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, 29 Maggio 2025

Finire in Lettonia per colpa di Football Manager


Scoprire Jelgava, la Lettonia e la sua disastrata storia calcistica grazie a Football Manager.

Nel programma d’esame del corso che sto attualmente seguendo presso l’università di Stoccolma, un esercizio riguardava testare l’ipotesi di Emma Goldin - premio Nobel per l’economia - che identifica una tendenza a forma di U che coinvolgerebbe la partecipazione delle donne alla forza lavoro.

Per farla breve, basandosi sui dati del 1985 di PIL pro-capite e la percentuale di donne con un lavoro per le varie nazioni del mondo, Goldin notava come nelle nazioni più povere e in quelle più ricche, la percentuale di donne lavoratrici fosse maggiore – nel primo caso per un grosso impiego delle donne nell’agricoltura, nel secondo per un maggiore accesso all’istruzione universitaria – mentre nei paesi a medio reddito si registrasse una flessione, fatta ricadere da Goldin nell’industrializzazione e nel propagarsi di stereotipi sessisti.

Per completare l’esercizio, il mio gruppo di lavoro ha deciso per un approccio diacronico anziché sincronico: prendere in analisi alcune nazioni che negli anni hanno scalato le classifiche del PIL pro-capite e vedere se quella tendenza si registrava anche sul lungo periodo. Tra i paesi in analisi c’era la Lettonia, il cui PIL pro-capite è più che raddoppiato negli ultimi trent’anni. Questa storia sarebbe poco interessante e sicuramente fuori luogo in questo contesto se non fosse che poi, qualche settimana dopo, sono stato effettivamente in Lettonia dove, soprattutto a Riga, ho avuto modo di percepire davanti ai miei occhi alcuni segnali di questa crescita vertiginosa.

Riga è una città che, al di fuori del suo centro storico patrimonio UNESCO, è colta da lampi di modernità notevoli, e non solo negli sfoggi di ricchezza dei grattacieli di compagnie private, che pure ci sono, ma anche nelle opere di servizio pubblico: l’edificio della biblioteca nazionale è uno dei luoghi assolutamente da visitare della città lettone, sia all’interno che dall’esterno, e ricorda per la quantità di servizi che offre e il suo uso degli angoli la biblioteca centrale di Helsinki.

Eppure, Riga è anche – ancora – una città con angoli che non sembrano mai essere usciti da una rappresentazione stereotipata delle nazioni ex-sovietiche. Accanto alle stesse torri di vetro e metallo siedono ruderi di case abbandonate, i tunnel pedonali che permettono di superare alcune superstrade senza rischio di essere investiti presentano piccoli banchi di pasticceria e rosticceria locale – squisite, tra l’altro – a prezzi veramente stracciati, mentre può fare impressione davanti alle rotaie del tram vedere incrociarsi i veicoli più vecchi e quelli più nuovi della flotta a disposizione dell’agenzia del trasporto pubblico.

Insomma, non ho i mezzi per fare un’analisi approfondita della Lettonia, ma l’impressione è che sia un paese messo bene, tutto sommato.

Forse a dimostrare la mia percezione, lo stato economico della Lettonia è tale da permettere ad una percentuale della sua cittadinanza, per esempio, di riempire in massa gli aerei che collegano la loro capitale a Stoccolma indossando inesorabilmente delle divise amaranto oversize che poi serviranno per occupare i posti della Avicii Arena, meglio nota come Globen, dove la nazionale lettone si sta giocando, negli stessi giorni in cui io mi trovo in Lettonia, la fase a gironi del mondiale di hockey su ghiaccio. Ecco, per parlare di sport in Lettonia, anche se si vuole parlare di calcio, non si può non partire dall’hockey.

La brutta sconfitta della Lettonia contro la Svezia, svoltasi lo stesso giorno in cui questo articolo ha luogo.

Nelle piazze di Vecriga, il quartiere più antico della città, ogni locale aveva almeno un televisore connesso con i mondiali di hockey in corso di svolgimento tra Stoccolma e Herning, e più di una delle tante piazze che albergano questo quartiere offrivano megaschermi su cui il pubblico poteva godersi non solo la nazionale lettone, ma tutta la kermesse. Negli aeroporti, in giro per la città, anche in giro per Stoccolma, la maglia con i colori della Lettonia era una delle più popolari che si potessero incontrare. Anche un alieno che non conosce lo sport non avrebbe dubbi nel definire quello che sia lo sport più popolare in Lettonia.

