
Xabi Alonso metterà in ordine il Real Madrid?
Riuscirà Xabi Alonso a imporre il suo rigore a un Real Madrid abituato a volare sulle ali della libertà?
Ci sono momenti in cui la carriera di una persona prende una direzione precisa, come se fosse già scritta dal destino. Xabi Alonso, oggi, si trova esattamente lì: nel punto di svolta tra ciò che è stato e ciò che sarà. Ha appena salutato il Bayer Leverkusen dopo aver scritto una pagina di storia che andrà ben oltre gli annali sportivi. Una squadra imbattuta, dominante, costruita con l’eleganza e il rigore dei grandi architetti del pallone.
Ora però il futuro si chiama Real Madrid. Arrivano conferme sul ritorno nelle vesti di allenatore dell’ex centrocampista spagnolo. Ma Madrid, per lui, non è solo una destinazione professionale. È un luogo di memoria, un richiamo emotivo. Lì ha vissuto cinque stagioni da architetto silenzioso del centrocampo. Ora può tornare al Santiago Bernabéu non più da regista, ma da comandante.
Il legame tra Alonso e il club è profondo. Da giocatore è stato un riferimento imprescindibile per il centrocampo madridista. Da allenatore, può tornare dopo aver forgiato un'identità tattica precisa e vincente in Germania. E lo fa in un contesto, quello del Real, che è tanto glorioso quanto esigente.
Il Real Madrid è da sempre un paradosso in equilibrio: una squadra capace di dominare l’Europa senza mai cedere completamente al rigore tattico, sopravvivendo spesso grazie alle fiammate individuali più che a una struttura di gioco consolidata. La stagione appena trascorsa lo ha dimostrato ancora: Ancelotti ha guidato una squadra fondata sulla libertà creativa, sul talento fluido e sull’improvvisazione ispirata. Ma dietro la magia, il Madrid ha spesso mostrato fragilità, soprattutto contro avversari capaci di costruire con ordine.
È in questo vuoto che si inserisce Xabi Alonso. Il suo calcio è, per molti versi, l’antitesi dell’approccio attuale: struttura, disciplina, automatismi. Dove Ancelotti lascia spazio all’ispirazione, Alonso organizza; dove uno si affida al genio, l’altro incastona quel genio dentro un sistema. Il vero interrogativo, allora, è se il Real Madrid, con la sua storica predilezione per il caos vincente, sia pronto a farsi modellare da un’idea. O se sarà Alonso a dover piegare — almeno in parte — i suoi principi al DNA anarchico del Bernabéu.
Per comprendere appieno lo Xabi Alonso allenatore, bisogna osservare il suo Bayer Leverkusen non solo nei numeri, ma nel ritmo. Non ha semplicemente vinto: ha comandato. La sua idea di calcio fonde armonia e brutalità tattica, istinto e ragione. Il primo segno distintivo sta nella costruzione dal basso, mai fine a sé stessa: un invito consapevole alla pressione, per poi trafiggere con verticalizzazioni chirurgiche. Il modulo di partenza è un 3-4-2-1, ma ridurlo a uno schema sarebbe limitante. Il suo Leverkusen è stato un organismo fluido, capace di mutare forma restando sempre se stesso.
Il pallone è stato gestito con autorità e scopo. Ogni rotazione serviva a generare superiorità, a liberare lo spazio giusto per l’uomo giusto. E poi c’era il momento chiave: la perdita del possesso. Lì si vedeva davvero la mano dell’allenatore. Il Leverkusen reagiva con un gegenpressing feroce ma lucido, in cui ogni movimento sembrava preordinato. Un sistema che univa il pensiero posizionale della scuola spagnola al rigore metodico di quella tedesca. Il risultato? Una squadra adulta, matura, che ha imposto il proprio calcio con ritmo, intelligenza e coraggio.
Nel Real Madrid di quest’anno, al contrario, l’altalena tra genialità individuale e organizzazione collettiva è stata costante. Nonostante i risultati, le crepe difensive sono state evidenti. La pressione alta non è mai stata sistematica, l’intensità difensiva intermittente. E questo ha permesso agli avversari di avanzare con troppa facilità.
L’approccio di Xabi Alonso, in questo contesto, rappresenta una potenziale rivoluzione. Il suo Leverkusen ha saputo difendere con intelligenza e recuperare palla con una coordinazione quasi scientifica. Ogni transizione negativa era affrontata con reattività e struttura, mai con improvvisazione. La vera sfida sarà vedere se saprà convincere le stelle del Madrid a sposare un sistema che richiede rigore e sacrificio, senza però tarpare le ali alla creatività che rende unico questo club.

