
Napoli: paradiso, inferno e ancora paradiso
La storia del quarto scudetto del Napoli non può prescindere dal terzo, ma soprattutto dall'anno orribile che li divide.
La prima serata del 20 febbraio 1987 fu, a suo modo, storica per la televisione italiana: su Rai 2 tornò in onda, dopo una lunga attesa, la fortunatissima trasmissione Portobello, il cui format innovativo per l'epoca ne sancì il clamoroso e apparentemente inarrestabile successo dal 1977 al 1983. Alla guida dello show, nella serata del grande ritorno, c'era lo stesso timoniere delle edizioni precedenti lo stop, Enzo Tortora, che iniziò la serata, dopo aver ricevuto una lunga ovazione, con il celebre: «Dunque, dove eravamo rimasti?».
Il riferimento, per nulla velato, è al famoso "caso Tortora", che vide il celebre conduttore condannato per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico sulla base di accuse rivelatesi poi false e in seguito assolto. Un esempio paradigmatico di malagiustizia che lasciò parecchi strascichi persino sulle condizioni di salute del presentatore (morirà appena un anno dopo la definitiva assoluzione), precipitato per colpe non sue all'inferno e poi, non senza fatica, anzi quasi scalando la roccia liscia a mani nude, risalito fino al posto che occupava prima che gli eventi lo scaravantassero via.
Il 23 maggio 2025, poco dopo le fatidiche 22:48, è giunto il momento della premiazione della squadra vincitrice del campionato di Serie A: ultimo chiamato per la consegna della medaglia, il capitano Giovanni Di Lorenzo si appresta a sollevare al cielo di Fuorigrotta, non più terso per la quantità abnorme di fumogeni e fuochi pirotecnici che hanno appesantito l'aria, la coppa del quarto scudetto conquistato dal Napoli. In quel momento non ha microfoni, e probabilmente l'euforia non gli avrebbe permesso di articolare pensieri diversi dal ruggito di felicità che tutto intorno a lui si levava dagli spalti gremiti del Maradona, ma non si fa fatica a immaginarlo lì, una volta ricompostosi, a riallacciare i fili con il tempo trascorso e solo apparentemente perduto: «Dunque, dove eravamo rimasti?».

Chi ha seguito le sorti del Napoli negli ultimi anni sa che il paragone non è affatto forzato: dal 4 giugno 2023, dopo cioè l'ultima giornata del campionato conclusosi con il terzo scudetto, tutto ciò che ruotava attorno alla squadra campione d'Italia in carica sembrò andare letteralmente in frantumi, in quella che potremmo definire una deflagrazione improvvisa. Prima Spalletti, poi Kim, Lozano ed Elmas: pezzo dopo pezzo la squadra più bella e devastante che il calcio partenopeo ricordi andava sfaldandosi, lasciando la ricostruzione in mano all'improvvisazione, mista ad arroganza, del presidente autoproclamatosi plenipotenziario Aurelio De Laurentiis, che è riuscito nella non facile impresa di sbagliare ogni decisione presa nella gestione del post-scudetto.
Prima la scelta dell'allenatore, affidata a un ipotetico casting neppure particolarmente studiato, visto che (cito quasi testualmente): "Questa squadra può allenarla chiunque"; affidandosi nell'ordine a Rudi Garcia, Walter Mazzarri e Francesco Calzona che, con il dovuto rispetto, sembrano per davvero l'identikit adatto per indicare l'uomo qualunque, se non addirittura quello pescato a caso dal mazzo. Peggio, se possibile, si fa sul fronte calciatori: da Natan a Cajuste fino alle comparse Traoré, Dendoncker e la proverbiale ciliegina sulla torta Jesper Lindstrøm, oggetto misterioso persosi rapidamente nei meandri di Castelvolturno.
Dal momento che la morte arriva spesso in un tripudio di musichette, è proprio tra i proclami del presidentissimo, che addirittura parla di trionfo in Champions, che il Napoli inizia una precipitosa discesa verso l'Inferno: alla 14ª l'ennesima sconfitta casalinga (0-3 contro l'Inter) sa di abdicazione dalla difesa del primato, distante già 11 punti; cinque giornate dopo arriva il giro di boa col Napoli impantanato al nono posto con 28 miseri punti, sconfitto in Supercoppa ed eliminato malamente in Coppa Italia dal modesto Frosinone. Le diciannove giornate successive il Napoli raccoglie ancora meno punti, vedendo allontanarsi piano piano tutte le coppe europee e chiudendo al decimo posto. Nel frattempo, altri protagonisti del terzo scudetto vengono persi per strada: Zielinski non vede rinnovato il suo contratto e si accasa a parametro zero all'Inter; Osimhen invece sì ma è solo un modo per fissare il prezzo del cartellino per il calciatore ormai separato in casa; e anche Di Lorenzo e Kvaratskhelia sembrano ormai con la valigia in mano.