Probabilmente, se questo ipotetico alieno atterrasse in aeroporto, non avrebbe neanche grossi problemi ad identificare il secondo sport più popolare del paese: la prima cosa da cui si viene accolti è una gigantografia della nazionale della Lettonia di basket in azione, a ricordarci certamente che quest’anno Eurobasket si giocherà anche alla Xiaomi Arena di Riga, ma soprattutto che all’ultimo mondiale gli uomini di coach Luca Banchi sono arrivati quinti battendo i vicini della Lituania, e sono stati accolti al ritorno dall’Asia come se avessero vinto l’intero torneo.

Insomma, il calcio non è certamente lo sport più popolare in Lettonia. Anche considerandolo come il terzo sport di squadra del paese, il pallone deve a botte per l’attenzione mediatica con altri sport che magari avranno meno praticanti, ma producono certo individualità migliori: la pista di Sigulda, una delle sedici piste di slittino, bob e skeleton al mondo – e l’unica in una nazione così piccola – ha prodotto medaglie olimpiche come i fratelli Sics, Andris e Juris, mentre il paese ospita anche una pista da motocross usata nei mondiali di categoria e tante piste da BMX – e queste torneranno nel racconto – soprattutto per merito degli exploit olimpici di Maris Strombergs, due volte oro olimpico.

Ma la scarsa popolarità del calcio nel paese è esattamente la prima e principale ragione che mi ha avvicinato al calcio della Lettonia, e il modo più semplice per avvicinarsi ad un nuovo pianeta calcistico e farne una conoscenza approfondita è, con ogni probabilità, Football Manager. Per questo, un anno e mezzo fa iniziai una carriera con il Jelgava, squadra della Virsliga della Lettonia pronosticata come retrocessa dai bookmakers virtuali. Il resto è quello classico di una delle tantissime carriere di successo al videogioco: in vent’anni ho vinto una Champions, ma soprattutto, cosa che non mi era mai successa prima, ho visto la squadra dedicarmi il loro nuovo stadio.

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Un onore a cui tutti gli appassionati di Football Manager aspirano.

Dunque quello che è successa è una cosa strana, che sembra capitare solo con Football Manager. Diciamocelo, se vi si gioca abbastanza, FM è un gioco facile. Ottenere questi traguardi non è impossibile. Sarebbe facile viverle come esperienze di routine. Eppure, uno dei motivi che mi hanno portato in primo luogo in Lettonia è che io volevo vedere giocare dal vivo lo Jelgava. Ho speso dei soldi, organizzato un viaggio, solo per vedere una minuscola squadra di un campionato che raccoglie zero interesse mediatico in un paese come la Lettonia in cui del calcio non gliene importa niente (quasi) a nessuno.

Sicuramente c’è, all’interno di questo viaggio, un po’ di mia personale stranezza – in fin dei conti, è la terza volta che vado a vedere una squadra che ho "allenato", e in tutte e tre le occasioni non è stata una casualità ma un qualcosa intorno a cui ho organizzato il viaggio – ma allo stesso tempo, so benissimo di non essere l’unico. Di storie del genere ne è pieno internet e la mia, di per sé, non è probabilmente abbastanza unica da meritarsi un reportage di questo tipo. D’altronde, al di fuori delle mie testimonianze, non ci sono prove di questo viaggio.

Non ho contattato il club, nessuno in Lettonia al di fuori della reception dell’ostello in cui ho dormito può confermare questa versione dei fatti. Football Manager è, in questo caso, un pretesto per parlare di altro, per parlare di un calcio di terzo se non quarto piano nel panorama europeo, appestato da una serie di problemi abbastanza gravi, ma forse di livello ben più alto di quanto personalmente mi immaginassi.

È anche un pretesto, però, per parlare della città di Jelgava, la casa dell’omonima squadra, che con il club condivide anche i colori della sua bandiera – amaranto e blu scuro – e lo stemma cittadino – rappresentante un maestoso alce. Quando sono arrivato in città, la mia idea era che Jelgava fosse a malapena definibile come tale. Non sapevo niente della sua storia, e mi stavo perdendo cose molto interessanti. Appena usciti dalla stazione, si nota subito un manifesto che celebra il settecentosessantesimo compleanno della città, che con 61'000 abitanti è la quarta più grande del paese.