Prendiamo Jude Bellingham. Il suo dinamismo, la capacità di inserirsi e fare la differenza nelle due fasi lo rendono il candidato ideale per diventare il “nuovo Wirtz” nel sistema di Alonso. Ma servirà trovare il giusto equilibrio tra libertà e disciplina per esaltarne il potenziale. Mbappé, invece, sarà la sfida più affascinante. Il suo talento non si discute, ma potrà adattarsi a un calcio che chiede pressing, movimenti senza palla e rigore posizionale? La sua definitiva consacrazione passa anche da qui.
Vinícius Jr. e Rodrygo offrono armi tattiche preziose. Vinícius, in particolare, ha dimostrato di saper fare pressing, ma spesso in modo scollegato dal contesto. Con Xabi Alonso, dovrà imparare a leggere meglio lo spazio e il tempo. Se ci riuscirà, potrebbe diventare letale in entrambe le fasi.
Cosa succederà ad Arda Güler, Camavinga e Tchouaméni? Il trio rappresenta una delle eredità più intriganti della rosa madridista, ma anche una sfida tecnica. Güler, talento raffinato e cerebrale, ha mostrato lampi di genialità, ma per interpretare il ruolo di Wirtz alla Alonso — tra le linee, in zona di rifinitura — dovrà crescere fisicamente e imparare a giocare in spazi più aperti, soprattutto in fascia. Oppure potrebbe essere rimodellato in chiave più arretrata: è pensabile un suo impiego come centrocampista basso, regista in una mediana a due?
E Camavinga? Il suo potenziale è enorme, ma è ancora troppo incostante nel primo possesso. Ha la tecnica, ha il passo, ma ha davvero la lettura giusta per guidare una costruzione strutturata? E Tchouaméni? Può diventare quel giocatore capace di rompere le linee con il passaggio, oltre che con l’interdizione? Sono interrogativi che Alonso dovrà sciogliere, anche in base alla disposizione e all’equilibrio del sistema complessivo.
E ora che Trent Alexander-Arnold è ufficialmente un giocatore del Real Madrid, si apre un’altra questione centrale: quale sarà il suo ruolo? In che modo sarà coinvolto nella fase di costruzione dal basso? Sarà il terzo centrale nella prima linea (l’opzione meno indicata), o agirà più avanzato come regista ibrido tra le linee? Quanto del suo gioco in verticale potrà essere usato per far avanzare la palla al centro? Come verrà gestito il suo contributo nel terzo finale, dove la sua creatività può diventare un’arma imprevedibile, ma anche una responsabilità difensiva?
Infine, Federico Valverde. Da anni gioca ovunque e ovunque funziona. Ma in cosa è davvero perfetto a centrocampo? È un equilibratore, un incursore, un mediano con licenza di attaccare o un esterno a tutto campo? Finora ha riempito i vuoti del sistema. In un contesto più definito come quello di Alonso, può emergere una versione nuova — o definitiva — del suo calcio?
La sfida più grande, però, sarà quella gestionale. Xabi Alonso conosce il Real Madrid, ma non ha ancora vissuto la pressione di dover governare un gruppo di superstar dal carisma ingombrante. Al Bernabéu non basta proporre idee: bisogna farle accettare. Florentino Pérez crede in lui, ma sa anche che altri allenatori dal profilo tattico preciso — Benítez, Lopetegui, Pellegrini — non hanno trovato fortuna. Ancelotti e Zidane, al contrario, hanno vinto lasciando campo libero ai talenti.

Ecco perché l’arrivo di Alonso rappresenta una scommessa identitaria. Il club accetterà un cambiamento verso il calcio di sistema? I giocatori risponderanno alla richiesta di maggiore disciplina e coordinazione collettiva? Alonso ha dimostrato che si può vincere mettendo il gruppo al centro, senza sacrificare la qualità dei singoli. Ma per riuscirci a Madrid servirà qualcosa in più: una gestione umana all’altezza del talento che lo circonderà.
Come disse Julian Nagelsmann in tempi non sospetti: "Il 30% del mestiere di allenatore è tattica, il 70% è competenza sociale". Sarà lì che si deciderà il destino di Alonso. Se riuscirà a convincere i suoi giocatori che il collettivo può esaltare l’individuo, il Real Madrid potrà davvero entrare in una nuova era. Un’era in cui il talento non galleggia sul caos, ma respira dentro una forma.
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