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lazio curva nord
, 28 Maggio 2025

Evviva la Lazio, evviva i Laziali!


Una panoramica nella follia lotitiana e di una Lazio che lascia con l'amaro in bocca tutti e tutte.

Il campionato è finito qualche ora fa con una rumorosissima sconfitta in casa contro il Lecce che dopo otto anni lascia fuori la Lazio dalle competizioni europee. Il sentimento predominante è di aver visto sfumare qualcosa, nello specifico un piazzamento in Champions League, che pareva decisamente possibile per come è stato l'andamento generale della stagione al netto anche dei rendimenti avversari.

Questa illusione genera sconforto che, come contraltare, fa risalire nelle vene tantissima rabbia e insoddisfazione e offuscano anche quel poco di buono che pareva essere stato costruito nello scetticismo generale, ben motivato, di inizio stagione. Si dirà che un quarto di finale di Europa League, alle cui spalle si può vedere un maxi girone dominato in lungo e in largo, e un essere stati fino all'ultimo in corsa per un piazzamento nell'Europa che conta di più debba essere considerato buono anche perché la squadra è stata rivoltata come un pedalino a inizio stagione sia come rosa che come guida tecnica.

Più realisticamente e romanamente: annacce vicino conta solo a bocce. Facendo una summa appare chiaro che questa stagione può definirsi fallimentare visto anche che l'unico giocatore realmente incidente negli ultimi mesi della Lazio è stato un signore che a 37 anni, dopo aver vinto qualunque trofeo che conti a ogni livello, dopo aver giocato con Messi, Iniesta, Xavi e Busquets ed essere stato allenato da Guardiola, è divenuto faro nella notte mentale Laziale. Parliamo ovviamente di Pedro la cui mentalità è riassumibile nella faccia perplessa e delusa con cui è uscito fuori dal campo a Milano contro l'Inter e a Roma contro il Parma dopo aver siglato due doppiette in rimonta.

Non bastasse questo straziante quadro, la società SS Lazio ha diramato un comunicato il lunedì, breve ma pregno di insipienza, la cui semantica è tipica delle narrazioni tossiche poiché volta a scaricare le responsabilità sulla guida tecnica e sulla squadra. Non c'è traccia di mea culpa o riflessioni su errori ormai ripetuti al di là del numero minimo per essere considerate diaboliche. In una parola: stancante. Imbonire il tifoso non ha più alcun tipo di cittadinanza nel mondo Laziale visto che è noto a chiunque, financo fuori dal GRA, come il vero problema abbia un nome e cognome: Claudio Lotito.

Il presidente è noto per essere pluriscudettato nel torneo dei bilanci, con in bacheca uno scintillante numero di discalische e moralizzate coppe ripiene di valori e che vanta il record di accasciamenti sui banchi di Palazzo Madama. Eppure non gli viene ricosciuto il merito, straordinario, di narcotizzare l'ambiente Lazio ogni qualvolta se ne presenti l'occasione tramite una comunicazione imbevuta di egocentrismo e narcisismo, sessioni di calciomercato le cui trattative diventano estenuanti nella loro temporalità e che spesso naufragano nello sfinimento della controparte, scelte imprenditoriali che rasentano la discutibilità ma dal basso.

Nessuno spazio all'illusione di un avvenire nuovo e concretamente di crescita del tasso tecnico della squadra e dell'organigramma societario poichè è totalmente assente il senso di cosa sia questo gioco meraviglioso e di come sia fonte primaria di ispirazione per moltissimi e moltissime. Il Calcio ha nella sua costituzione sancito il diritto inalienabile di generare mitologia in chi lo vive attraverso quella viscerale passione chiamata banalmente tifo. Compito primario di ogni squadra è la riproduzione neuronale della fantasia attraverso una generazione costante di futuro perché l'ancorarsi alle voci di bilancio inaridisce l'animo e ci rende unicamente una Consob a cielo aperto.

