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Inter limonata
, 16 Maggio 2025

Una limonata amara - München Wir Kommen #1


Il viaggio dell'Inter verso Monaco di Baviera comincia da Colonia e da una limonata troppo indigesta.

When life gives you lemons, make lemonade. Non c'è proverbio più in grado di esprimere tutta la carica ottimista di una concezione della vita così contaminata dal volontarismo capitalistico, eppure così apparentemente gioviale e innocente. Una frase che potreste trovare stampata sulle borracce termiche delle vostre compagne di corso in università, o sulle immagini Whatsapp che vostra zia Nenetta vi manda ogni domenica.

Solo che i limoni - è il bello di ogni proverbio che si rispetti - possono essere identificati con qualsiasi cosa, persino con l'accidente più drammatico e imprevedibile del calcio moderno: l'Europa League. Se la vita ti dà l'Europa League, tu prova a vincerla.

Se Antonio Conte nell'estate 2020 fosse stato il protagonista di quei film americani melensi che si trasmettono in Italia sotto Natale, probabilmente questa sarebbe stata la frase che l'aiutante avrebbe pronunciato alla fine del primo atto, dopo la rottura dell'equilibrio e l'inizio del Bildungsroman vero e proprio. Come sarebbe il romanzo di formazione di Antonio Conte?

Sono domande per un altro racconto, per un'altra meditazione. Nell'agosto 2020 Conte e con lui tutta l'Inter che aveva accuratamente plasmato l'estate precedente, si ritrovano per le mani un'Europa League diversa da tutte le altre. Il semplice riferimento alla data basta a riportare alla mente che cosa era stato quel 2020 e, nel nostro piccolo, cos'era stata per il calcio quell'estate fatta di partite di campionato a notte fonda, stadi deserti e giocatori improbabili alla ribalta.

In qualsiasi altro momento, l'Inter di Conte avrebbe probabilmente lasciato a marcire quei limoni in fondo al cesto della frutta. In qualsiasi altro momento, l'Inter avrebbe affrontato quell'impegno europeo con la stessa sensazione di fastidio e irritazione che si prova quando vi mettete a letto dopo una giornata di duro lavoro e all'improvviso vi ricordate che non avete portato fuori la spazzatura. Se quella stagione a suo modo irripetibile si fosse conclusa secondo le trame canoniche, l'Inter di Conte avrebbe detto Auf Wiedersehen all'Europa League con appena un pizzico di freddezza, liberandosi dall'impiccio per concentrarsi meglio sulla rincorsa alla Juve di Sarri e alla Lazio di Inzaghi.

Tabellino Inter-Getafe, Ottavi di Finale Europa League 2019/2020, Ritorno, 12 marzo 2020 (andata 0-0)

Inter (3-5-2): Padelli; Godin, Ranocchia, Bastoni; Moses, Borja Valero, Agoumé, Eriksen, Biraghi; Esposito, Sanchez; All. Conte

Getafe (4-4-1-1): Soria; Olivera, Exteita, Djené, Suarez; Cucurella, Arambarri, Timor, Nyom; Maksimovic; Mata; All. Bordalas Risultato 0-1, Marcatore: Arambarri ('15 pt)

E invece no. Una farfalla sbatte le ali a Wuhan e Antonio Conte si ritrova per l'unica volta nella sua vita (finora) costretto a prendere seriamente una competizione che fino a quel momento era stato il simbolo di tutto ciò che poteva essere trascurato e sacrificato. Il lockdown e la sospensione del calcio europeo per tre mesi aveva costretto la UEFA a ripensare l'intera struttura dei calendari, forse in modo più logico e appropriato di quanto non lo fossero prima e non lo siano stati dopo.

Finite i campionati e poi pensiamo alle coppe. Così, tutto insieme, de botto. Le perdite di tempo infrasettimanali si trasformano in un unico, enorme impegno, difficile da evitare nascondendolo sotto il tappeto del calendario insostenibile.

La sera del 26 luglio, la Juventus di Sarri, batte 2-0 la Sampdoria, si laurea Campione d'Italia con una giornata d'anticipo, lasciando l'Inter di Conte al palo con un pugno di mosche, una caterva di promesse disattese, d'illusioni infrante e i nervi a fior di pelle.

Quella non era solo e semplicemente l'Inter di Conte, ma anche quella di Lukaku, l'acquisto più costoso della storia del club, arrivato dal Manchester United per €74 mln l'estate precedente. Ma anche quella di Barella, Bastoni, Sanchez, Godin, Sensi, di Eriksen arrivato a gennaio dal Tottenham. Una squadra forgiata a immagine e somiglianza del suo allenatore e a suon di milioni sborsati da una proprietà che aveva deciso che quello era il momento giusto per investire, al di là delle proprie possibilità.