Fondata con il nome germanico di Mitau – sarebbe diventata Jelgava solo nel 1917 – la città fu il forte tramite cui i cavalieri germanici dell’Ordine Livoniano – una branca dell’Ordine Teutonico – conquistarono e protessero questa parte del territorio baltico. Caduto poi l’Ordine con la guerra Livoniana del 1558, nel 1561 Mitau divenne la capitale del ducato di Curlandia e Semigallia, che in una finestra di cinque anni tra la fine del dominio polacco-lituano e l’inizio di quello russo fu uno stato indipendente, alla fine del 1700.

Oggi Jelgava è principalmente una città universitaria, anche perché in città ha sede l’Academia Petrina, la più antica università del paese, ma è ancora una città che trattiene le tracce della propria lunga storia. Possiede due bellissime cattedrali, una ortodossa e una cattolica, e ospita quello che è il più grande palazzo in stile barocco dell’intera area Baltica, progettato dall’architetto italiano attivo in Russia Bartolomeo Rastrelli e oggi sede dell’Università Lettone per le Scienze e le Tecnologie, sulle rive del fiume Lielupe.

Un tour virtuale della regione, offerto dalla città gemella di Carmel, Indiana.

Un’altra traccia dell’importanza storica per l’intera regione della città di Jelgava si può vedere nel nome dello stadio di casa della squadra di calcio locale, sede dell’incontro a cui ho assistito, lo Zemgales Olimpiskais Centrs, dove Zemgales è il nome lettone della regione della Semigallia. Lo stadio è una struttura pubblica e polifunzionale moderna e confortevole, inaugurata nel 2010 con un amichevole tra FK Jelgava – come era noto il club prima del fallimento – e gli inglesi del Blackpool, alla presenza del presidente lettone Valdis Zatlers e dell’ambasciatore britannico.

Il campo ha una sola tribuna, di recente costruzione, capace di ospitare meno di duemila spettatori, collegata direttamente all’ingresso del centro sportivo, con una grossa sala di benvenuto, dei bagni capienti, delle scale che portano a spazi per palestre e uffici al secondo piano e una grossa porta dietro cui l’inconfondibile rumore delle scarpe da basket che scivolano sul parquet nascondono la presenza di una piccola arena, casa del BK Jelgava, anch’essa polifunzionale – a fine mese ospiterà due partite della nazionale lettone di pallavolo.

Nella sala d’ingresso, su un muro è appeso con delle puntine un foglio di carta che elenca, in ordine cronologico, tutti gli eventi che si svolgeranno nel centro sportivo nel mese di maggio, e che quindi potrebbero interromperne temporaneamente l’utilizzo da parte della comunità locale: ci sono tornei di calcio Under 10, competizioni di BMX, sulla pista che si trova dalla parte opposta del campo rispetto alla tribuna, accanto a dei campi da beach volley, un torneo di basket 3x3 e altri eventi che la mia nulla conoscenza del lettone non mi permette di identificare.

Mentre aspetto di poter prendere il mio biglietto e mi riparo al caldo dopo ore nella pioggia, i giocatori di Auda e Jelgava passano nel corridoio per andare al bagno. Pochi minuti prima della partita, in quella stessa sala i bambini del settore giovanile dello FS Jelgava – il cui nome ufficiale, dove FS sta per Futbola Skola, sottintende una sua origine come scuola calcio prima ancora che come club professionistico – si mettono in fila in attesa di accompagnare i giocatori nell’ingresso in campo. È il segnale che dovrei dirigermi verso la tribuna, anche se il freddo mi inviterebbe a rimanere dove sono.

Lettonia football manager
Gli eventi al centro sportivo nel mese di maggio.

Prima di discutere della partita, però, è opportuno fermarsi un attimo e guardare al quadro più ampio del campionato di cui ci troviamo a discutere. L’impressione è che, se domani il campionato di calcio lettone scomparisse nel nulla, in Lettonia quasi nessuno se ne accorgerebbe, e non è neanche una questione di poco pubblico allo stadio – per quanto ci sia, effettivamente, poco pubblico allo stadio. Partiamo da un dato: delle dieci squadre che hanno vinto almeno un titolo lettone dal 1991, sette sono fallite o comunque hanno perso la loro licenza per giocare in massima divisione.

