere quel treno e vedere dove ti porterà.

A quindici anni di distanza, la notte in cui l’Inter di José Mourinho scrisse la storia al Bernabéu resta una delle più felici della mia vita. L’abbraccio con mio padre al fischio finale, i caroselli in giro per il paese, la gioia di aver vissuto un evento davvero eccezionale e di averlo condiviso con una comunità: tutto è ancora lì, vivido, intatto. Il ricordo di quella partita continua a regalarmi felicità, soddisfazione, appagamento — anche se nel frattempo mi è cresciuta la barba. Le emozioni di quella sera continuano a riverberare dentro di me, come la radiazione cosmica di fondo che ancora si propaga dal Big Bang primordiale, a distanza di miliardi di anni.

Allora la prima reazione è assolutamente egoista ed egoriferita. Voglio che l'Inter vinca la finale, voglio che l'Inter batta il City perché non c'è nulla al mondo che mi renderebbe più felice, che riuscirebbe a trasportarmi in uno stato di estasi quasi trascendente la dimensione terrena. Piangere calde lacrime di gioia al triplice fischio dell'arbitro, il groppo in gola e la lingua che vaga per la bocca cercando di articolare suoi comprensibili mentre Handanovic alza al cielo quelle Grandi Orecchie. Abbracciare gli amici che non c'erano nel 2010 ma che sono irrinunciabili oggi, chiamare al telefono mio padre e sentirlo vicino e raggiante come non mai.

Approcciarsi ad una finale di Champions League vuol dire soprattutto questo. Significa sognare ad occhi aperti il momento più bello e memorabile della tua vita, significa ripensare ossessivamente all'unica cosa, quegli stramaledettissimi novanta minuti, che ti separa dalla felicità. Significa sfoderare ogni rito, tattica, stratagemma, tradizione scaramantica e apotropaica che il tuo disturbo ossessivo compulsivo possa immaginare. Significa costringerti inutilmente a rimanere con i piedi per terra, ad immaginare la doppietta di Foden e il rigore sbagliato da Lukaku, a ripeterti che "no, non succede, statti tranquillo".

Soprattutto significa lasciarti erodere pian piano da quella dannata consapevolezza, lasciarti torturare dall'idea che tutto potrebbe finire molto male in modo altrettanto veloce e che mai, mai, mai tornerai ad essere così vicino alla felicità, talmente vicino da poterla immaginare, programmare e organizzare in azioni, movimenti, gesti precisi e ben scanditi.

Significa capire davvero qual è il significato della parola "irripetibile": accettare l'idea che potresti non trovarti mai più ad un passo dal realizzare il sogno di una vita, che non è tanto quello di guardare undici milionari vincere una partita di calcio ma condividere emozioni indescrivibili che ne derivano con le persone che ami, quelle che vuoi al tuo fianco per sopportare il peso della vittoria. Sembra di vivere in quella canzone dei Twenty One Pilots, in cui esaltazione e sconforto sono ad un bridge di distanza.

A tredici anni di distanza tornavamo a sognare di vincere la Champions League, e qualcuno dirà che basterebbe questo per confutare ogni mio argomento sull'irripetibilità di quell'opporrunità, che da tifosi di una delle strisciate sarebbe bastato aspettare un altro po' per avere la nostra occasione. E forse quel qualcuno potrebbe avere anche ragione. Ma nel 2023 questa prospettiva sembrava impossibile, se non irrazionale. Tra Madrid e Istanbul era trascorso più d'un decennio, passato nell'infamia della banter era prima e nell'incertezza e precarietà del biennio post Conte. Nel frattempo era cambiata l'Inter, ma anche l'intero sistema del calcio europeo, e quello italiano con lui.

