
Red Dead Redemption(e) Inzaghi - München Wir Kommen #2
Da Red Dead Redemption ad Alexis Sanchez: una storia tutta interista su come nascono i demoni e le loro ossessioni.
Avete mai giocato alla serie di Red Dead Redemption? Se la risposta è no, lasciate immediatamente tutto ciò che state facendo, persino la lettura di questo pezzo, e prendetevi un mese di ferie dalla scuola, dall'università, dal lavoro o dalla pensione per giocare a due dei più grandi capolavori della storia dell'arte videoludica. Se la risposta invece è sì, allora due cose: innanzitutto converrete sicuramente con me sull'assoluta perfezione dei due giochi e sull'opportunità del mio entusiasmo senza mezzi termini; in secondo luogo avrete di certo una buona confidenza col personaggio di Dutch Van der Linde, ovvero il villain del primo capitolo della saga e uno dei personaggi principali del sequel del 2018.

Dutch è il capo di una banda di fuorilegge idealisti e ribelli, che cercano di fuggire il più possibile lontano dalla civiltà e dall'industrializzazione che, alla fine dell'Ottocento, stava rapidamente travolgendo e sfigurando le terre vergini degli Stati Uniti occidentali. Un po'gangster, un po' santone e un po'padre di famiglia, Van der Linde guida i suoi uomini alla ricerca di una vita libera e genuina, lontano dal governo, dalle ciminiere e dalla società. Per farla breve, Dutch è il prototipo dell'uomo carismatico, del leader capace di creare in modo profondo e istantaneo un rapporto di empatia e fiducia con chi decide di seguirlo, d'istigare nei suoi uomini una fiducia cieca e irrazionale. Dutch è, insomma, l'uomo della provvidenza.
O, se preferite, un uomo demoniaco. Un uomo disposto a sacrificare tutto e tutti, ben oltre i concetti di razionale e irrazionale, per raggiungere i suoi obiettivi. Perché, come ogni uomo che flirta con il potere assoluto, Dutch ha un'ossessione ed è questa a motivarlo e guidarne ogni singolo passo verso il baratro. Mentre tutto comincia ad andare molto male, proprio quando alla sua gang sarebbe servito un leader razionale e ancorato alla realtà, Dutch decide che per fuggire dalla legge e dalla civilizzazione la cosa migliore da fare sarebbe stata quella di andare a Tahiti, più o meno a ottomiladuecento chilometri di distanza dai luoghi in cui è ambientato il videogioco.
E Tahiti rimarrà sempre il suo obiettivo, il suo cruccio, il suo pensiero, la sua ossessione. Ne verrà fuori un uomo folle ma anche disposto a tutto. Un uomo che forse sa benissimo che non potrà mai ottenere ciò che vuole, semplicemente perché non ci sono le condizioni e le possibilità, ma che nonostante ciò trae dalla questa ossessione la sua forza e la volontà di lottare. Dutch è un uomo con un piano folle ma con l'incondizionata fiducia nella riuscita dello stesso, un profeta che chiede ai suoi seguaci la fede e che la ottiene proprio perché è talmente convinto del suo piano folle che alla fine potrebbe pure funzionare. Fino all'inevitabile e tragica conclusione.
Facciamo un triplo salto carpiato, verso la realtà, verso la contemporaneità e verso la città di Liverpool. Otto marzo duemilaventidue. Ad Anfield Road va in scena l'ottavo di finale di ritorno tra i padroni di casa guidati da Jürgen Klopp e i Campioni d'Italia in carica dell'Inter. Una sfida di assoluto prestigio, che pone di fronte due delle squadre più interessanti del panorama europeo. Ma è anche un confronto dal destino apparentemente già segnato visto che tre settimane prima, a Milano, Firmino e Salah nel finale di partita avevano stroncato le resistenze nerazzurre con un uno-due che, apparentemente, aveva posto la parola fine ad ogni discorso sul passaggio del turno.
Eppure in Inghilterra la squadra d'Inzaghi affronta l'impegno di ritorno con un piglio inaspettato. La partita la fanno i padroni di casa, come del resto era prevedibile, che vanno spesso vicini alla rete del vantaggio. Ma l'Inter non sembra essere disposta ad accettare passivamente il ruolo di agnello sacrificale né il suo destino da prossima eliminata. E quando le sfuriate degli reds lo permettono, i nerazzurri provano a contrattaccare. Del resto, Simone Inzaghi lo aveva più volte ripetuto nei giorni precedenti: a Liverpool l'Inter ci sarebbe andata per provare ad ottenere il passaggio del turno, in un modo o nell'altro.