Questa lista include lo Skonto Riga, vincitore di quattordici campionati di fila, record assoluto del calcio europeo alla pari con i bulgari del Ludogorets e il Lincoln Red Imps di Gibilterra, ma anche il Valmiera, campione nel 2022 ed escluso dal campionato quest’anno – al suo posto è stato ripescato proprio lo Jelgava, che ha terminato il 2024 in ultima posizione. Il canale YouTube Route None ha dedicato un video a quello che definisce essere un buco nero calcistico

Se prendiamo la classifica della Virsliga di dieci anni fa, nel biennio 2014/2015 che rappresentò l’equivalente calcistico della distruzione di Sodoma e Gomorra, con quattro squadre escluse, fallite o squalificate nel giro di due stagioni, solo Metta, Liepaja e BFC Daugavpils ancora esistono, e già il Liepaja si trovava lì in quanto sostituto del Liepaja Metalurgs fallito due anni prima. Calcioscommesse, mancanza di fondi, ascesa e discesa di oligarchi che hanno promesso tanto e mantenuto poco, il calcio lettone ha visto veramente l’intero playbook del sistema calcistico in crisi.

Per certi versi è abbastanza incredibile pensarci: una nazione che nel 2004 si qualificò ad un Europeo a sedici squadre, facendo anche una figura rispettabile, vent’anni dopo ha un campionato totalmente irriconoscibile per di più dominato da due squadre, il Riga e il RFS, che francamente sono indistinguibili anche a chi ha spento vent’anni virtuali a sfidarle, hanno loghi e identità anonime e il loro scontro si fa fatica anche solo a considerarlo un “derby” – trentasei incontri dal 2016 ad oggi, 1275 spettatori di media, con picchi da cinquemila scarsi quando si gioca allo Skonto Stadions, che di posti ne ha settemila.  

In mezzo a questa situazione caotica, anche Jelgava e Auda non rappresentano situazioni ideali. Come già fatto intendere, il FS Jelgava è la fenice risorta dalle ceneri del fallimento del FK Jelgava, che nel 2021 non ha ottenuto la licenza per la massima divisione, abbandonando così il professionismo. L’Auda, invece, pur potendo tecnicamente contare su una storia che prosegue ininterrottamente dal 1969 – una rarità assoluta nello sport lettone – ha avuto una storia non meno travagliata: nato come 9. Maijs (Nove Maggio) nel kolhoz di Vecmilgravis, sulla foce della Daugava, il club sarebbe diventato l’Auda negli anni ’80, per poi, con la Lettonia indipendente, esordire in prima divisione come Auda Riga.

Quest’ultimo nome sarebbe stato subito cambiato in RFK Riga, per poi ripartire dalla terza divisione di nuovo con il nome di Auda, fondersi nel 2005 con l’Alberts – che prende il nome da Alberts Seibelis, leggendario calciatore lettone dell’ante-guerra, a cui era dedicato anche il primo stadio in cui giocò l’Auda – diventando l’Auda/Alberts, per poi sciogliere la fusione e ritornare ad essere Auda, ma questa volta a Kekava, a sud di Riga, a quaranta minuti di macchina da Vecmilgravis.

La squadra si è poi trasferita in anni recenti, visti i buoni risultati della squadra, allo Skonto Stadions, dove gioca in casa di fronte a spalti semivuoti e con il branding del Riga a ricordare che comunque sono secondi violini anche nel proprio stesso stadio – anche quando sono loro ad “ospitare” l’incontro.

L'ingresso dello Zemgales Olimpiskais Centrs.

Le prospettive per la partita non sarebbero delle migliori: a Jelgava piove, ha piovuto tutto il giorno e non smetterà di piovere fino a cinque minuti dalla fine della partita. Tutto sommato, però, il campo regge perfettamente, e quella che si gioca è una partita di calcio di livello a conti fatti piacevole. Non so bene che idea avessi del livello del calcio lettone, non so che idea possiate averne voi, ma direi che di base la realtà supera abbondantemente le aspettative.

Certo, al quarto d’ora il centravanti del Jelgava, lanciato bene solo davanti al portiere sbaglia il controllo per spostarsi la palla sul sinistro e tenta un patetico scavetto che si spegne lentamente sul fondo, ma al di là di errori di questo tipo la partita scorre godibile, e in campo si sfidano due squadre dall’età media molto giovane che giocano in maniera se non scintillante, quantomeno coraggiosa, lasciando alle loro individualità il modo di mettersi in mostra.

Nel primo tempo lo fa ampiamente Victor Eghomwarne Promise, diciottenne nigeriano apparso quest’anno in squadra da un’academy nigeriana di nome Right2Win, esterno d’attacco che in certi momenti ha dato l’impressione di levitare come un maglev appena sopra il prato bagnato, mostrando una grandissima fluidità nel dribbling, una leggerezza e un’eleganza di quelle che fanno prestare maggiore attenzione ogni volta che ha il pallone.

