
Napoli vista da dentro e fuori il Maradona
Due visioni separate da un ingresso e un biglietto di un'emozione unica, il racconto di un evento vissuto fuori e dentro il Diego Armando Maradona.
Fuori dal Maradona (Simone Renza)
Su Napoli hanno scritto romanzi, poesie, canzoni, articoli in moltissimi e spesso con ampia cognizione di causa, siano gli stessi autori nati sotto le pendici del Vesuvio o in luoghi lontani. Per questo, fare una narrazione romantica e sentimentale di Napoli risulta sovente stucchevole, un esercizio di stile fine a sé stesso che troppo facilmente casca nel macchiettistico, nello stereotipico. Lodare l'essere, impiegare dita per descrivere minuziosamente una bellezza già di per sé palese agli occhi, diviene un fatto sterile, uno spreco, un gesto quasi fastidioso.
Un buon modo di parlare di Napoli, invece, è di tratteggiarne i contorni, cercare di comprenderne e compenetrarne il sostrato più profondo, guardarne l'anima attraverso gli occhi del calcio. Scrivere del secondo scudetto in tre anni, del quarto complessivo nella sua storia, è sicuramente un lavoro inedito. Se si cerca, poi, di trasformare in parola scritta le emozioni vissute pre e post Napoli-Cagliari, ma soprattutto dentro e fuori il Maradona, allora questo diventa un modo, anzi IL modo, per comunicare al mondo il vero significato di questo trofeo e ciò che - almeno in questo aspetto - la differenzia da ogni altra città. Perché, banalmente, uno scudetto non ha lo stesso valore, lo stesso carico emozionale, in altre piazze.
Esso travalica l'aspetto sportivo tramutandosi in una trascendenza emozionale che abbraccia tutti come piazza del Plebiscito abbraccia i napoletani in festa. Non dimentica nulla, nemmeno e soprattutto la Palestina. La vicinanza al popolo palestinese si è palesata - un po' a sorpresa dato il contesto - in ogni angolo della città e dello stadio. Le bandiere rosso-verde-bianco-nere hanno sventolato al fianco di quelle azzurre: Napoli non dimentica, Napoli conosce, Napoli empatizza.
La sua storia lo insegna, Napoli è resistenza endemica e immanente, ha nel suo codice cromosomico, dovuto a una storia composta da dominazioni, assedi, saccheggi, l'accoglienza e la capacità di trasformare uno scozzese come McTominay - e prima di lui belgi, slovacchi, georgiani e molti altri - in un autoctono puro. Sarà forse dettato da una lingua così liquida nella sua fonetica che diviene impossibile, dopo averla ascoltata, non replicarla senza che mai questo tentativo venga giudicato improprio proprio perché Napoli accoglie, Napoli non respinge.

Cosa significa essere in parte-nopeo, come soleva dire De Curtis, e non vivere Napoli? Rompicapo interiore che non è di facile soluzione perché comporta vivere con una metà del proprio io costruitosi geneticamente in secoli e composto da quella irrequietezza, quella precarietà, quel costante stato emergenziale, quel sapere di essere appesi alla volontà di un vulcano e che ti porta a rinnovare il pensiero critico sulla vita ogni giorno legandoti all'imprevedibilità del fato rendendoti profondamente scaramantico poiché non esiste previsione e calcolo ma solo imprevedibilità.
L'inatteso e inaspettato perché in bilico del divenire di questo trofeo, di questo quarto scudetto ha reso tutto ancor più meravigliosamente esplosivo nella sua carica emozionale lasciando spazio al tremore dell'attesa prima e alla liberazione dell'essere successivamente. Un andirivieni di sensazioni che fa parte strutturale della città e del suo popolo sempre sull'orlo, che danza sul confine come Cassius Clay cercando un equilibrio imperfetto.
Scorrendo i messaggi che ho ricevuto ieri da amici e parenti napoletani, uno - consegnatomi alle 1.36 della mattina - riassumeva tutto in cinque parole: "Io penso di essermi innamorata". La curiosità è stata più forte del sonno e, forse ingenuamente, mi sono spinto a domandare chi, che cosa e soprattutto perché quel messaggio, a me, a quell'ora, dal momento che arrivava da una amica tifosa del Napoli che sapevo essere in Piazza Plebiscito almeno dalle 19.30. "Io mi sono innamorata delle persone, mi sono innamorata della fede che c'è verso questo popolo, io amo questo popolo e lo amerò sempre".