La squadra ci crede, come il suo allenatore, ma è davvero difficile anche solo immaginare di prenderli sul serio. Il risultato dell'andata pesava come un macigno, le assenze dell'acciaccato Dzeko e dello squalificato Barella limitavano ulteriormente il piano partita del tecnico ex Lazio e, sopratutto, gli avversari erano davvero forti, troppo forti per pensare di batterli in casa con una vittoria che doveva essere abbastanza ampia da permettere la qualificazione ai Quarti di Finale, un traguardo che in Champions League mancava da undici anni.
Eppure l'Inter ci crede sul serio, spinta dal suo allenatore che sembra davvero pensare di poter compiere l'impossibile o forse, ancora peggio, l'impensabile. Una persona normale, un allenatore perfettamente logico e razionale di fronte ad avversari inaffrontabili e ad un passivo da rimontare così netto potrebbe semplicemente decidere di arrendersi e salvare il salvabile, ovvero l'onore, la dignità. Andare a Liverpool sperando di non prendere la più classica delle imbarcate, e nulla più.

Ma Simone Inzaghi non non appartiene a nessuna delle due categorie, e i tifosi dell'Inter lo cominciavano a capire. Per lui la sconfitta dell'andata poteva essere ribaltata anche perché, in fondo, era arrivata in modo rocambolesco e non pienamente meritato da una squadra che, seppur a tratti, aveva duellato ad armi pari con il Liverpool, aveva sprecato occasioni importanti con Dzeko e Calhanoglu e si era trovata in svantaggio per colpa di una carambola che aveva beffato Handanovic.
Il senso di ingiustizia e l'idea che solo il caso cinico e beffardo avesse potuto frapporsi tra l'Inter e i Quarti di Finale di Champions League aveva avuto un impatto profondo sulla prospettiva del tecnico di Piacenza. Il ritorno diventa così un'occasione di riscatto collettiva e personale, il momento in cui vendicare un torto che aveva rovinato un piano partita e un sacrificio di squadra ben congeniati. E uno.
Ma il doppio confronto con il Liverpool non si svolgeva in un vuoto atemporale. Mentre Inzaghi si crucciava di come farla a Klopp, attorno a lui le cose cominciavano a disgregarsi, a cadere a pezzi, a crollare con tempismo e precisione, questa volta sì, davvero diabolici. Perché a turbare il sonno e le speranze dei tifosi interisti, più della sfida con gli inglesi, era la corsa Scudetto che li vedeva contrapposti in una volata punto a punto con i cugini del Milan. Una squadra forse meno forte dei nerazzurri, ma che aveva dimostrato un carattere travolgente e, soprattutto, era riuscita ad entrare nella mente dei rivali cittadini, diventandone lo spauracchio in campo e fuori.
Undici giorni prima della gara d'andata contro il Liverpool c'era stato Giroud. C'era stata la seconda sconfitta peggiore di tutta la gestione Inzaghi, sicuramente quella che più di tutte ha lasciato un'impronta indelebile nella legacy d'Inzaghi e nel rapporto tra l'allenatore e una tifoseria che successivamente ha imparato a stimarlo e ad amarlo ma che, forse, non ha mai perdonato fino in fondo il peccato originale gravissimo di aver perso in dieci minuti uno Scudetto che sembrava vinto, per giunta contro gli avversari più odiati e mal sopportati.
Dalla seconda rete di Giroud, la stagione dell'Inter prese sempre più le sembianze di un lunghissimo psicodramma. L'impatto emotivo di una sconfitta tanto inaspettata quanto decisiva paralizzò una squadra che, da quel momento, finì vittima di una spirale a tratti autodistruttiva. Tra febbraio e marzo, gli uomini d'Inzaghi collezionano sette punti in sette partite, una media decisamente meno divertente del celebre film con Pozzetto e Verdone e sicuramente insufficiente per pensare davvero di vincere un campionato in volata. Nel giro di poche settimane l'Inter, che per tutto il girone d'andata aveva espresso un calcio divertente ed efficace e sembrava avviata al back to back, si ritrovò a rincorrere, a non essere più artefice del proprio destino.
In Champions League le cose però stavano in modo diverso. La sconfitta dell'andata contro il Liverpool pesava, è vero, ma in fondo il risultato poteva ancora essere ribaltato. Sarebbe servita una prestazione senza precedenti e forse non sarebbe comunque bastata, ma almeno, in quei novanta minuti ad Anfield, l'Inter tornava ad essere padrona di sé stessa, a dipendere solo ed esclusivamente dal proprio risultato e dalle proprie forze. Sembrava ed era un'idea folle ma, mentre tutto cadeva a pezzi, forse un'impresa folle era proprio ciò che serviva a quella squadra ferita e impaurita per rimettere le cose a posto, per riscattare un'onta che l'Inter aveva accusato più di quanto si potesse pensare. E due.