Antonio Conte, annunciato come nuovo tecnico, è la shock therapy di cui questa squadra aveva bisogno: innanzitutto il presidente, che con grande intelligenza impara dai suoi errori, comprendendo che una grande squadra può essere allenata solo da un grande allenatore e costruita da una grande dirigenza (insieme a Conte arrivano un nuovo DS, l'ex Juventus Manna, e un uomo di Conte come Oriali a fare da cuscinetto tra due personalità non semplici da conciliare come il nuovo tecnico e l'istrionico proprietario), ma soprattutto la rosa.
Una rosa che aveva bisogno di una scossa e di una rinfrescata, ma senza il repulisti generale richiesto a gran voce dalla pancia del tifo azzurro. Un restauro più che una rivoluzione, un riordino ragionato anziché un ribaltone affidato al caos, una ristrutturazione intrapresa con la competenza e il raziocinio che solo uno specialista come Conte poteva garantire. Una squadra che aveva bisogno di ritornare sulla terra, con la consapevolezza che nulla le era stato e le sarebbe stato regalato, ma che tutto poteva essere alla sua portata, ma solo a patto di lavorare duro, sudando, soffrendo e sporcandosi le mani.
"Dobbiamo lavorare", dice Conte: una locuzione che fa parte del prontuario standard delle frasi fatte degli uomini di calcio, se mai ne esistesse uno. Lo fa però in napoletano, una lingua che per indicare il lavoro lo fa con una scelta lessicale precisa: non esita sul concetto di attività produttiva finalizzata alla soddisfazione dei bisogni dell'individuo e del collettivo, ma si focalizza sullo sforzo, sulla profusione di energie, sul sudore, perché no anche sulla frustrazione che vengono messe in gioco, tutte chiamate in ballo dalla parola fatica. Se dovessimo cercare un ingrediente della vittoria del Napoli, la fatica sarebbe di certo quello principale, quello che, dall'Inferno, permette il ritorno. Con tutte le altre componenti che possono fare solo da gustoso contorno: certamente importanti per dare sapore, ma che da soli non riempiono di certo la pancia.
La fatica del Napoli di Conte parte dalla retroguardia: i 48 gol subiti nel campionato appena passato sono decisamente troppi per risalire dall'Inferno verso l'alta classifica, e non è un caso che in contemporanea con Conte arrivi a Napoli Alessandro Buongiorno, ex capitano del Torino e stabilmente nel giro della nazionale, distintosi proprio nello scorso campionato come uno dei migliori marcatori della nazione.
Buongiorno, da solo, non basta: con in campo dieci undicesimi dei reduci del disastroso decimo posto arriva un deprimente 0-0 contro il Modena nel primo turno di Coppa Italia, con gli azzurri avanti solo grazie alle parate di Meret ai tiri di rigore.
Ma soprattutto una sconfitta per 3-0 a Verona che fa sbottare Conte, ma soprattutto rompe gli indugi in sede di mercato, consapevoli che senza fatica da parte anche della dirigenza non si sarebbe andati lontano. Mentre Kvaratskhelia, in campo, prende per mano i suoi mettendo lo zampino in tutti i 3 gol con cui il Napoli regola il Bologna alla prima gara casalinga, dal mercato arrivano David Neres a dare profondità e fantasia all'attacco, due precise richieste di Conte come Billy Gilmour per il centrocampo e il suo pretoriano Romelu Lukaku, ma soprattutto arriva, in luogo dell'ex Frosinone Brescianini, con cui c'era anche l'accordo ma alla fine accasatosi all'Atalanta, lo scozzese Scott McTominay.
È l'ultima settimana di agosto, quella che decide le sorti della stagione degli azzurri: non solo per i 26 gol e 13 assist che lo scozzese e il belga hanno portato in dote al Napoli, ma anche perché la presentazione dei nuovi arrivati arriva appena prima di Napoli-Parma: una gara di sofferenza estrema, in cui il Parma va meritatamente in vantaggio; poi un'uscita folle di Suzuki costa l'espulsione a un Parma che ha già esaurito i cambi. Delprato, negli ultimi cinque minuti di partita, da portiere d'emergenza raccoglie dalla rete i palloni messi a segno da Lukaku e Anguissa, mentre un portiere di mestiere come Meret si produce in più di una parata miracolosa per far sì che il risultato non cambi più: è la prima delle sliding doors che caratterizzeranno la stagione del Napoli.
Un Napoli che, come due anni prima, è una squadra in missione, ma in modo diametralmente opposto ad allora: se la banda di Spalletti semplicemente aveva un talento spropositato che non conosceva argini, la squadra di Conte non rifuge la sofferenza ma, anzi, si esalta nella guerriglia come un Vietcong, trova la propria zona di comfort nella resistenza agli assalti, nell'apparente inferiorità colmata dalla tattica, dalle imboscate con il coltello tenuto tra i denti e il machete in mano.