Partendo dal caso di Victor Promise, occorre fermarsi per una deviazione: forse per giri loschi che coinvolgono agenti rivedibili, forse per una genuina capacità di scouting a cui i direttori sportivi lettoni sono stati costretti a causa della poca solidità finanziaria, dalla Lettonia passano molti stranieri, spesso giovanissimi, alcuni capaci anche di lasciare plusvalenze significative ai club e di testarsi a livelli più alti, certo con risultati alterni.

In Italia abbiamo visto il lettone ex Spezia Raimonds Krollis, mentre gioca ancora nel nostro campionato Gabriel Charpentier, che il Genoa pagò un milione e mezzo di euro allo Spartaks Jurmala e che adesso è impiegato a Parma. Ad eccezione della mossa che portò Maris Verpakovskis alla Dinamo Kiev, tutti i trasferimenti in uscita più costosi del campionato vengono dalle ultime stagioni e coinvolgono giocatori sotto i ventitré anni d’età.

C'è il nigeriano classe 2000 Tolu Arokodare all’Amiens per due milioni e mezzo di euro nel 2022, ma poi anche il ventenne colombiano Camilo Mena al Lechia Gdansk nel 2023 per un milione e seicentomila euro, dove ha mostrato numeri – quattro gol e sette assist quest’anno in Ekstraklasa – che potrebbero valergli un altro trasferimento più in alto nella catena alimentare del calcio europeo – come ha fatto sempre dalla Polonia il giapponese Daisuke Yokota, in un anno passato dal Valmiera al Genk con in mezzo una fermata al Gornik Zabrze.

E quindi squadre giovani – l’Auda ha una media di 23.2 anni, il Jelgava di 21.4, dati Transfermarkt – con molti stranieri da valorizzare ma, soprattutto i padroni di casa, anche con un forte zoccolo lettone – questo lo ricordo da Football Manager.

Per le regole della Virsliga bisogna sempre avere in campo almeno tre ragazzi cresciuti in un vivaio lettone. In particolare, il vero mattatore dell’incontro per lo Jelgava è stato il ventiquattrenne difensore centrale Kristers Alekseiciks, che se può dirsi autore di un’incertezza sul gol del vantaggio dell’Auda ha, prima e dopo quel momento, controllato la partita con la calma e l’aplomb di una sentenza della Corte di Cassazione, dominando di testa, rischiando interventi pericolosi e operando anche in situazioni di emergenza.

Dopo il pareggio ottenuto sullo svolgimento di un calcio d’angolo, con una bella corsa sul secondo palo del terzino ceco Andriy Yuzvak, lo Jelgava passa in vantaggio anche grazie ad un contributo del centrale arrivato in inverno dal Valmiera recentemente escluso dalla prima divisione, che batte sulla barriera un calcio di punizione con più potenza che precisione causando un rimbalzo che favorisce il numero dieci David Holoubek, anche lui ceco, che lancia un tiro certo angolato ma non molto potente di cui il portiere dell’Auda Matrevics deve ancora ricevere le coordinate via telegrafo.

Il gol del vantaggio di Holoubek

Sotto di un gol, spetta all’Auda la responsabilità di trovare il pareggio per urgenza e per reputazione, visto che parliamo di una squadra che lo scorso anno ha terminato quarta, qualificandosi alla Conference League della prossima estate, ma il suo dominio del campo non è mai totale.

Alekseiciks continua quella che potrebbe essere la partita della vita – o quello o ci troviamo di fronte ad un giocatore che merita ben altri palcoscenici, o tutte e due le cose insieme – ma lo Jelgava non ha bisogno di abbassare sensibilmente la propria linea difensiva per resistere. L’Auda crea almeno due grandi occasioni in cui il portiere di casa, anche qui ceco, Adam Dvorak, deve fare dei grandi interventi, ma le condizioni per parlare di dominio non si presentano mai.

Secondo i dati di SofaScore, l’Auda crea 0.45 xG in più dello Jelgava, fa otto tiri in più ma molti, soprattutto nel finale, tentativi velleitari da fuori area, tocca il pallone nell’area avversaria venticinque volte, contro le quindici dei rivali, e ricorre all’arma del lancio lungo molto di più dei padroni di casa, ben settantaquattro volte – una in più dei passaggi che totalizza nell’ultimo terzo di campo.

