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Milan Bologna Coppa Italia
, 15 Maggio 2025

Milan-Bologna 0-1, Considerazioni Sparse


Il gol di Ndoye vale la storia: il Milan è battuto, la Coppa Italia è del Bologna di Vincenzo Italiano.

51 anni dopo, riecco il Bologna. Tanto distava l'ultimo trofeo vinto dai felsinei, volendo glissare dal particolare torneo Intertoto conquistato nel 1998. Nel lontano '74, mentre la Lazio di Chinaglia vinceva il suo primo scudetto, gli emiliani raccoglievano la loro ultima grande vittoria. Dieci anni dopo l'ultimo dei sette scudetti, quattro anni dopo la prima vittoria di quel titolo nazionale istituito nel 1922, la bandiera Giacomo Bulgarelli, oramai agli ultimi scampoli della sua infinita militanza in rossoblù, alzava una coppa che suo malgrado voleva dire la chiusura di una lunga era sportiva. Lì finiva una storia dello Squadron, e ne iniziava un'altra. Una storia ben più travagliata, fatta di cadetteria, di doppie retrocessioni fino alla C1, di fatica a mantenere la Serie A. Storia magari illuminata d'improvviso dalla fiamma di Roberto Baggio, ieri custode della coppa nel suo ingresso sul terreno dell'Olimpico. Una storia che oggi sembra anch'essa alle spalle: l'anno scorso con la storica partecipazione alla Champions, quest'anno con questo sigillo. Dopo mezzo secolo d'attesa, il Bologna si siede di nuovo al tavolo delle grandi. E Lorenzo De Silvestri, che non sarà un bolognese doc, che non sarà cresciuto nel vivaio, che non ha vinto uno scudetto e non sarà stato una bandiera a vita all'ombra delle Due Torri come Bulgarelli, è comunque un altro capitano che, al tramonto della carriera, alza una trofeo in quel di Bologna ed entra nella storia sportiva della città.

Poi c'è il Milan. Lo sconfitto senza ormai più alibi. Forse poteva dar l'idea, con una vittoria del titolo che bissava quella della Supercoppa Italiana e beandosi dei ripetuti sgambetti fatti all'Inter nei derby stagionali, di salvare se non la stagione almeno la faccia. Quantomeno, con la Coppa Italia in tasca (trofeo che ai rossoneri manca da oltre vent'anni) si poteva mettere al sicuro una partecipazione alle coppe continentali, seppur nella versione smart dell'Europa League. Invece niente. Resta solo l'ennesima prestazione non da grande squadra quale il Milan oggi non è più, e un campionato che, per sperare ancora nell'Europa, passa di nuovo dalla trappola dell'Olimpico (domenica c'è proprio la Roma, a +3 dai rossoneri). Roba da non dormire sereni. In fondo, forse per un Milan autore di una stagione sgangherata con picchi ai limiti del vergognoso (il riferimento va alla gestione della guida tecnica e ai suoi avvicendamenti), è meglio così. Meglio non avere scuse, dopo i sigari di Supercoppa.

Nel piccolo grande capolavoro del Bologna c'è tanto del suo allenatore, Vincenzo Italiano. Arrivato in una squadra reduce da un'impresa, e orfana di alcuni elementi centrali di quella cavalcata verso l'Europa (compreso il suo predecessore Thiago Motta), Italiano la fa sua rapidamente e la riplasma secondo la sua volontà. Il tecnico di Karlsruhe conferma soprattutto la sua grande capacità di docente: un allenatore in grado di trasmettere in poco tempo i suoi principi di gioco al gruppo a disposizione, dote tanto preziosa quanto spesso sottovalutata nei ragionamenti sugli uomini che occupano le panchine. E con un Bologna oramai pienamente suo e non più "quello di Thiago Motta", riscuote pegno, dopo tre annate faticose e piene di delusioni finali in quel di Firenze. Riscuote pegno sulle narrazioni distorte e sulle opinioni approssimative, sugli scaricabarile e sulla nomea denigratoria di "allenatore integralista", ieri dimostratosi anche abile non solo nella preparazione ma anche nella lettura della gara. C'è infatti un dettaglio che aiuta il Bologna a vincere la partita, un correttivo a vantaggio ottenuto che butta fuori dalla partita un Milan tatticamente mai stato brillante quest'anno: il passaggio alla difesa a tre al 69' per continuare a intasare quel corridoio centrale ossessivamente cercato dal Milan, senza per questo modificare l'approccio difensivo impostato su pressione intensa e baricentro sempre alto. Correttivo, lettura della situazione. Non snaturamento, non rinuncia alla propria identità di squadra.

In quel dell'Olimpico la partita è stata a dir poco nevrastenica, con due squadre che vogliono fare e strafare e cadono facilmente preda dell'ansia e degli errori; due squadre partite subito forte, con il Diavolo vicinissimo al gol dopo pochi minuti (prima Jimenez che impatta malissimo di testa, poi Skorupski si salva con vibes da Dudek a Istanbul 2005) e il Bologna che, una volta rotto il ghiaccio, si scioglie nei suoi soliti ritmi asfissianti; ma anche due squadre via via sempre più aggressive e rissose, con il culmine polemico di fine primo tempo che finirà per amplificare all'infinito le fisiologiche tensioni della gara. Poco ordine, tanto caos. Il Milan, che pur ha dato prova di sguazzarci nel caos in questa tribolata stagione, invece va in confusione totale in occasione del gol-partita di Ndoye, mattatore della corsia mancina. Episodio che sposta la bilancia in favore della squadra probabilmente (e fa strano dirlo) più matura e (non fa strano dirlo) vogliosa di vincere. La reazione rossonera c'è ma è estemporanea, e il Bologna non è mentalmente quello battuto nell'anticipo di campionato a San Siro. I rossoblù, ridisegnati in campo dai cambi - perfino prematuri all'apparenza - di un agitatissimo Italiano, fanno arenare sul nascere i tentativi di costruzione della squadra di Conceição.

A poco servirà al Milan metter dentro via via tutta la sua costosa batteria di avanti, come abbandonare il 343 per varare un 4231 ultraoffensivo, culminato fino al doppio centravanti (l'improbabile capocannoniere del torneo Abraham, accanto a Gimenez già entrato per un ectoplasmatico Jovic) nel finale. I tentativi di attacco rossonero si impantanano tutti nel corridoio centrale nel quale il Bologna mantiene una costante superiorità numerica e atletica, e la squadra di Italiano è brava a orientare il possesso in tal senso tramite il pressing. Il Milan avrebbe forse avuto bisogno di ampiezza, di spinta dalle corsie laterali, ma soprattutto di lucidità per riprendere il filo della partita. Tutte cose che non trova mai, quasi aspettando l'episodio senza mai davvero propiziarlo. Come quasi sempre, è molto difficile che 11 giocatori anche se singolarmente più forti battano una squadra. E anche all'Olimpico vince non l'11 dalle individualità (forse) migliori, ma quello che indubbiamente ha dimostrato di essere una grande squadra.

  • Scribacchino di calcio maschile e femminile. Fiorentina o barbarie dal 1990. Evidenzio le complessità di un gioco molto semplice.

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