Il percorso che da settembre ha portato fino al trionfo di fine maggio è in un certo senso sempre uguale a sé stesso: lo 0-4 in scioltezza di Cagliari (anche quello non privo di affanni) è un'eccezione alla regola che vuole il Napoli sì vincente - spesso di misura come contro Lecce in casa ed Empoli in trasferta - ma dopo partite che hanno portato con sé indicibili sofferenze e ben più di un patema d'animo ai tifosi. Una squadra schizofrenica, che allunga in vetta il 29 ottobre contro il Milan grazie ai gol di Lukaku e al quinto ed ultimo di Kvaratskhelia, ma che pochi giorni dopo viene sonoramente bastonata dall'Atalanta, senza mai trovare la sicurezza che una fuga in solitaria riesce a dare, ma difendendo con le unghie e con i denti la vetta dagli assalti dell'Inter, che non va oltre l'1-1 nello scontro diretto a San Siro.
Si diceva fosse una fase di assestamento, in cui prendere le misure, prima di migliorare anche sotto l'aspetto della brillantezza del gioco e della rotondità dei risultati: dopo la sconfitta romana contro la Lazio, il Napoli sembra confermare questa tesi, inanellando ben sette vittorie consecutive: alcune bellissime (come lo 0-3 del Franchi), altre di cruciale importanza (il 2-3 di Bergamo contro l'Atalanta, ma anche il 2-1 in rimonta contro la Juventus, al termine di un secondo tempo in cui forse i partenopei hanno giocato il loro miglior calcio).
Altre ancora di pura sofferenza, come l'1-0 casalingo col Venezia firmato Raspadori, così dolcemente simile alla vittoria, giunta con stesso risultato e stesso marcatore, di due anni prima contro lo Spezia. La realtà, però, sarà diversa: a gennaio le sirene parigine seducono Kvaratskhelia, privando il Napoli del suo uomo simbolo e di maggior talento, senza che in sua vece non arrivasse nessuno, se non Noah Okafor - già ai margini del Milan ed evidentemente molto lontano dalla forma fisica ottimale - all'ultima ora di mercato, anch'egli precipitato nello stesso buco nero nel quale finì Lindstrøm l'anno precedente.
Cosa volete che sia l'addio di Kvaratskhelia per una squadra che sta ritornando dall'Inferno? In questa circostanza di estrema difficoltà il gruppo squadra del Napoli compie il vero capolavoro, compattandosi ancora di più attorno all'idea di poter raggiungere il bersaglio più grosso di tutti, addirittura credendoci più dei tifosi, invertendo un rapporto tra sogno e razionalità che normalmente è sempre l'opposto.
Un Napoli che, settimana dopo settimana, ingranaggio mancante dopo ingranaggio mancante, costellata da infortuni che privano Conte prima di Buongiorno - che praticamente salterà tutto il girone di ritorno - poi di Neres, che nel frattempo aveva trovato la sua dimensione come sostituto del georgiano - e infine le defezioni momentanee ma importanti a rotazione di Olivera, Spinazzola, Anguissa, Lobotka, persino di Juan Jesus (scopertosi con sorpresa di tutti un ottimo rincalzo) che costringe Olivera a reinventarsi difensore centrale per le ultimissime partite della stagione - si trasforma sempre di più in una squadra di lavoro sporco e duro, di lotta, di resilienza, dalla volontà di ferro.
Una volontà di ferro che contagia tutti, i titolari ma soprattutto i gregari: si è a lungo imputato a Conte una gestione dei minuti piuttosto avara nei confronti degli esclusi dall'undici iniziale, che avrebbe affaticato oltremodo i titolari sempre più costretti agli straordinari tra infortuni e squalifiche varie che riducevano le alternative a disposizione dell'allenatore, ma che soprattutto avrebbe rischiato di far sentire tagliati fuori dal progetto gli esclusi. Eppure, la realtà dei fatti però dice che Raspadori ha chiuso a quota sei reti, tutte arrivate dopo dicembre, quando l'assenza di esterni offensivi ha indotto il tecnico ad affidarsi alla seconda punta ex Sassuolo in tandem con l'inamovibile Lukaku, molte delle quali decisive come quella, già citata, contro il Venezia, o quella da calcio di punizione nella complicata trasferta leccese.
Inoltre, la firma del gregario per eccellenza, Philip Billing, arrivato in sordina dal Bournemouth durante il mercato di gennaio, viene apposta nel momento più difficile e più importante della stagione: un Napoli a secco di vittorie da quattro turni, e reduce da una sanguinosa sconfitta a Como, ospita l'Inter capolista, che chiude il primo tempo in vantaggio; la reazione rabbiosa del Napoli nella ripresa trova il suo compimento a tre minuti dalla fine, quando il centrocampista danese segna quello che è il gol più pesante della sua carriera, che permette ai suoi di restare in scia a -3 dai rivali.

