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, 14 Maggio 2025

Perché il Brasile, finalmente, ha scelto Ancelotti


Dopo anni di voci, trattative e smentite, Carlo Ancelotti è ufficialmente il CT del Brasile. Come mai proprio lui?

Sarebbe fin troppo comodo limitarsi a snocciolare il palmarès di Carlo Ancelotti, confrontarlo con il recente cammino del Brasile nelle grandi competizioni internazionali. Ma questa è una storia che merita di essere raccontata fino in fondo. Perché dietro la scelta di affidare la Seleção, per la prima volta nella sua storia, a un commissario tecnico europeo, ci sono ragioni profonde. Una decisione che parla di identità, di crisi, ma anche di una nuova visione. E allora vale la pena fermarsi, ascoltare, capire.

La carriera

Cominciamo da lì, dalle radici. Ripercorriamo le tappe che hanno scolpito Carlo Ancelotti come allenatore, che lo hanno reso, nel corso degli ultimi vent’anni, una delle figure più autorevoli e vincenti del calcio mondiale.

Appesi gli scarpini al chiodo, Ancelotti non si allontana dal campo. Anzi, si siede subito accanto a uno dei suoi grandi maestri: Arrigo Sacchi. È il 1994, è l’Italia del Mondiale americano, ed è proprio accanto al "profeta di Fusignano" che Carlo completa il suo apprendistato. Sacchi non era solo un allenatore, era un pensatore del calcio, un rivoluzionario. E Ancelotti, da calciatore prima e da vice poi, ne assorbe l’essenza: l’organizzazione sopra ogni cosa, il collettivo come entità superiore al talento del singolo, il sistema come verità assoluta.

Emblematica, in questo senso, la celebre lezione di Sacchi. Una scena diventata quasi mitologica. DImostrare ai suoi giocatori la superiorità del sistema rispetto all'individualità: "Ho convinto Gullit e van Basten dicendo loro che 5 giocatori organizzati avrebbero battuto 10 disorganizzati", ha spiegato Sacchi. “E gliel'ho dimostrato. Ho preso 5 giocatori: Giovanni Galli in porta, Tassotti, Maldini, Costacurta e Baresi. Contro 10 giocatori: Gullit, van Basten, Rijkaard, Virdis, Evani, Ancelotti, Colombo, Donadoni, Lantignotti e Mannari. Avevano 15' per segnare contro i miei 5 giocatori, l'unica regola era che, se guadagnavamo noi, o loro perdevano palla, dovevano ricominciare da 10 metri dentro la propria metà campo. L'ho fatto sempre e non hanno mai segnato. Non una volta.".

Nel 1995 subentra sulla panchina della Reggiana iniziando, di fatto, la carriera da allenatore. Un anno dopo, nel 1996, l’occasione si fa più ambiziosa: il Parma. Una squadra in crescita, ricca di talento e di aspettative, che affida a Carletto un progetto importante. Ancelotti porta con sé la cassetta degli attrezzi sacchiana: rigore, organizzazione, 4-4-2. Un sistema chiaro, strutturato, che aveva imparato ad amare e a rispettare. Ma sarà proprio quel sistema, così definito, a metterlo alla prova per la prima volta.

A Parma, Carlo si trova di fronte a scelte difficili. Gianfranco Zola, uno dei giocatori più talentuosi d’Europa, viene di fatto sacrificato: schierato come esterno destro, troppo lontano dalla sua zona di genio. Poco dopo, l’episodio che diventerà emblematico: Ancelotti rifiuta l’ingaggio di Roberto Baggio, ritenendolo inadatto al suo sistema. Anni dopo tornerà su questi fatti dicendo: “Ho deciso, ancora una volta (prima Zola poi Baggio), di rifiutare un giocatore straordinario. Ero convinto di aver provato ogni soluzione possibile, ma c'era un problema: ho provato a cercare innumerevoli soluzioni senza mai considerare di cambiare sistema di gioco. La soluzione non era l'adattamento, ma il cambiamento; o meglio, nella scelta di un sistema che si adattasse ai miei giocatori, e non viceversa”.

Ancelotti capisce presto che la rigidità del sistema, quella precisione quasi chirurgica dei movimenti ereditati da Sacchi, non garantisce necessariamente una squadra migliore.