In realtà la fine di tutte le cose che era apparentemente seguita alla doppietta di Giroud non era altro che la prosecuzione naturale del processo d'implosione che, per tutti e in primis per i suoi tifosi, l'Inter sembrava aver intrapreso appena due giorni dopo aver conquistato il suo diciannovesimo Scudetto. L'Inter che partiva per l'Inghilterra era figlia della sconfitta immeritata dell'andata e della disastrosa corsa al primo posto in campionato, certo. Ma, soprattutto, era figlia del ridimensionamento un po'voluto e un po'subito dalla società nel corso dell'estate.
Gli addii di Christian Eriksen, Achraf Hakimi e Romelu Lukaku avevano fatto da contorno alla partenza di Antonio Conte, padre putativo di quella squadra e grande condottiero che, in pieno stile italiano, aveva preferito abbandonare la nave al primo segno di tempesta. Al suo posto era arrivato in fretta e furia Inzaghi, con l'aria da Conte dei poveri che col suo 3-5-2 avrebbe dovuto provare a tenere insieme i cocci di una squadra ridimensionata e triste, smarrita, spaesata, sedotta e abbandonata, ferita.
Di fronte all'alto tradimento di Conte, quale occasione migliore per Barella, Bastoni, Lautaro e tutti gli altri "figli" del tecnico salentino per dimostrare a lui, a loro stessi e al mondo il grave errore che aveva commesso? La rivincita morale del gruppo doveva arrivare proprio lì, dove con Conte non ci sarebbe probabilmente mai arrivato, ovvero in una fase ad eliminazione diretta della Champions League. Era quella contro il Liverpool la partita da vincere per dimostrare di essere migliori.
Ed era quella la partita che avrebbe potuto permettere a Inzaghi di dimostrare di essere diverso da Conte. Se lo Scudetto era ormai diventato una chimera, la dimensione europea diventava un valore aggiunto da conquistare per un allenatore che, più di ogni altra cosa, aveva bisogno di legittimazione. Andare avanti in Champions League significava affermare la propria diversità, la propria autonomia, il diritto ad essere migliori e ugualmente legittimi davanti ai critici e ai tifosi. E tre.
Diventa facile così capire l'ossessione che l'Inter, a partire dal suo allenatore, aveva sviluppato nei confronti di una partita che doveva essere una semplice formalità ma che era col passare dei giorni diventata un punto di svolta per un intero gruppo, un momento che avrebbe definito il carattere, le prospettive, gli obiettivi e la dimensione di quella squadra. Un'ossessione capace di crescere man mano che quella partita diventava l'ultima spiaggia di un'intera stagione, mentre tutto attorno crollava in modo tragico e fragoroso. Un'ossessione che aveva il sapore di rivincita e riscossa, un'ossessione che si rafforzava più la sua riuscita diventava illogica, impensabile, irrealistica.
Poi, succede tutto nel giro di due minuti. La meravigliosa rete di Lautaro Martinez che sblocca la gara di Anfield accende le incandescenti speranze del popolo e interista e sembra dare ragione d'esistere ad un sogno e al suo profeta. Il cartellino rosso di Alexis Sanchez riporta tutti con i piedi per terra e ridimensiona quel sogno che sembrava a portata di mano, svestendolo dei panni onirici e rivelando il fatto che si trattava semplicemente della solita ossessione, che aveva cercato di mettersi in incognito e ingannare la buona sorte.
Ma l'Inter aveva trovato la sua dimensione. Nella sconfitta amara, Barella e compagni si ritrovavano ad essere più a loro agio a sfidare i giganti europei sulle note enfatiche dell'inno della Champions League piuttosto che a sfidare le piccole italiane nei weekend di provincia. Quella sera a Liverpool comincia la storia di una squadra che in Champions League cambia volto e mentalità, che dimentica limiti mentali, tecnici e tattici per provare a vendicare i torti subiti dal destino e a riaffermare sé stessi davanti al mondo.
Ma quella sera, davanti agli ormeggi del porto di Liverpool, comincia anche la lunga rincorsa di Simone Inzaghi alla sua Moby Dick, alla sua Tahiti. Come Dutch Van der Linde, il Demone di Piacenza ha un'ossessione irrazionale e seducente e una schiera di giovani proseliti pronti a seguirlo fino all'abisso, verso un finale che appare tragico e inevitabile. Che non farà altro che rafforzare l'ossessione di catturare quella maledetta balena bianca.
Qui potete leggere il primo articolo della serie: Una limonata amara - München Wir Kommen #1
Ti potrebbe interessare
Dallo stesso autore
Newsletter
Iscriviti e la riceverai ogni sabato mattina direttamente alla tua email.