Il Napoli ha dimostrato, così come il suo tecnico, una cocciutaggine senza pari, proseguendo senza distrazioni lungo la strada da lui stesso tracciata, fatta di difesa ermetica (che ha fatto registrare il miglior dato assoluto in termini di gol subiti nei principali campionati europei), un gioco che non ha incontrato il palato fine di tutti, pareggi indigesti ma utili e vittorie sporche e di misura. Un Napoli che, come il calabrone del celebre aforisma che non potrebbe volare eppure se ne frega e vola lo stesso, sembra sempre troppo poco, lì lì in bilico sul ciglio del burrone, pronto a precipitare.
Eppure, il Napoli è stato anche una squadra audace, incapace di mollare, che anche quando sembrava k.o. riusciva ad avere un ultimo sussulto, a risollevarsi con la forza della disperazione di chi ha scalato l'Inferno e che non vuole ritornarci proprio quando è ben avviato sulla via del ritorno da esso. E, come dicevano i latini, la fortuna aiuta gli audaci, e lo fa attraverso vie imperscrutabili, servendosi di eroi minori che sembrano non entrarci nulla in questa storia, ma che alla fine si rivelano pedine decisive per altre decisive sliding doors.
Un Napoli messo su alla bell'e meglio a causa delle tante assenze forzate non incide in casa del fanalino di coda Monza, ma quasi per caso arriva il gol decisivo di McTominay, che in acrobazia sfrutta un'uscita incerta di Turati; ma mentre le polemiche sulla prestazione, tra un casatiello e una pastiera, ancora imperversavano un'altra acrobazia, questa volta di Orsolini, ferma l'Inter in quel di Bologna, permettendo l'aggancio. La situazione, una settimana dopo, è completamente ribaltata: l'Inter, questa volta in campo prima del Napoli per gli impegni europei, cade ancora, questa volta con la Roma grazie al gol di Soulé, mentre il Napoli regola senza patemi per 2-0 il Torino, grazie alla doppietta del solito McTominay.
Nel giro di otto giorni, il Napoli si trova da -3 a +3 sull'Inter, e con un calendario che stavolta arride agli azzurri, ma che ancora una volta ci mettono del proprio: in casa col Genoa gli azzurri non vanno oltre il pari, vedendo ridursi il margine a un solo punto; margine che resiste anche dopo il pareggio a reti inviolate con il Parma, al termine di una serata schizofrenica che erge il laziale Pedro a eroe cittadino.
In un momento sì di esaltazione, ma in cui l'ansia la faceva da padrone in tutto l'ambiente, prima della decisiva Napoli-Cagliari è McTominay a predicare la calma e a trasmettere fiducia a una squadra che aveva dimostrato di essere forte, si era scoperta a pezzi e adesso si riscopre fortissima, e che forse ha ancora qualche difficoltà a gestire i momenti: anche nella gara decisiva, in cui il Napoli gioca pure bene, con l'intensità e la grinta giusta per conquistare il titolo, lo spettro dell'ansia si fa sempre più concreto, visto che l'Inter trionfa contro il Como, come da copione.
Come da copione, ci pensano prima McTominay e poi Lukaku, i due uomini più attesi, quelli sui cui corpi il Napoli ha fondato la sua supremazia su un campionato lontano anni luce dalla fisicità della Premier League che ha plasmato il belga e lo scozzese, più che un passepartout col quale aprire tutte le difese avversarie dei carri corrazzati sopra le quali passare senza troppi fronzoli.

Il resto della gara è solo un lungo countdown fino al verdetto: il Napoli è campione d'Italia; per la quarta volta nella sua storia, a meno di due anni dell'ultima volta. Lo fa snaturando, per lo meno in parte, un paradigma che la squadra aveva immesso nel proprio DNA negli ultimi dieci anni di calcio, a partire da Benitez fino a Spalletti. Un paradigma fatto di palleggio e colpi di fioretto, che un anno di inferno hanno trasformato in sciabole e brutalità quasi marziale.
Per chi è stato all'Inferno, uscirne è fondamentale, costi quel che costi: e ben venga un campionato conquistato così, punto a punto, episodio dopo episodio, di eroe in eroe, fino all'ultimo minuto. Un campionato, come detto da più parti, diverso da quello, magnificente, di due anni fa: ma chi lo ha detto che un titolo del genere, sudato ed emozionante, conquistato con orgoglio e sacrificio, passione e resilienza, con in mezzo un passaggio all'inferno e ritorno, non possa essere altrettanto bello?
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