Quelle prime esperienze bastano per provocare una svolta. Carlo inizia a distaccarsi dalla matrice sacchiana, non per rinnegarla, ma per superarla. Inizia così a costruire una propria idea di gioco, più elastica, più umana, più centrata sui calciatori e sulle loro caratteristiche. È l’inizio di un percorso che lo accompagnerà per tutta la carriera.

Alla Juventus arriva il primo vero segnale di questo cambiamento: il 4-4-2 viene messo da parte. In quella squadra c’è Zinedine Zidane, e Zidane non può essere incasellato. Carletto lo capisce, lo valorizza, e attorno a lui inizia a strutturare un gioco nuovo, in cui l’equilibrio non nasce più dalla geometria rigida, ma dalla distribuzione intelligente dei compiti.

Ha detto: “L'equilibrio può e deve essere perseguito attraverso l'attribuzione di compiti tattici individuali”. Il modulo diventa solo un numero, diventano importanti le funzioni pratiche dei giocatori, dove il senso dell'uno è legato all'altro.

In ogni sua esperienza è possibile trovare la grande capacità di Ancelotti nel capire e adattarsi al contesto in cui agisce. Il 3-4-1-2 o 4-3-1-2 alla Juventus per far brillare Zinedine Zidane; il famoso albero di Natale al Milan per far convivere i “10” dei rossoneri, prima Rivaldo e Rui Costa, successivamente Kakà e Seedorf; i cambiamenti in corsa al Chelsea che lo hanno portato ad avere il miglior attacco stagionale in Premier League; ha trovato la collocazione perfetta per Thiago Alcantara nel Bayern Monaco e al Real Madrid ha costruito il sistema “a 2 ponti” per potenziare la squadra in attacco e compensare la mancanza di intensità senza palla.

Lo stile di gioco

Carlo Ancelotti è stato spesso definito un “gestore”: un allenatore senza un’idea tattica rigida, capace di modellare il gioco attorno ai giocatori a disposizione, puntando sull’equilibrio e sulla valorizzazione del talento.

La realtà è più complessa di così, negli ultimi anni si è voluto andare a fondo a questa questione trovando il giusto spazio a questi commissari tecnici. La questione viene posta in termini filosofici contrapponendo al “posizionismo” i termini di “funzionalismo” e “relazionismo”.

Nel posizionismo lo spazio è una zona statica, da occupare in maniera razionale: il controllo di determinati spazi permetterà di creare situazioni di gioco veloce per creare crepe nella difesa avversaria.

Nel funzionalismo è il tempo l’elemento da gestire: accorciando le distanze reciproche, si accorciano le connessioni tra individui, le loro interazioni e automaticamente il tempo per la loro cooperazione, lo spazio è dinamico e verrà creato dalle interazioni tra giocatori.

Si sviluppa direttamente, dal funzionalismo, il relazionismo (grazie anche a una maggiore attenzione negli ambiti di psicologia sportiva), nel quale il tempo rimane sempre l'elemento più importante, ma si pone maggiore attenzione ai singoli individui, alle loro abilità tecniche e mentali e alle loro possibili relazioni con i compagni ed avversari, responsabilizzandoli ed affidandosi, in tutto e per tutto alle loro capacità di interpretare le situazioni in base al contesto per generare imprevedibilità.

Posizionismo Spazio->Tempo (Rigidità) [Guardiola, Sacchi, De zerbi, Total Voetbal, primo Ancelotti]

Funzionalismo Tempo ->Spazio (Mobilità) [Scuola tedesca Gegenpressing (Kloop, Nagelsman), Spalletti, Catenaccio, Jogo Bonito, la Nuestra, Scuola Danubiana, secondo Ancelotti]

Relazionismo Individuo->Tempo->Spazio (Mobilità Estrema) [Fernando Diniz, attuale Ancelotti]

Dal ruolo si passa alla posizione (Posizionismo), dalla posizione alla funzione/compito (funzionalismo) fino ad arrivare all’interpretazione del singolo in base al contesto in continuo cambiamento (Relazionismo). Un'evoluzione naturale del ruolo: i giocatori tornano ad essere i protagonisti, completamente liberi di esprimersi e muoversi.

Caos contro ordine. Nel corso degli anni, anche considerando soltanto la carriera da mister di Ancelotti, l’equilibrio si è costantemente spostato da un approccio all’altro per ricercare campi inesplorati e trarne vantaggio.

Ancelotti ha toccato il posizionismo a inizio carriera per poi virare su uno stile personale a metà strada tra il funzionalismo e il relazionismo: Carletto ha introdotto nelle sue squadre entrambi i concetti più volte lungo l’arco della sua carriera.