Lo Jelgava, allenato dall’ex coach dell’Under 21 della Lettonia Alexander Basov, è ordinato, resiste, e al novantesimo recupera un pallone a centrocampo lanciando il contropiede che rappresenta l’ultimo rintocco di campana della partita: il ventenne nigeriano Yahaya Muhammad ha una prateria di fronte a se, vede a centro area Kingsley Emenike, lo serve, ma il suo cross viene anticipato dal brasiliano Rafael Pontelo, che la butta nella propria porta. Tre a uno, la partita è chiusa, e i bambini della scuola calcio del Jelgava, saliti tra il pubblico dopo aver accompagnato i giocatori in campo, festeggiano intonando filastrocche del brainrot italiano – sì, inclusa quella con le bestemmie.

Uscito dalla tribuna ed arrivato nell’atrio d’ingresso del centro sportivo, vedo scendere le scale dal piano di sopra una decina di signore, tutte di età intorno ai quaranta/cinquant’anni, in tenuta sportiva e tutte con in spalla un materassino da yoga. Nel parcheggio le loro macchine hanno trovato posto comodamente, con ancora altri spazi vuoti intorno. Il centro sportivo non rinuncia alla sua funzione di servizio per la comunità locale solo perché c’è una partita di prima divisione, e per la verità non sembra che le due cose siano in contrasto tra di loro. Certo, l’ordine pubblico in Lettonia non è messo a rischio da un evento del genere.

La sintesi completa della partita.

Sulla via del ritorno a Riga, decido di non prendere il treno alla stazione centrale, più lontana e che richiederebbe l’utilizzo di un bus per essere raggiunta, ma di camminare fino alla seconda stazione ferroviaria cittadina. Si chiama Cukurfabrica, e chiamarla stazione richiede uno sforzo di fantasia: come ad una fermata di un bus, una piccola pensilina offre riparo dal maltempo – che per fortuna si è calmato – mentre un casotto servirebbe come sala d’attesa e ufficio biglietti, ma alle otto di sera è chiuso.

La fermata deve il nome a quella che in zona era la fabbrica da zucchero, la più grande in Lettonia prima della chiusura nel 2006, che sostentava economicamente il quartiere – e dimostrando che i libri di geografia avevano ragione quando ci parlavano della produzione di zucchero dalle barbabietole.

Prendo il telefono per non pensare al freddo: cerco la classifica della Virsliga di Lettonia e noto che lo Jelgava ha diciannove punti, è quarto un punto sotto proprio all’Auda, in una posizione che teoricamente – in base alla vincente della coppa di Lettonia – potrebbe anche assegnare un posto in Conference League.

Ricordandomi di quanto difficile fosse stata la mia prima stagione a Football Manager con questo club, oltre che delle difficoltà reali dello Jelgava nel 2024, abbasso le ali e controllo il distacco dall’ultima posizione: il Tukums – che a FM veniva segnalato come il principale rivale dello Jelgava – è a dieci punti con una partita in meno – il giorno dopo pareggerà con il Super Nova, garantendo un guadagno di due punti sulla retrocessione diretta a quelli che potevano essere i principali candidati ad ottenerla.

Non so se si tratta dell’inizio di una nuova era per il calcio a Jelgava, una che possa arrivare a rivaleggiare, per quanto possibile in un mondo che certo non è facile da affrontare come un videogioco, con la mia esperienza da allenatore del club. Certamente il divario dalle due grandi di Riga e della Lettonia è ancora gigantesco, soprattutto economicamente, ma allo stesso tempo la storia recente del calcio lettone ci dimostra che non serve tantissimo per pensare di poter competere per un titolo. Potrebbe veramente bastare, sul lungo periodo, sopravvivere e aspettare che qualche altro scandalo scoppi.

Certo, viene da chiedersi quali sarebbero gli effetti che un’altra mazzata nella forma di ulteriori scandali potrebbe dare al calcio della Lettonia, che già gode di pessima salute, ed è abbastanza irrilevante nel panorama calcistico nazionale. Alla sinistra dei binari vedo un boschetto, e ripenso all’indovinello sull’albero che cade in un bosco disabitato. Si può dire che faccia rumore se nessuno lo sente cadere? Probabilmente c’è un paragone sarcastico che si potrebbe fare tra l’albero in questione e le tante squadre lettoni fallite dopo aver raggiunto l’apice del calcio nazionale, ma io ho freddo, ho tanta fame, ho il telefono quasi scarico e non credo di essere nella posizione di farlo.


  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

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