Questo sentimento popolare, come recitava il cantore catanese, si è avvertito anche nella città che più di ogni altra ha rappresentato la nemesi per il napoletano: Milano. Vagando nella metro in Piazza del Duomo, lì proprio sotto la dorata Madùnina (emblema meneghino per eccellenza che, nella canzone più famosa a lei dedicata, cita espressamente la dicotomia Milano-Napoli: "A disen la cansun la nass a Napuli / E certament g'han minga tutti i tort / Surriento, Mergellina, tutt'i popoli / I avran cantà almen un miliun de volt / Mi speri che se offendera nissun / Se parlom un cicin anca de num [...] Canten tüti "Lontan de Napoli se moeur" / Ma po vegnen chi a Milan") c'è stata una festa enorme le cui eco pirotecniche si sono sentite in ogni angolo della città.
Ma non solo in Duomo: a Milano i clacson hanno risuonato per le strade indaffarate del venerdì sera e le magliette azzurre si sono viste sfrecciare su motorini con nomi sulle spalle che richiamavano il dieci e un passato lontano ma divino - come mi ha detto il Maestro De Piscopo "lo scudetto più bello è stato il primo con Maradona" - ma anche un tempo recente di marca scozzese. Non solo Milano però. Messaggi, chiamate, fotografie e video mi sono arrivati da Roma, Londra, Bologna, Parigi e tante altre città. Chi non poteva essere a Napoli, chi è emigrato per necessità o per desiderio, chi non è riuscito a tornare ha ricostruito la sua napoletanità mettendola in scena nel mondo dimostrando un orgoglio che non è solo calcistico e sportivo ma identitario di una categoria dell'essere.

Questa è Napoli, questo è essere napoletani e, mi si permetta, ma per chi come me lo è in parte e ha fatto pace con l'esserlo, ma perché il suo spirito è difficile da domare e farlo proprio, si può provare a spiegare, ma in realtà emerge davvero e con la sua forza dalle lacrime che sono scorse in autonomia vedendo quanto accadeva ovunque du di uno schermo in una umida serata milanese su di un autobus tornando a casa.
Dentro al Maradona (Leonardo Salvato)
Napoli a volte è catena e a volte è mania, come solo l’amore più passionale sa esserlo: capace di entrarti fin dentro le viscere e sconvolgerle, tanto da trasformarle e non farle tornare più come prima. Una città che vive e pretende sentimento puro, intero, senza compromessi, e lo è in tutte le sue possibili declinazioni, positive o negative che siano. Lo è nella vita di tutti i giorni, in cui i napoletani sentono il peso di essere custodi di un qualcosa di così grande e così intangibile che ti schiaccia ti porta a fuggire via, quasi fosse vero che “non si può essere felici nel posto più bello del mondo”.
Lo è nell’arte, musa che ammaliò e corruppe il grande Caravaggio, che qui partorì i suoi capolavori ma anche il seme della sua esistenza turbolenta e lo è anche in una forma d'arte volgare come il calcio. Il calcio volgare, qui a Napoli, lo è fino al midollo, e lo è nell’accezione etimologica del termine: appartenente al volgo. Il Napoli è una squadra profondamente e indissolubilmente della gente, che se ne cura come roba propria in maniera intima e personale, come cimelio di famiglia che si tramanda di generazione in generazione, di padre in figlio.
È quindi gioia, sacrificio, passione, a volte anche motivo di sofferenza, di ansia, di paura, di demoni dei campionati passati finiti molto male che si aggirano nelle menti e nei cuori di tutti i fortunati che sono riusciti nell’impresa (e no, non sto esagerando con le parole) di ottenere un biglietto per entrare al Maradona ad assistere da vicino all’ultimo atto di questo folle campionato di Serie A 2024-2025, per spingere insieme il Napoli verso il traguardo o - nella peggiore delle ipotesi - abbracciarsi forte e consolarsi l’un l’altro se qualcosa dovesse mai andare storto, che condividere il dolore lo rende sì più reale, ma più sopportabile da trasportare senza che il peso ti schiacci.
