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Bologna Coppa Italia
, 15 Maggio 2025

Cosa significa la Coppa Italia vinta dal Bologna


Un viaggio nella memoria emotiva del Bologna, dei suoi tifosi e delle sue tifose.

Non è così lontano dall’immaginario, stereotipato ma molto realistico, pensare a una scena di questo tipo: Bologna, esterno, giorno, il sole la cui luce arriva limpida e non opacamente padana, che si fa strada tra le fronde di qualche albero ai bordi della strada i cui rumori sono morbidi e radi. All’ombra di qualche tendaggio rosso porpora, su cui il tempo e le intemperie hanno usato non troppa gentilezza, di un bar con quell’insegna così Bologna, così ghirriana nel design, sotto l’egida di case i cui mattoni riflettono la meravigliosa estetica dell’edilizia popolare con la sua standardizzazione britannica e non brutalista, due umarells che dinanzi allo Corriere dello Sport “Stadio”, intenti nella lettura dei tantissimi articoli parlottano tra loro, vestiti coi loro gilet multitasche, dicendosi più o meno:

T’arcordet l’ultma vôlta?” (Te la ricordi l’ultima volta?)

Me aera un cinnazz, e a soun andè a ster da pster chi zugadur arrivvessen in Piaza Mazaur” (Ero un bimbo e andai ad aspettare i giocatori che arrivassero a Piazza Maggiore)

Non è difficile disegnare questa scena perché, come racconta Pier Paolo Pasolini, durante una riunione di redazione della celebre rivista letteraria “Officina”, fondata da Roberto Roversi, dallo stesso Pier Paolo Pasolini e da Francesco Leonetti, scoprirono che tutti e tre la mattina del 7 giugno del 1937 avevano saltato la scuola per andare a festeggiare i giocatori del Bologna di ritorno alla Stazione Centrale dopo aver vinto il giorno prima il Torneo Internazionale dell’Expo di Parigi.

Eh sì, perché il glorioso Bologna FC era da ben 51 anni che non apriva la bacheca dei trofei, impolverato quel tanto che basta a far tossire già solo alla sua apertura. Nel lontano 1974 il mondo di Bologna, del Bologna e dell'Italia intera era in bianco e nero, anzi in rosso per essere precisi. Lucio Dalla non aveva ancora in mente e nelle mani “La Sera dei Miracoli", più volte è risuonata nell’aria del Dall’Ara sin dal ritorno vittorioso con l’Empoli della semifinale di Coppa Italia 2025; Francesco Guccini cantava delle Osterie di Fuori Porta ed entrambi si trovavano in Via Paolo Fabbri nella notoria osteria Da Vito a suonare, mangiare, ciacolare (chiacchierare), giocare a pallone con un undici i cui schemi e dettami erano votati al Sangiovese in caraffa invece che al pressing ragionato che Vincenzo Italiano sta proponendo sapientemente in ogni sua esperienza da allenatore, da Trapani a La Spezia arrivando a Firenze e Bologna.

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Si percepiva scetticismo, a inizio stagione, a Bologna: lo si percepiva nei confronti di un allenatore che a Firenze aveva fatto bene ma non benissimo, viste le finali di Conference League perse consecutivamente e i piazzamenti in campionato non oltre il 6° posto, che subentrava a un signore che aveva portato il BFC a giocarsi la Champions League anche qui dopo tempi immemori: Thiago Motta, idolo indiscusso di Bologna, venerato e infine odiato per non aver creduto a un progetto che sembrava, ma che lo è, di lunga scadenza vista la supervisione di Sartori.

I tifosi bolognesi, però, sono coriacei, attaccati visceralmente alla città e alla squadra ma senza quello stucchevole campanilismo osservabile in altre piazze: Bologna è da sempre centro di intersezione umana, di intelligenze che rimangono per farsi cullare dai suoi portici e hanno una coscienza sana della meraviglia che Bologna rappresenti per chi ci vive. Bologna ti rimane incollata addosso, che tu ci passi una volta o decida di rimanerci per la vita, come la sua perenne umidità. La bolognesità la leggi negli occhi umidi del Due Agosto, nei volti consunti il 25 Aprile, nel cigolio delle bici che sfrecciano per le strade del centro (e no, non facendo i 90), nella molteplicità di dialetti odibili in Via del Pratello (dove si narra si parlasse un dialetto completamente differente rispetto a quello della città nel suo intero) che però non contamina e rende sterile il bolognese. Anzi, rimane immobile nella sua struttura grammaticale e nel suono morbido e fluido, le “z” sussurrate per non far rumore nel pronunciarle.

C’è chi non è riuscito a vedere questo nuovo trofeo in bacheca per via della cattiveria di Padre Tempo; c’è chi è arrivato sulle balaustre della Andrea Costa da poco e, invece, sta osservando questa primavera sbocciare con impazienza e forza brutale; c’è chi nel mezzo ha dovuto subire le angherie di proprietà micragnose e volte a tenere i bilanci (quasi) in ordine senza intercettare quel sogno che le stradine medievali del centro facevano rimbalzare fino al Porticato di San Luca.

Il tifo rossoblù ha dovuto vivere, post era Gazzoni-Frascara/Baggio/Andersson/Ingesson/Signori, le brutture della B e continui vuoti d’aria verso la massima serie calcistica.

Bologna si è svegliata non solo con un trofeo tra le sue mani ma con la certezza che l’immaginazione può tradursi in realtà concreta: risultati, coppe, piazzamenti europei nelle competizioni più nobili, essa si sta riprendendo quell’aurea di nobiltà che le appartiene perché ha conosciuto il baratro di potenziali fallimenti e scomparsa nell’oblio della memoria calcistica nazionale.

Dalle strade di Roma ritorna una eco di voci roche, cartoncini di una splendida coreografia che ricorda proprioLo squadrone che tremare il mondo fa(definizione che ha accompagnato un team di livello assoluto sin dagli anni ’30 spinto dall’allora podestà, Renato Dall’Ara che ne prese saldamente le redini (1934) sino al Fatal 7° scudetto del ’64).

Forse potrà essere il momento di non dover più guardarsi indietro nostalgicamente verso un passato ormai distante nella memoria, ma si potrà finalmente rivolgere lo sguardo al campionato dell’anno prossimo. Nel frattempo possiamo salire in bici, mettere “Dalla - 1980" negli auricolari e sincronizzare questa città, le sue aspettative e le sue feste attraversandola con ammirazione e amore.

  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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