
Al Giro d'Italia è pieno di bandiere palestinesi
Le prime tappe del Giro sono state costellate da manifestazioni pro-Palestina, anche per la presenza di Israel-Premier-Tech.
Il Giro d’Italia 2025, giunto alla sua 108ª edizione, è partito quest’anno da Durazzo, in Albania, segnando una prima volta storica per la Corsa Rosa. Dopo tre tappe oltre Adriatico, la carovana ha attraversato il sud Italia, da Lecce a Napoli, toccando città e borghi tra storia e bellezza naturale. Questi primi nove giorni di gara sono stati dominati il danese Mads Pedersen della Lidl-Trek, vincitore di tre tappe, ex maglia rosa e attuale maglia ciclamino.
Tappe che ci hanno regalato più di qualche emozione, non ultima l'inattesa maglia rosa indossata dall'italiano Diego Ulissi al termine dell'ottava tappa (anche se solo per un giorno), e qualche indicazione in più su chi potrà giocarsi la vittoria finale con il duo della UAE Team Emirates composto dallo spagnolo Juan Ayuso e il messicano Isaac Del Toro - attuale leader della generale e della classifica giovani, leggermente favoriti rispetto al resto della concorrenza.
In questi giorni, però, oltre le tappe, le fughe e le volate, a far notizia sono state le immagini che ci sono giunte dalle strade: decine, centinaia di bandiere palestinesi sventolanti lungo il percorso, appese ai balconi, issate ai margini delle strade, agitate con decisione da mani giovani e anziane.
Un gesto che, nella sua semplicità, ha assunto un significato profondamente politico. Perché, mentre i ciclisti affrontano chilometri su chilometri, curve e salite, il pubblico che li guarda si interroga (o si dovrebbe interrogare) sul ruolo dello sport, sulla libertà di espressione, e sul diritto a esprimere la propria solidarietà.
Il Giro è da sempre molto più di una gara ciclistica. È un evento popolare, diffuso, che attraversa fisicamente il Paese, coinvolgendo ogni anno milioni di spettatori lungo le strade e davanti agli schermi. Ma è anche uno spettacolo televisivo globale, con una forte componente simbolica e culturale. Ed è proprio questa dimensione visiva e narrativa al centro dello “scontro” tra chi vuole portare la propria solidarietà al popolo palestinese e chi, invece, vuole censurare tutto questo a difesa di interessi economici e politici.
Le proteste che hanno accompagnato le prime tappe italiane del Giro d’Italia 2025 si concentrano principalmente sulla presenza della squadra ciclistica Israel-Premier Tech. Si tratta di una formazione israeliana iscritta al World Tour, sponsorizzata anche dall’italiana Cantina Fantini, già oggetto di critiche negli anni passati per il suo sostegno a questo progetto. La partecipazione della squadra è vista da molti come parte di una più ampia strategia di sportwashing: l’uso dello sport per promuovere un’immagine positiva di Israele all’estero, nonostante le sue politiche militari e di occupazione nei territori palestinesi, e in particolare nella Striscia di Gaza, siano sempre più duramente condannate anche da organizzazioni umanitarie, ONG e istituzioni internazionali.
Fondata nel 2014 con il nome di Israel Cycling Academy, la squadra è nata con l’obiettivo dichiarato di sviluppare il ciclismo in Israele, offrendo un’opportunità agli atleti locali di emergere nel circuito professionistico. La vera svolta però arriva con l’ingresso di Sylvan Adams, imprenditore e miliardario israelo-canadese, che non solo ne ha finanziato l’espansione, ma ne ha anche trasformato l’identità, portandola fino al livello World Tour nel 2020. Adams è una figura chiave nel progetto: si definisce “ambasciatore non ufficiale” di Israele e ha spesso dichiarato apertamente di considerare la squadra come uno strumento per promuovere il paese in un’ottica “positiva, progressista e moderna”.
Non è un caso che proprio Adams abbia avuto un ruolo centrale nell’organizzazione della partenza del Giro d’Italia 2018 da Gerusalemme, la prima volta in cui un Grand Tour è iniziato fuori dall’Europa. In quella occasione, come in molte altre, lo sport è stato usato come vettore simbolico e narrativo per riposizionare l’immagine internazionale di Israele, evitando ogni riferimento al contesto politico e militare che, nel frattempo, si faceva sempre più drammatico.

La presenza della squadra Israel-Premier Tech nelle competizioni internazionali non è mai stata neutra. È una forma evidente di propaganda. Non dovrebbe stupire, quindi, che si siano moltiplicate le manifestazioni, le bandiere palestinesi lungo il percorso e le richieste di boicottaggio. Una mobilitazione che funziona come dimostrano alcune strategie difensive messe in campo dalla squadra israeliana: tra queste, l’uso di divise di allenamento senza alcun riferimento a Israele e la scelta, in certe occasioni, di ridurre al minimo la visibilità nazionale. Una decisione che sembra confermare, paradossalmente, l’effetto contrario a quello desiderato: se l’obiettivo era normalizzare la presenza israeliana al Giro, la necessità di occultare simboli e bandiere dimostra quanto essa sia invece percepita come controversa.