È solo una partita di calcio, ma nel Maradona e nelle sue vicinanze sembra ci si stia avvicinando al D-day, il giorno della verità, in cui si decide in 90 brevi e interminabili minuti tutto ciò che si era preparato con cura, esaltazione, sudore e anche frustrazione nei nove mesi precedenti. Praticamente, un parto.








Una nuova vita che nasce lo fa in un grido, un pianto di liberazione: che resta un pianto, ma è un segno dell’essere lì, di avercela fatta, di essere finalmente venuti al mondo, che i dolori del travaglio non sono riusciti a spezzarti. In una curva assiepata oltre il possibile, quasi come se tutti quei corpi avessero di colpo fatto un patto con la fisica delle particelle per acquisire momentaneamente una nuova natura che consentisse a tutti di essere lì tutti insieme, un incalcolabile numero di anime ha emesso, al minuto 42 della serata, il suo primo vagito.
Quando, dopo i tentativi o andati fuori per questione di centimetri come quello di Raspadori, o andati a sbattere sulla sagoma gigante del portiere Sherri come quelli di Spinazzola e Gilmour, un fiore di Scozia (terra lontanissima e diversissima da Napoli, ma in cui la vita sa essere altrettanto dura) come Scott McTominay è riuscito a inerpicarsi fin dove era giunto il pallone sparato al centro dal sinistro di Politano, costringendo il suo corpo a una postura innaturale pur nella sua grazia e potenza per deviare la traiettoria del pallone facendola finire alle spalle del portiere, l’urlo della gente si è elevato nel cielo di Napoli con quella potenza e quel messaggio.

Perché Napoli è madre, ma anche matrigna, “nemica scoperta degli uomini […] ora ci insidi, ora ci minacci, ora ci assali, ora ci pungi, ora ci percuoti, ora ci laceri, e sempre o ci offendi, o ci perseguiti” come la Natura vista da Leopardi; è una città che ammalia, ma che una volta che ti ha fatto suo sa dare un amore infinito, ma non per questo privo di una componente tossica: che schiaccia, stritola, prevarica, contorce, manda al manicomio, distrugge. Un amore dal quale a volte bisogna anche proteggersi, facendo a patti con la realtà che cuore e fegato sono più importanti del cervello, inteso come razionalità.
Banalmente, un amore del quale bearsi, ma al quale a volte resistere, senza spezzarsi, e trovare delle strategie per farlo, e una di queste è sicuramente un pallone che rotola e undici maglie azzurre come il mare a cui aggrapparsi. Al minuto 42 del primo tempo, il gol di McTominay ha ricordato a tutti che siamo ancora vivi. Sugli spalti ci si abbraccia forte tra sconosciuti, la voce volata via come brezza nella notte, gli occhi spiritati e bagnati dalle lacrime che scendono lungo le guance e si arrestano sulle spalle dei vicini, e ci si sussurra all’orecchio che ormai era fatta, toccava solo resistere.
Il fardello della resistenza ad oltranza lo toglie via Lukaku, gigante d’ebano che ha girato tutta Europa prima di giungere alle pendici del Vesuvio, le spalle larghe abbastanza per caricarsi non solo il povero Yerry Mina che, poverino, si è ritrovato ad arrestare una valanga a mani nude, ma anche tutte le residue paure che qualcosa andasse storto, perché la scaramanzia ti fa si godere il viaggio, ma sempre col pensiero che il tuo treno deragli da un momento all’altra e termini malamente la sua corsa, e le scaraventa in porta dopo una corsa furiosa e implacabile lungo tutta la metà campo avversaria.
Dopo, è solo una lunga attesa al tabellone, ad osservare i secondi che, amici, scorrevano, a contare i minuti che ci separavano dall’inevitabile. Un’attesa lunga e sospesa, tale da non farci quasi rendere conto che, nel frattempo, Neres stava anche per segnare il terzo gol. E poi sono le 22:48: il momento in cui ci siamo accorti che noi, che abbiamo sempre resistito a Napoli e alle sue presenti e mai negate storture, noi avevamo ragione; e che tutti gli altri, a partire dall’amato Paolo Sorrentino, si sbagliavano: si può decisamente essere felici nel posto più bello del mondo.
Anzi, lo si è un po’ di più.
Che la festa cominci. Di nuovo. Anzi: “Ag4in”.
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