Questo finale di stagione sancisce in maniera solenne, ancora una volta, la doverosa necessità che Claudio Lotito metta in vendita la società, senza se e senza ma. Vi è più da aggiungere il vergognoso accordo tra Lazio e associazione Maccabi Israel Unite, in parte riferimento al calcio israeliano, in un momento dove lo stato d'Israele sta perpetrando un genocidio nei confronti del popolo Palestinese. Per quanto ancora i nostri sensi dovranno essere anestetizzati da salmodiche parole di circostanza, interviste in latinorum, linguaggi del corpo trasudanti quelle parole che il Marchese del Grillo non esitò a pronunciare e che recitano "Mi dispiace perché io so io e voi non siete un cazzo"? Non un minuto in più.

Ci sono delle note assolutamente positive, però. Lato tecnico Rovella e Guendouzi hanno restituito un'idea di presenza, forza, agonismo e carisma che non si vedevano a centrocampo da diverso tempo e devono costituire un vero centro di gravità per la costruzione di una squadra che voglia potersi sedere tra le prime cinque. Quando c'è stato da sferzare i compagni o da iniettare energia fisica nei momenti più complessi hanno assunto istintivamente la guida della Lazio, spesso trascinandola. Stesso discorso lo si può fare con Mario Gila e Nuno Tavares lato difesa.

Il primo si è confermato difensore centrale di una pulizia tecnica e tattica difficile da trovare e con una percezione del tempo rara, il secondo è stato quella parte mancante che da tempo si attendeva: il terzino sinistro. Per anni essere mitologico che pareva essersi estinto per dar spazio a mutanti come Marusic, il portoghese con un mancino di forza e precisione ha ipnotizzato la coscienza collettiva restituendo un senso di futuro e presente radioso.

Il lato offensivo certifica politicamente la non applicabilità del modello cooperativo al sistema calcio, benché sarebbe utopisticamente meraviglioso vederne una sua realizzazione pratica e vincente. Il gioco è strutturalmente neo liberista e occorre un feroce senso di riproduzione del capitale costante per poter portare a casa le partite, la sua personificazione era Ciro Immobile e il suo essere spietato nell'egoismo realizzativo. Castellanos, Dia, Zaccagni e Isaksen hanno sicuramente fatto bene ma all'appello pesano le assenze di molti gol che avrebbero potuto cambiare corso della stagione della Lazio.

La guida tecnica di Marco Baroni è stata pienamente in linea con le aspettative, non proprio dalle tinte pastello. Assemblare una squadra rinnovata nel suo assetto umano e tecnico, farla giocare a tratti anche molto bene attraverso lampi di velocità e verticalità, motivare a inizio anno un ambiente depresso non era compito dei più semplici. Eppure l'allenatore toscano ha espresso quanto di meglio il suo vocabolario calcistico avesse da offrire agli astanti anche in sfide europee non semplici e per lui del tutto nuove.

Elevare un J'accuse a tutte colonne sarebbe ingiusto e semplicemente banalizzante l'intricato ginepraio della Lazio. Di per certo non ha saputo leggere alcuni momenti che attraversava la squadra effettuando scelte non ai più comprensibili ma non per questo il fallimento degli obiettivi prefissi può essergli imputato appieno. Per quanto l'umano sia encomiabile, occorre un deciso cambio di prospettiva nella panchina che possa portare esperienza di gestione e di condotta nell'arco dell'intera stagione.

Basterebbe, infine, pubblicare alcune foto di quanto fatto quest'anno per dimostrare, lì dove se ne sentisse davvero il bisogno, di certificare l'MVP stagionale: i tifosi della Lazio. Immensi, corali, compatti, presenti, mai stanchi, senza voce ogni 90 minuti: evviva i Laziali! Che parlino le immagini e la bellezza, le tantissime bandiere palestinesi apparse in ogni angolo dello stadio, loro soltanto hanno le giuste parole.


  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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