Dice Ancelotti nel libro “Il mio albero di Natale”: “(…) Nel calcio gli spazi si creano muovendosi e facendo muovere gli avversari. (...) La fase offensiva si basa sulla collaborazione e sulla combinazione dei movimenti tra più giocatori. Muoversi continuamente a seconda del compagno che ha la palla dà più possibilità per lo sviluppo della manovra”.

Davide Ancelotti, figlio di Carlo e vice-allenatore del Real Madrid parla così:

"Osservo i miei due figli che, all’età di 4 anni, cominciano ad appassionarsi al gioco del calcio. Come il loro papà e qualsiasi altro bambino, lo fanno cercando di imitare le gesta dei propri calciatori preferiti, esclamando a voce alta il loro nome nel momento in cui calciano il pallone o effettuano una parata. Noi ci innamoriamo di questo gioco grazie ai calciatori. Partendo da questo presupposto, la vera sfida sta nel riuscire a riconoscere, tra le infinite connessioni che si creano tra di loro, quelle che vanno esaltate (come quella tra Messi e Dani Alves, o quella la famosa tra Insigne e Callejon)",.

Ancora Davide Ancelotti: "Far sì che tramite un’organizzazione di squadra si ripeta una situazione nella quale di una particolare connessione possa beneficiare il collettivo, trovare esercitazioni che in allenamento sviluppino queste connessioni e le migliorino.[...] La mia opinione sull’argomento è che il calcio fin dall’inizio sia sempre stato dei calciatori. Non credo che il gioco di posizione stia andando verso la sua fine. Forse in alcuni casi, più che con altri modi di giocare, si è arrivati per questioni mediatiche a considerarlo una filosofia, un’identità necessaria per vincere. Ma non penso sia così. Il gioco di posizione fa parte di quel bagaglio culturale dal quale un allenatore può attingere per scegliere il vestito da cucire alla squadra. Va quindi conosciuto e studiato. Mi piace, nel rappresentare la figura dell’allenatore, utilizzare l’esempio del Camaleonte, un animale capace di cambiare in continuazione colore per sfuggire ai pericoli che lo circondano, per adeguarsi alla realtà attorno a lui. Non legato a un’identità. Oggi tra primo e secondo tempo si possono giocare due partite completamente diverse. Così come possono esserci prestazioni totalmente diverse di una stessa squadra a seconda dell’avversario che affronta".

Il calcio Brasiliano: nascita ed evoluzione

Gli stili di gioco funzionali/relazionisti hanno la loro maggiore espressione in Sud America (Storia del gioco posizionale vs funzionale) e per anni sono stati il cardine delle nazionali brasiliane e argentine (“o Jogo Bonito” per i primi, “La Nuestra” per i secondi).

Dagli anni 50’ fino agli anni 90’ il gioco brasiliano ha dominato il mondo e fatto divertire intere generazioni. Un calcio, soprattutto quello brasiliano, collegato sempre da un filo conduttore: esaltare le qualità dei giocatori più tecnici, collegare tra loro i vari giocatori per creare connessioni uniche e avere il controllo della palla più che dello spazio. Il movimento era considerato l’elemento più importante: uno stile basato sull’esserci e non esserci, sulla mobilità, sulla fluidità di manovra, sulla manipolazione di tempo in primis e poi dello spazio. Questo permetteva di poter far giocare contemporaneamente più campioni e non doversi privare di qualcuno solo per la ricerca di equilibrio.

Il famoso 4-2-4, nel quale giocavano Pelè, Jairzinho, Rivelinho e Tostao, viene così descritto da Caio Miguel: “Il 4-2-4 brasiliano conteneva i valori fondamentali della cultura brasiliana. L'asimmetria è il simbolo perfetto, ma ha anche valorizzato il “malandro”, l'individuo, il talento e l'ordine flessibile. Il gioco funzionale diventa la perfetta fusione tra il modo brasiliano e la teoria.”

La nazionale Verdeoro è stata esempio di gioia per abilità, creatività, tecnica e autenticità riflettendo perfettamente la cultura Brasiliana: “[...] Noi, come parte di questa comunità simbolica, portiamo il segno di questo immaginario flessibile, inventivo, sensuale, fatto di improvvisazioni e sorprese, con tante curve quante una bella danza.”