C’è una differenza sostanziale tra i tifosi interisti della generazione Z e quelli nati prima del periodo a cavallo tra gli anni Duemila: l’immaginazione. I nostri genitori e nonni — cresciuti con Lorenzi e Mazzola, innamorati di Rummenigge e Berti, diventati padri e madri di famiglia con Ronaldo e Bergkamp — hanno sofferto, è vero, ma hanno sempre visto un’Inter forte e vincente. Con alti e bassi, certo, ma con i mezzi tecnici e la disponibilità economica per far sì che la vittoria di una coppa europea rientrasse, comunque, nell’orizzonte delle possibilità. Certo, è successo una sola volta. Ma per trent’anni, per l’Inter, vincere la Champions League è stata una possibilità concreta: un obiettivo difficile, sì, ma raggiungibile.

Di più, per quelle generazioni anche l’idea di un’italiana capace di vincere la Champions League era comunque nell’ordine naturale delle cose. L’opulenza e la megalomania degli anni Ottanta e Novanta erano passate lasciando in eredità un ottimismo nella rotondità del pallone e nella sua capacità di girare che le generazioni successive, semplicemente, non hanno avuto nemmeno il lusso di conoscere.

Oltre alla pace, a un’economia globale funzionante e all’equilibrio ambientale, la deriva turbocapitalista del mercato mondiale ha privato i nuovi tifosi italiani del calcio scintillante dei loro padri, in una sorta di contrappasso pensato apposta per far pagare agli zoomers le colpe dei loro progenitori, che di quel turbocapitalismo calcistico, del resto, erano stati pionieri, fautori e beneficiari.

Per quelli come me nati troppo tardi per vedere la Jugoslavia unita ma troppo presto per non sapere cosa fosse stato il secondo Governo Prodi, immaginare dopo il 2010 una squadra italiana vincere la Champions League sarebbe stato semplicemente inconcepibile, anche se Sean Dyche userebbe altre parole.

Immagini che possono parlare

Tanto meno sarebbe stato possibile immaginare l'Inter, la mia Inter, tornare ad alzare quella Coppa bellissima e irraggiungibile. Con chi avremmo dovuto farlo, con Erkin e Montoya? E poi con quali soldi, con quale società, con quali prospettive? Gli anni Duemila erano finiti col botto, ma i tempi di Zanetti, Adriano, Vieri, Milito, Maicon e Eto'o erano finiti e non sarebbero mai tornati.

Per i tifosi della mia generazione, la colonizzazione di Marte ha rappresentato una prospettiva più realistica e immaginabile di una nuova Finale di Champions League dell’Inter, figuriamoci di vederla vincere. La breve parentesi di magnificenza di Conte non aveva cambiato queste sensazioni: meglio lasciare la Champions League agli inglesi e alle spagnole, meglio non illudersi. Come in Casablanca, avremmo sempre avuto Madrid, avrei sempre avuto il Triplete. Bisognava solo farselo bastare.

E poi arriva la stagione 2022/2023, stranissima, irripetibile, unica nel suo genere. È l'anno del Mondiale dicembrino in Qatar vinto da Lionel Andres Messi Cuccittini, dello Scudetto del Napoli, delle cinque italiane nelle semifinali delle Coppe europee. Soprattutto di un Euroderby in Semifinale di Champions League, qualcosa di talmente surreale che non sarebbe potuto fuoriuscire neanche dalla mente contorta e visionaria di David Lynch. Proprio quando la foto di Juan Jesus, Montolivo e dell'alberello aveva spazzato via il ricordo di quella di Materazzi e Rui Costa, ecco che la storia si rimette in moto inaspettatamente, riportando Milano al centro del calcio europeo.

La consapevolezza di ciò che stava succedendo, la contezza dei fatti, arrivò solo al fischio finale dell’arbitro. Un po’ per scaramanzia, un po’ perché forse la nostra mente non era pienamente in grado di comprendere davvero la realtà che si dipanava davanti ai nostri occhi. Neanche dopo la rete infiammante e adrenalinica di Lautaro Martínez le sinapsi del mio cervello erano riuscite a elaborare l’informazione impossibile. Solo quando quell’Euroderby era ormai diventato storia, solo quando Dimarco aveva preso in mano il megafono costringendo Jamie Carragher a tapparsi le orecchie, solo allora arrivò l’epifania, à la Virginia Woolf. Siamo in finale di Champions. Sono a novanta minuti dalla felicità.

