
Cronaca di una retrocessione annunciata
La retrocessione della Sampdoria in Serie C è uno shock, ma a guardarsi indietro certamente non una sorpresa.
Il 13 maggio 2025 intorno alle 22 l’agonia della Sampdoria si è conclusa nel modo più triste e tragico: la retrocessione in Serie C, per la prima volta in 79 anni di storia blucerchiata. Esito doloroso e umiliante - ma non certo sorprendente - di una stagione iniziata male già in estate e proseguita peggio, di un percorso anticlimatico che ha costretto i tifosi sampdoriani a esplorare, settimana dopo settimana, un ampio ventaglio di emozioni: speranza, gioia, rabbia, delusione e rassegnazione.
Questa retrocessione ha ricordato, più che un collasso o una deflagrazione, la cosiddetta tortura cinese della goccia, uno stillicidio a cadenza irregolare ma continua a cui la vittima, bendata e legata mani e piedi, non è in grado di reagire. Con il senno di poi, la stagione della Sampdoria era cominciata con segnali preoccupanti, primissimi sintomi di un male profondo, cronico, forse contagioso.
Dopo un 2023/2024 in parte deludente ma salvato per i capelli da un buon girone di ritorno culminato con la qualificazione ai playoff, in molti speravano che la società proseguisse il cammino intrapreso, consolidando ciò che di buono era stato fatto e dando l’avvio a un progetto di medio-lungo termine, per quanto necessariamente low cost viste le difficoltà finanziarie e l’onda lunga dell’affaire Ferrero che costringevano a un mercato a somma zero. Invece, è accaduto esattamente l’opposto.
A giugno la società ufficializza l’arrivo di Pietro Accardi nel ruolo di direttore tecnico, esautorando di fatto Andrea Mancini, che da direttore sportivo passa a semplice collaboratore, che un paio di mesi dopo – si dice proprio a causa del rapporto complicato con il suo nuovo “superiore” – saluta, ringrazia e se ne va, diventando collaboratore di Deco a Barcellona. Questa scelta al momento era sembrata un upgrade. Accardi infatti veniva da otto anni ricchi di soddisfazioni a Empoli, era stato fatto il suo nome per sostituire Giuntoli a Napoli e conosceva bene l’ambiente genovese avendo giocato alla Samp dal 2006 al 2011. Invece si è rivelata il primo grave errore, il primo passo verso il baratro.
L’avvicendamento tra Mancini e Accardi ha quasi certamente avuto un ruolo nel mancato rinnovo dei prestiti di diversi tra i migliori giovani della stagione precedente (Stankovic, Darboe, Ghilardi, Salvatore Esposito, Álvarez), nella cessione di Leoni al Parma e sulla rivoluzione senile della rosa blucerchiata, invecchiata dai 23,6 anni di media del 2023/2024 ai 27,8 del 2024/2025. Soprattutto, però, l’arrivo di Pietro Accardi mina la fiducia in Andrea Pirlo e la stabilità del gruppo squadra – a cui l’anno precedente erano mancate tante cose ma di certo non l’unità d’intenti – e lo si nota già dall’inspiegabile ritiro a Jena, al centro della Germania.
I calciatori vengono portati per due settimane in un’anonima cittadina della Turingia, immersa in un caldo torrido e lontana più di mille chilometri dai propri tifosi, che si trovano a dover accettare tale assurdità senza che né Manfredi né Accardi diano alcuna spiegazione, come d’altronde accadrà per tutto l’anno. L’atmosfera è già tesa: a quanto risulta Kasami e Alex Ferrari vengono alle mani durante una partitella, si succedono infortuni uno dopo l’altro, Pirlo è in attesa di nuovi innesti ma né Manfredi né Accardi si fanno vedere in ritiro per prendere in mano la situazione o, quantomeno, calmare le acque.
Ad agosto, tuttavia, i tifosi possono godere ancora di belle speranze. La rosa è sì invecchiata e forse disfunzionale in alcuni ruoli, ma gli acquisti sono importanti e dimostrano che l’ambizione della Samp è di tornare immediatamente in Serie A. Arriva Coda, secondo miglior marcatore di sempre della Serie B; Tutino, forse il migliore attaccante della stagione passata; arriva Romagnoli, un vero specialista in promozioni, oltre a Ghidotti, Bellemo e Ioannou, titolari del Como neopromosso in A e a una serie di giovani in prestito: Akinsamiro, Sekulov e Veroli su tutti.
L’avvio di campionato, però, non è dei migliori. Dopo aver battuto ai rigori il Como in Coppa Italia, il Doria fa un solo punto in tre partite perdendo in casa contro la Reggiana e facendosi recuperare in situazione di vantaggio – cosa che accadrà spessissimo durante tutto l’anno – da 1-2 a 2-2 a Frosinone e da 1-2 a 3-2 dalla Salernitana. La squadra è spaesata, terribilmente fragile, si scioglie alle primissime difficoltà e sembra incapace di gestire la tensione. Soltanto nelle prime tre partite si sono viste una papera gravissima del portiere Vismara al suo esordio da professionista, un gol regalato da un improvvido passaggio all’indietro di Vieira e la prima delle otto (!) espulsioni stagionali.
Il pubblico mormora, dà la colpa a Pirlo e Accardi non ci pensa due volte. Il Maestro esonerato, “ha fallito” dichiarerà il DT in un’intervista. Al suo posto Andrea Sottil. Nuovo allenatore, sostanzialmente stesso andazzo.