Il calcio Brasiliano: il declino

Dopo la vittoria della Coppa del Mondo del 2002 il Brasile del “Joga Bonito” ha perso slancio avvicinandosi sempre più alla rivoluzione spaziale che stava formandosi in Europa, abbandonando il suo stile unico riconosciuto in tutto il mondo. Le vittorie di Guardiola e della Spagna hanno allontanato ancora di più i Verdeoro dalla loro essenza, senza tener conto delle differenze di cultura ed esperienze.

Nel 2016 Tite viene scelto come commissario tecnico della Nazionale reintroducendo uno stile di gioco funzionale/relazionista, tornando, quindi, ai principi propri del calcio Brasiliano e alla cultura calcistica tipica nazionale.

Ma è stato un semplice fuoco di paglia. Durante il mondiale 2018, Tite decide di cambiare totalmente, utilizzando un attacco posizionale rigido e sterile per i Verdeoro. Questo non ha fermato i successi del Brasile, ma non ha mai convinto stampa e il popolo Brasiliano e i giocatori non sono mai riusciti a creare un’armonia di gruppo o a distinguersi individualmente.

La Coppa del Mondo del 2022, infine, è stata un vero disastro per l’intero popolo Brasiliano.
Come indica Jofzef Bozsik: “Il Brasile ha giocato i Mondiali del 2022 secondo la cultura posizionale dominante e contro il calcio del popolo brasiliano, contro tutte le nostre caratteristiche. Il Brasile nel 2022 sembrava l'Inghilterra nel 1950. È stato uno schiaffo in faccia al popolo brasiliano e a tutto ciò che abbiamo costruito in questo sport. Questa sottomissione è la nostra più grande sconfitta.”

Tite si è dimesso, aggiungendosi al dominio e la vittoria dell’Argentina che, guidata in panchina da Scaloni e in campo da Messi, ha riscoperto le proprie origini (“la Nuestra”) proponendo un calcio funzionale/relazionista.

Una nuova era

Dopo lo smacco subito dai rivali, la federazione verdeoro si è mossa per cercare di recuperare la cultura calcistica delle radici del popolo Brasiliano, adattarla al calcio contemporaneo e creare il giusto legame tra i giocatori e con il pubblico.

Il nome più indicato, dopo i primi approcci ad Ancelotti rigettati dall'opinione pubblica carioca, era quello di Fernando Diniz, che aveva conquistato tutto il mondo con il suo Fluminense come uno dei principali esponenti del gioco funzionale/relazionale. La poca esperienza di Diniz - un torneo per Nazionali richiede enorme flessibilità e sensibilità per cambiare le cose in corsa e in poco tempo - si è però rivelato il più grande svantaggio per uno sviluppo coerente e duraturo del progetto: tra il suo 2023 e la Copa America 2024 guidata da Dorival Junior, conclusa con l'eliminazione ai quarti di finale col Paraguay, i verdeoro si sono trascinati sino a maggio 2025, continuando a disperdere la miniera di talento e qualità a disposizione in (quasi) ogni reparto.

Il profilo di Ancelotti si allinea perfettamente con ciò che la Federazione brasiliana richiede per la guida tecnica della Seleção: un allenatore funzionale/relazionista, pragmatico, di grande esperienza, abituato alle pressioni dei grandi tornei, e capace, soprattutto, di entrare in sintonia con l’anima brasiliana del calcio. Lo ha dimostrato nelle squadre di club, ha sempre saputo instaurare legami speciali con i giocatori brasiliani, portandoli a esprimersi al massimo del loro potenziale. Basti pensare a Vini Jr., Rodrygo ed Éder Militão nel Real Madrid nelle ultime stagioni, cresciuti e sbocciati anche grazie a quel rapporto umano e tecnico che Ancelotti sa costruire come pochi.

Per la prima volta, il Brasile si affida a un CT europeo. Una scelta che per molti suona come un’eresia, o almeno come un azzardo. Eppure, le fondamenta sono solide. Perché forse Ancelotti è davvero l’uomo giusto per riaccendere quella scintilla, per riportare il Brasile alla sua essenza più pura: gioia, creatività, identità.

Il resto, come sempre, lo dirà il campo.


  • Classe ’92, laureato in Grafica e Comunicazione, oggi Marketing Specialist in un’agenzia web. Ma dietro le strategie e le campagne, batte il cuore di un apprendista allenatore.
    Cresciuto con il mito dell’Arsenal degli Invincibili, dal quale ha imparato che stile e sostanza possono convivere.

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