Poi, si comincia. La prima settimana la passi a realizzare ciò che è accaduto, a crogiolarti negli highlights delle reti di Džeko e Mkhitaryan, di quei due minuti che hanno deciso una Semifinale di Champions League e la Serie A dell’anno successivo. La seconda la passi a sognare e sperare. La terza la vivi sull’orlo dell’abisso. Perché quando sei a novanta minuti dal momento più bello della tua vita, l’unica cosa peggiore della paura di lasciartelo sfuggire è la consapevolezza che potrebbe non tornare mai più.

La finale contro il Manchester City era arrivata in modo meritato, emozionante, ma soprattutto inaspettato. Cos'era quella cavalcata straordinaria verso Istanbul? Era solo il frutto di una di un sorteggio favorevole, il punto più alto di un ciclo aperto tre anni prima, oppure l’inizio della bella stagione, del Rinascimento, del Secolo d’oro olandese? La domanda, nel frattempo, si faceva incubo e dava la nausea all’idea che non solo avrei potuto non essere felice, ma che soprattutto così vicino non ci sarei mai più arrivato.

Il fatto che di fronte ci fosse la squadra più forte e ricca del mondo non aiutava ad attenuare il senso di vertigine. Tutto quell'investimento emotivo, tutta quella fatica, tutta quella sofferenza per doversi poi arrendere alle mere logiche del mercato? Tutta quella strada per niente? Tre settimane di apnea solo per vedere Haaland pasteggiare sulla carcassa dei miei sogni e accartocciare le mie speranze e le mie paura in una sfera incandescente di vergogna e rimorso. Tutto perché arrivare in Finale di Champions League non significa vincerla, tutto perché arrivarvi ad un passo, a novanta minuti di distanza non significa essere felici.

Alla fine, non fu il norvegese, ma uno spagnolo a condannarmi alla sofferenza più grande di tutte, al termine di una partita in cui il destino cinico e beffardo aveva deciso che l’ossessionato Demone di Piacenza avrebbe dovuto illudermi, preparando la partita perfetta, magnificamente attuata dal mio Eroe Nicolò Barella, dal mio Capitano Lautaro Martínez e dal resto degli undici uomini che avevano in mano la storia dell’Inter e la mia felicità — forse anche più della loro.

E adesso che, due anni dopo, siamo di nuovo qui, io non posso far altro che avere paura. Paura che le lacrime di Danilo D’Ambrosio tornino a rigare il mio volto, paura di non poter abbracciare i miei amici nell’impeto della gioia, paura di non sentire il trillo argentino nella voce di mia madre mentre mi passa mio padre dall’altra parte del telefono, paura di non poter essere felice, di non poter costruire ricordi e memorie che dureranno per tutto il resto della mia misera vita.

Magari sarà di nuovo uno spagnolo a infrangere tutti i miei sogni, o magari questa volta sarà un georgiano, un francese o un coreano. Ciò che so è che, ancora una volta, non ho il minimo controllo sul destino della mia felicità, ma non potrei vivere in altro modo. Appio Claudio Cieco diceva che homo faber suae fortunae, ma si vede che gli antichi romani non seguivano il calcio.

E allora: Forza Inter, fallo per la gente che, ama soltanto te.

  • Classe '99, pugliese come il panzerotto e l'abusivismo edilizio. Ha studiato a Bologna, dove si è laureato in giurisprudenza, e soffre per l'Inter. Ama farneticare di calcio e cinema, quasi quanto fare oscuri riferimenti alla storia o alla politica. Ha sul comodino una sua foto con Barbero e l'autografo di Mcdonald Mariga.

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