Quella era, forse soprattutto, l'Inter che usciva in modo netto e univoco dalla banter era post Triplete. Il biennio di Spalletti aveva riportato l'Inter in Champions League e ridato dignità a una squadra che aveva accumulato nel decennio precedente più figuracce (nazionali e europee) che trofei, ma era passato lasciando la sensazione di un'Inter fragile e destinata a un ruolo di secondo piano, potendo ambire a qualificazioni per la Champions sempre e immancabilmente all'ultimo minuto.

Quell'Inter trasudava invece volontà di potenza, ambizione, competitività, ricchezza. Ma non era tutto merito dei soldi: allenata da un tecnico vincente, la rosa dell'Inter aveva in sé un nugolo di giocatori entusiasmanti, che permettevano di sognare qualcosa di più della dignità e del 4° posto. Giovani di prospettiva come Barella, Lautaro Martinez, Bastoni e Skriniar: si poteva finalmente pensare di aprire un ciclo. Campioni come Lukaku, Godin ed Eriksen: si poteva pensare addirittura di fare qualcosa d'impensabile e insperato fino a qualche mese prima. Tipo vincere un trofeo.

La squadra era forte. Poteva vincere, doveva vincere. Ma le cose non andarono proprio così. Tutto cominciò ad andare per il verso sbagliato a dicembre, quando l'ultima vittoria a San Siro del Barcellona condannò l'Inter all'eliminazione dalla Champions League e alla retrocessione in Europa League, che per gli interisti era inscindibile sinonimo di banter era, quella che tutti si auguravano di aver messo alle spalle. Poi arrivò la bandiera bianca in campionato, ben prima delle peripezie estive imposte dal lockdown, della traversa di Gagliardini e della sconfitta col Bologna.

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Musa Juwara ha 23 anni e gioca al Velje, in Danimarca.

Tra fine febbraio e inizio marzo, l'Inter aveva perso in casa di Lazio e Juventus, concludendo la sua partecipazione alla corsa Scudetto prima che il calcio di luglio, l'incipienza della Juventus e la rosa corta della Lazio la facessero rientrare senza vera convinzione. Nel frattempo, il Covid. La catastrofe finanziaria aveva travolto un club che proprio 6 mesi prima aveva scelto di aprire un ciclo espansivo imponente ma dalle fondamenta d'argilla e aveva esacerbato il rapporto già tesissimo tra Conte e la dirigenza.

Conte non aveva voglia di tornare a sedersi al tavolo dei ristoranti da €100 con solo una banconota da €10 in tasca. La prospettiva di uno stop agli investimenti sul mercato e l'esasperazione per il modo in cui l'Inter era fuoriuscita con mollezza e ignominia dalla lotta Scudetto rendevano l'addio del tecnico salentino una questione solo da formalizzare.

La vita, nella forma delle regole UEFA, aveva però dato all'Inter dei limoni. Tutta la società, dal primo dirigente all'ultimo magazziniere, avrebbe forse preferito rimanere a digiuno, invece di avere nelle mani quei maledettissimi limoni. Ma che fare? Le alternative erano 2: fare di quell'Europa League l'ultimo bagliore di un amore che, come scriverebbe Maurizio Costanzo, appena nato era già finito, oppure trascurarla e fare di quell'inedita fase finale organizzata in Germania il simbolo di un fallimento costosissimo e rumoroso nel silenzio degli stadi vuoti?

Non fu una decisione immediata e consapevole. Si cominciò piano, battendo il Getafe 2-0, in una partita più aperta di quanto oggi potremmo aspettarci, decisa dallo strapotere fisico di Lukaku, da un rigore sbagliato da Jaime Mata e da un sorriso di Eriksen. Ma sai che...

Poi fu la volta del Bayer Leverkusen, temibile, guidato da Kai Havertz ma steso da una interno punta di Barella e, forse in modo un po' ripetitivo, dall'atletismo impareggiabile di Romelu Lukaku. Era iniziata come vacanza in Germania, ma pian piano l'Inter non può far altro che prenderci gusto. ...quasi quasi noi...

In semifinale arriva lo Shakhtar Donetsk, ma non c'è davvero storia. L'Inter esprime tutta la superiorità fisica, tecnica e tattica di cui era capace una squadra che ora non poteva più nascondersi, che si trovava troppo vicino a un traguardo storico e simbolico per tirarsi indietro. Finisce 5-0 e per i mesi successivi quella partita rimarrà a presidio dell'idea sbagliata che lo Shakhtar si potesse battere senza particolari patemi. Però intanto, l'Inter era arrivata in finale. ...potremmo pure provare a vincerla?!

