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Mondiale per club fifa
, 12 Maggio 2025

3+1 alternative al Mondiale per club


Proposte alternative al nuovissimo Mondiale per Club, in programma la prossima estate negli Stati Uniti.

Ci siamo: il Mondiale per club FIFA non solo è realtà, ma il suo arrivo è ormai imminente. Manca poco più di un mese al 14 giugno, quando, all'Hard Rock Stadium di Miami - diventata ormai la città del calcio statunitense grazie a Messi, Luis Suárez e compagni - Al-Ahly e Inter Miami daranno il calcio di inizio del nuovissimo torneo FIFA.

Un torneo che terrà compagnia gli appassionati di calcio per un intero mese, similmente a come avviene per il "fratello maggiore" per nazionali: 32 squadre provenienti da tutto il mondo a rappresentare le sei confederazioni continentali, sorteggiate in una fase a gironi con otto raggruppamenti da quattro squadre ciascuno, in cui ogni squadra affronterà le altre tre; al termine di questi incontri le prime due di ogni girone si qualificano agli ottavi di finale e da lì fino alla finalissima del 13 luglio, in programma al MetLife Stadium di New York, che decreterà la squadra che potrà fregiarsi per i successivi quattro anni, del titolo di campione del mondo.

Insomma, tra toni entusiasti e cori di protesta che si sono sollevati con pari veemenza da più parti dal momento del suo annuncio ufficiale, il nuovo Mondiale per Club - voluto fortemente Gianni Infantino, desideroso di allargare i confini del gioco più di quanto la formula in vigore fino al 2023 potesse permettere - alla fine si farà: qualunque sia la fazione di appartenenza insomma, il calendario del calcio mondiale d'ora in poi non lascerà fuori da grandi appuntamenti neppure le estati degli anni dispari, tradizionalmente porto sicuro in cui riprendere fiato tra una stagione e l'altra.

Una decisione storica che, come ogni novità, inizialmente farà mugugnare tanti, ma alla quale presto o tardi finiremo per abituarci e chissà, inizieremo col passare degli anni a scandirla come appuntamento fisso delle nostre vite, a usarla come riferimento per lo scorrere del tempo. Magari perché, proprio in questo Mondiale per Club nato dal nulla, potrebbe succedere qualcosa di incredibile che passerà alla storia.

Argentina Mondiale 2022
Chi farà compagnia all'Argentina sul tetto del mondo?

Finora, appunto, si è parlato di realtà: ma che si fa se la realtà è scadente? La si accetta, ovviamente, ma da essa si può momentaneamente evadere, mettendoci in disparte, distraendoci, pensando a un mondo senza regole che non siano di nessun altro tranne noi stessi. Perciò facciamo un piccolo sforzo di immaginazione: e se questa Coppa del mondo per club non esistesse? Anzi, immaginandoci per un momento ai vertici della FIFA, cosa vorremmo si giocasse al suo posto?

Se ci avventurassimo nei sentieri nebbiosi dell'immaginazione, cosa potremmo guardare dal 14 giugno al 13 luglio prossimo, che non sia l'ennesima sfida tra colossi del calcio europeo come ne vediamo in quantità industriale tutto l'anno e tutti gli anni, per di più aggravata dalle scorie di una lunga e pesantissima stagione alle spalle e dal caldo dell'estate?

Ho provato a dare una risposta a quest'ultima domanda, e anzi ne ho data più di una: idee tra il serio e il (molto) meno che possono rimanere solo dei trip clamorosi fatti dalla nostra mente (e nemmeno i primi di questo genere), ma chissà che non possano, tra molti anni, dare vita a qualcosa di nuovo. Insomma, non avremmo considerato, fino a circa dieci anni fa, l'idea di giocare un mondiale ogni quattro anni, ma con i club al posto delle nazionali, nient'altro che una di quelle proposte palesemente partorite da un post-sbornia?

1. Ritorno all'antico: la FIFA Confederations Cup

In un periodo storico in cui la nostalgia per gli anni Novanta impazza, perché non cedere alla tentazione di ritornare all'antico? Sarebbe, in fin dei conti, una scelta con una sua logica: la collocazione del nuovo mondiale per club, sia nel tempo (l'estate prima del mondiale propriamente detto) che nello spazio (negli USA, che ospiteranno congiuntamente a Messico e Canada il massimo trofeo calcistico), suggerisce che questa competizione serve anche come prova generale, specialmente per amministrazioni cittadine e infrastrutture, in vista del mondiale ormai prossimo. Dunque, perché ingegnarsi a trovare nuove strategie, quando la soluzione c'è già a portata di mano?

Nata nel 1992 (ah, gli anni Novanta...) come Coppa Re Fahd per soddisfare il desiderio dell'allora sovrano saudita di avere a disposizione il suo lussuosissimo parco giochi (siamo sicuri che in fondo gli anni Novanta fossero così diversi dai giorni nostri?), nel 1997 la FIFA prese il controllo della competizione, dandole i crismi dell'ufficialità e il regolamento poi mantenuto per tutta la sua durata.