Qualche buon risultato arriva anche se con il contagocce – unica, enorme, soddisfazione il derby di Coppa Italia vinto – ma l’atteggiamento tattico e la condizione atletica e mentale della squadra peggiora inesorabilmente. Girano voci di litigi continui nello spogliatoio, addirittura di risse, proprietà e dirigenza continuano ad essere poco presenti a Bogliasco e quasi del tutto assenti nei rapporti con l’esterno, con i media, con i tifosi. Dopo 12 partite, 16 punti fatti e un mediocre 14° posto in classifica, il 5-1 a Sassuolo dell’8 dicembre costa l’esonero anche a Sottil.
Accardi al suo posto chiama Leonardo Semplici, reduce da diverse esperienze deludenti, che si rivela essere l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Nel mercato di gennaio la squadra viene rivoluzionata ancora, cambiando praticamente tutto l’undici titolare. Alcuni senatori come Kasami e Borini, che avevano contratti onerosi e – si dice – un pessimo rapporto con il DT, vengono messi fuori rosa per spingerli alla cessione, creando un clima ancora più teso e straniante a Bogliasco e privando la squadra di alcuni dei giocatori potenzialmente più forti. Semplici non è in grado né di dare una direzione tattica né di trasmettere garra, senso di appartenenza o quantomeno un’espressione rabbiosa sul viso dei giocatori che dia ai tifosi un misero, ma davvero misero, contentino.
Per arrivare alla prima vittoria, contro il Cosenza ultimo in classifica, ci vogliono ben sei partite. Alla settima arriva il bis contro il Modena, ma non ci sarà mai un tris: nelle sette gare successive, quattro pareggi e tre sconfitte e un clima di generale depressione. La società, ormai da anni in balia degli eventi, continua a essere quasi del tutto assente – un’indagine di Josimar nel frattempo mette in luce rapporti poco chiari tra la Sampdoria, il presidente Manfredi e i suoi finanziatori singaporiani – se non per comunicare decisioni radicali: dopo Pirlo e Sottil, anche Semplici viene mandato alla ghigliottina.
Questa volta, però, anche colui che finora aveva fatto il ruolo del boia diventa condannato a morte. Pietro Accardi viene allontanato dall’incarico (non licenziato, ricordiamo che in estate firmò un triennale da 500’000€!) e al suo posto torna – incredibile ma vero – Andrea Mancini. Con lui, la terza rivoluzione in pochi mesi. Una rivoluzione populista, pensata ad hoc per provare a trasmettere alla squadra un senso di sampdorianità, di attaccamento alla maglia, sfruttando l’esperienza della migliore Sampdoria di sempre per provare a salvare in extremis la peggiore Sampdoria di sempre. Il nuovo allenatore sarà Alberico Evani, il suo vice Attilio “Popeye” Lombardo, dietro le quinte l’eminenza grigia Roberto Mancini. La Genova blucerchiata è entusiasta.
Certo, sono tutti consapevoli sia una mossa della disperazione, un all-in tentato da una società allo sbando, acclamata come salvatori della patria appena due anni fa e ora a un passo dal baratro. Chi meglio dei sampdoriani, però, per provare a salvare la Sampdoria, pensano in molti. Chiamare un traghettatore alla Iachini, un Mazzarri, promuovere l’allenatore della Primavera (già retrocessa) sarebbe stata una mossa più azzeccata? L’arrivo di Evani, Mancini e Lombardo, comunque, inizialmente sembra dare dei risultati.
I tifosi si infiammano, prima della partita con il Cittadella un corteo di un migliaio di persone accompagna la squadra allo stadio e dentro Marassi l’atmosfera è caldissima, gli spalti pieni fino all’ultimo posto disponibile. La Samp gioca male ma lotta con una grinta vista poche altre volte nelle ultime due annate e, alla fine, riesce a portare a casa tre punti fondamentali. L’entusiasmo, però, scema rapidamente. La partita dopo è un’orrenda sconfitta a Carrara, poi due scialbi pareggi contro Cremonese e Catanzaro.
All’ultima in casa, contro la Salernitana, Marassi è di nuovo una bolgia e in campo si rivede l’atteggiamento della vittoria con il Cittadella. Arrivano altri tre punti, un nuovo lumicino di speranza. Ci si gioca tutto all’ultima giornata – che doveva essere la 34° ma nel frattempo era morto un Papa – in casa di una Juve Stabia che non si gioca nulla.
Come è andata a finire, lo sapete già tutti. Una Sampdoria terrorizzata, con la tremarella alle ginocchia, che non riesce a segnare nemmeno in una partita in cui gli avversari sembrano fare di tutto per scansarsi. Il tiro moscio e centrale di Mbaye Niang. Il cronometro che scorre. Zero a zero. I tre fischi dell’arbitro, le lacrime (di coccodrillo) dei giocatori, quelle di Attilio Lombardo in panchina, quelle dei 500 sampdoriani circa che hanno fatto centinaia di chilometri per essere a Castellammare un martedì sera di maggio e quella di tutti noi tifosi a casa, sul divano. Parafrasando una celebre frase di Paolo Mantovani, citata oggi anche da Roberto Mancini:
"I tifosi della Sampdoria hanno perso a Wembley e hanno cantato, hanno visto una retrocessione in Serie C e hanno cantato. Finché i tifosi della Sampdoria canteranno non ci saranno problemi per il futuro."
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