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L'Inter che arriva alla finale contro il Siviglia è la squadra più forte del torneo, forse una delle migliori del panorama europeo. La costruzione dal basso orchestrata da Conte riempie di meraviglia gli occhi di tifosi e commentatori, le transizioni sono micidiali, il centrocampo con Barella e Brozovic è un concentrato di tecnica e dinamismo, la LuLa raggiunge vette di affiatamento sconosciute ad altri tandem d'attacco.

Tutto è apparecchiato per compiere il destino manifesto dell'Inter opulenta e poderosa costruita da Conte, Marotta e Suning, che mette finalmente fine al decennio dell'ignominia e rilancia il buon nome dell'Internazionale sul palcoscenico mondiale. A inizio stagione le ambizioni erano ben diverse, ma quando la vita ti dà dei limoni, devi farne la miglior limonata possibile. E quell'Inter ce la stava facendo.

I tifosi nerazzurri si ricorderanno del senso d'invincibilità che accompagnò la vigilia della finale. Il tifo interista ne aveva passate davvero tante negli anni precedenti, in un continuo di delusioni e figuracce alternate da brevi lampi di riscossa e da delusioni e figuracce ancora peggiori.

Dopo il Derby di Pato c'era stato lo Schalke 04 e poi il Novara e poi il Tottenham e poi Belfodil e poi la doppietta di De Ceglie e poi Kongdobia e Montoya e poi De Boer, il Crotone e l'Hapoel Beer Sheva e poi il gol di Higuain e poi il caso Icardi.

Dopo un decennio così e un percorso travolgente il lieto fine ci doveva essere per forza, quello che riscatta la sofferenza, giustifica il sacrificio e ricompensa il merito.

Vincere diventa un diritto concesso dall'alto, il giusto premio, il risarcimento: la mistica ci accompagna e ci legittima più di ogni altra possibile rivale.

A tutto ciò si aggiungeva il peso emotivo e psicologico del lockdown appena trascorso. Per molti, quella finale rappresentava la prima vera occasione di spensieratezza dopo mesi in casa, con l'attesa per i bollettino dei contagi della Protezione Civile o per le conferenze stampa di Giuseppe Conte. E allora la Coppa alzata nel cielo di Cologna da Handanovic sarebbe stata una liberazione anche dalle scorie mentali della clausura forzata, l'emblema di una ripartenza da festeggiare in compagnia.

In modo accidentale e inaspettato, certo, ma per la prima volta dopo 9 anni l'Inter tornava a essere ad una sola partita dal conquistare un trofeo. La vita le aveva dato dei limoni e lei ne stava facendo limonata.

Solo che non tutte le limonate vengon bene, dolci e dissetanti. Ce ne sono anche di amare, per colpa dei limoni forse, o per colpa di chi ha dimenticato di aggiungerci lo zucchero. Quella che la doppietta di Luuk de Jong e l'autorete di Lukaku costrinsero l'Inter a trangugiare era amara. La squadra più forte, la squadra che se lo meritava di più. Tutto vero. Eppure ad alzare la Coppa furono Jesus Navas, Ever Banega e Suso, in una sorte di contrappasso che avrebbe fatto accapponare la pelle anche allo stesso Dante Alighieri.

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Non era bastata l'epica né crederci, volerlo e meritarlo di più. Rimaneva una finale giocata dopo stagioni di depressione tecnica e emozionale: in fondo non tutto andava buttato via e quella sconfitta arrivava al termine di un percorso che era comunque un segno di crescita e la base per il futuro.

Un futuro che avrebbe sicuramente avuto Barella, Bastoni, Lautaro e De Vrij come protagonisti e che avrebbe permesso loro di spremere tanti altri limoni, più succosi e freschi di quelli avuti per le mani in quell'insolita estate 2020. Ma che non per forza avrebbero dato una limonata buona e dolce, la limonata che avrebbero sperato.


Qui potete leggere il secondo articolo della serie: Red Dead Redemption(e) Inzaghi - München Wir Kommen #2.

  • Classe '99, pugliese come il panzerotto e l'abusivismo edilizio. Ha studiato a Bologna, dove si è laureato in giurisprudenza, e soffre per l'Inter. Ama farneticare di calcio e cinema, quasi quanto fare oscuri riferimenti alla storia o alla politica. Ha sul comodino una sua foto con Barbero e l'autografo di Mcdonald Mariga.

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