Sylvan Adams, da parte sua, ha ribadito più volte la sua visione. In un’intervista dell'anno scorso ha affermato: “La nostra squadra al Tour de France raggiungerà quello che io chiamo la maggioranza silenziosa, i tifosi sportivi apolitici, che apprezzeranno il messaggio di pace e sportività che IPT porta alle nostre gare”. Ma è proprio questo presunto messaggio neutrale a essere contestato da chi ritiene che non si possa essere neutrali di fronte a un genocidio. La bandiera palestinese che sventola lungo le strade del Giro non è, per chi la espone, un gesto contro il ciclismo o contro l’evento, ma un modo per gridare al mondo intero che non si può far finta di niente mentre in Palestina si muore ogni giorno.
Così nel corso delle tappe italiane, da Matera a Potenza, da Lecce a Napoli, passando per Tagliacozzo, la bandiera palestinese è diventata protagonista. Un popolo di spettatori che ha scelto di non essere solo pubblico, ma anche soggetto politico che afferma il proprio punto di vista sulle strade del Giro.
Il dibattito che si è creato attorno alla presenza della Israel Premier Tech, infatti, ha messo in luce una questione più ampia: il rapporto tra sport, politica e libertà di espressione. In un’epoca in cui le competizioni sportive sono diventate vetrine globali, ogni presenza è carica di significato. Per questo, le proteste che stanno caratterizzando le tappe del Giro non sono semplici episodi isolati: sono l’espressione di un conflitto reale, che corre parallelo a quello sulla strada.
A fare da contraltare alla mobilitazione popolare è stata la risposta repressiva da parte delle autorità. In diverse località, la polizia ha chiesto - o per meglio dire imposto – la rimozione delle bandiere palestinesi esposte su balconi o a bordo strada. In alcuni casi si è parlato persino di minacce di denuncia, con il pretesto di “evitare strumentalizzazioni politiche” o “garantire la neutralità dell’evento”.
A Putignano, ad esempio, le forze dell’ordine si sono presentate alle abitazioni dei residenti per intimare la rimozione delle bandiere. A Napoli, durante la sesta tappa, piccoli gruppi di manifestanti sono stati circondati e allontanati dalle aree più visibili alla diretta TV. C'è chi è stato anche identificato per il solo fatto di avere con sé una bandiera della Palestina. E secondo alcune segnalazioni, sarebbero state date istruzioni esplicite alle troupe televisive di non inquadrare simboli legati alla causa palestinese.
La polizia fa togliere la bandiera della Palestina dal balcone: “Deve passare il Giro d’Italia” È successo a Putignano (Bari), in Puglia: a denunciarlo Sofia Mirizzi, proprietaria della casa. https://t.co/1N4G44EXMC
— Oss Repressione (@OssRepressione) May 14, 2025
Un atteggiamento del potere politico e di quello mediatico che dovrebbe spingerci a riconsiderare il concetto di neutralità. È davvero neutrale uno spazio pubblico in cui non si può esprimere solidarietà per un popolo vittima di un genocidio? È apolitico un evento che include una squadra il cui Stato di riferimento è accusato di gravi crimini contro l'umanità?
Il discorso sullo sport come zona franca dalla politica è da tempo superato dai fatti. Le Olimpiadi boicottate durante la Guerra Fredda, i pugni alzati dei Black Panthers a Città del Messico o le proteste di diversi atleti in favore della comunità LGBTQI+ ce lo dimostrano. Lo sport è un’arena pubblica in cui si combattono anche battaglie simboliche. In questo senso, il Giro d’Italia non fa eccezione. Anzi, diventa lo specchio di un mondo che non può più ignorare le connessioni tra ciò che accade in strada e ciò che accade nel mondo. La presenza della Israel Premier Tech, lungi dall’essere solo sportiva, si carica inevitabilmente di implicazioni politiche.
La rimozione delle bandiere palestinesi è un goffo tentativo di contenere il dissenso, di nascondere quella parte di paese che non è d'accordo con le scelte governative. La bandiera palestinese, in questo contesto, diventa l’emblema di una lotta che ha superato i confini geografici, un richiamo alla giustizia e al rispetto dei diritti umani. Portarla per strada, in questi giorni, è un atto politico, ma anche una rivendicazione di umanità. Una presa di posizione che dice: non possiamo guardare altrove. Una solidarietà trasversale, che attraversa città e generazioni, unita dal rifiuto dell’ingiustizia.
In un mondo in cui il potere politico vuole trasformare ogni evento in un’occasione apparentemente neutra e patinata, vedere una bandiera palestinese sventolare lungo una strada del nostro Paese è un atto rivoluzionario. Significa dire che lo sport non può essere separato dalla realtà. Che la libertà non è concessa, ma praticata. E che ogni balcone può diventare tribuna, ogni marciapiede palcoscenico di una coscienza collettiva.
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