Sì, sto proprio parlando di Roberto Carlos durante il Torneo di Francia del 1997

Otto partecipanti, ciascuna rappresentante la propria confederazione di appartenenza e individuata nella vincitrice del rispettivo torneo continentale, alle quali si aggiungevano la detentrice del titolo mondiale e la nazione ospitante, ovvero quella che l'estate successiva ospiterà anche i mondiali. Le squadre così individuate vengono divise in due gironi da quattro squadre ciascuna in cui ognuna avrebbe affrontato le altre: al termine della fase a gironi, le prime due di ogni raggruppamento avrebbero poi giocato le semifinali, la finalina per il terzo posto e ovviamente la finalissima.

Una competizione che si è dipanata lungo tutti i primi due decenni degli anni Duemila, regalando istantanee di calcio rimaste ancora nella memoria collettiva come solo i grandi tornei per nazionali sanno fare: ricordi tragici come quello di Marc-Vivien Foé, stroncato da un arresto cardiaco durante la semifinale tra Camerun e Colombia; ma anche di grande gioia, come quella di Jonathan Tehau per un gol sulla carta inutile per la sua squadra (chiuderà con quell'unico gol fatto a fronte dei 24 subiti in tre partite), ma di importanza capitale per la sua Tahiti.

Oltre ovviamente a momenti di grande calcio come l'estate 2005, quando in Germania avemmo per l'ultima volta prova del talento apparentemente inarrestabile di Adriano e della sensazione di onnipotenza che lasciava quel Brasile con lui, Kakà, Robinho e il pallone d'oro Ronaldinho nel pieno del suo splendore creativo tutti insieme appassionatamente per l'anno successivo: una storia che è rimasta nella prigione della potenza, senza mai entrare in atto. Per l'Italia ovviamente: due partecipazioni, ma la più iconica resta la prima nel 2009, tra una divisa discutibile e la storica balbuzie di Salvatore Bagni.

Il miglior Brasile del secolo?

Una competizione che, anche quest'estate, avrebbe tutto il potenziale possibile per passare alla storia: solo sedici partite in totale, la cornice di pubblico che farà da antipasto a ciò che succederà di lì a un anno, le migliori otto al mondo (in teoria) a fare da apripista per quando arriveranno le altre. E che apripista: agli Stati Uniti padroni di casa si aggiungerebbero l'Argentina campione del mondo e bi-campione del Sudamerica in carica, e in tale veste sostituita dalla Colombia finalista perdente; il Messico eterno rivale degli USA e l'immancabile Nuova Zelanda dall'Oceania; la Costa d'Avorio vedrebbe premiata ulteriormente la sua pazzesca vittoria in Coppa d'Africa dello scorso anno; e a chiudere i quadri il Qatar campione d'Asia (anche perché senza petrol-dollari non si cantano messe) e la Spagna campione d'Europa in carica.

Non so voi, ma io un confronto tra la storia del calcio, ovvero Lionel Messi, e il nuovo che avanza, l'erde designato Lamine Yamal vestiti l'uno in albiceleste e l'altro con la maglia roja delle furie iberiche non me lo perderei per niente al mondo.

2. Confederations Cup propriamente detta

Se finora ci siamo tenuti sul realistico, da adesso in poi abbandoneremo le solide fondamenta della realtà per lanciarsi in un mondo onirico, irrealistico, fantastico: chissà, forse anche distopico, lascio a voi lettori il giudizio. D'altronde, arrivati a questo punto dopo avere a lungo divagato di trip e fantasie, adesso è giunto anche il momento di darvi in pasto i deliri di un pazzo, e di certo non siamo qui per tirarci indietro sul più bello.

Siamo ovviamente in America, Paese con una cultura sportiva abbastanza diversa dalla nostra, dove lo sport è anche, se non soprattutto, entertainment: spettacoli a contorno dei match, luci, musica, grandissimi protagonisti, non a caso non c'è lega professionistica che non preveda nel proprio calendario un all-star weekend, culminante con la sfida tra due squadre create apposta per l'occasione e con lo scopo di far giocare tutti insieme appassionatamente i migliori rappresentanti dello sport in questione. Perché dunque non assecondare il sogno americano, prendendo in prestito il concetto di all-star game?

Neanche il calcio è nuovo alla creazione di super-team, impegnati per lo più in partite di beneficenza come quello del 1998 tra Italia e Resto del Mondo, che schierava in attacco Zidane, Ronaldo e Batistuta.

Ma come si costruisce un super-team? Il primo passo è quello di dare un criterio di selezione, e il nostro sarà puramente geografico: una nuova Confederations Cup, che rincorra la vecchia nello spirito ma aprendo le porte a tutti: non più una sola nazione a rappresentare un'intera confederazione, ma ogni confederazione in grado di scegliere il super-roster tra i calciatori provenienti dalle nazionali ad essa affiliate. Un torneo che, numericamente, richiede una forzatura: le confederazioni infatti sono 6, troppe per giocare un mini-torneo di sole semifinali e finali; troppo poche per creare una fase a gironi come quella della Confederations Cup originale.

Non un problema insormontabile: se vale l'assioma che è buona norma che i padroni di casa abbiano un loro team a rappresentarli, e quindi chiamando in causa per questa competizione l'unica squadra realmente esistente, ovvero la nazionale USA, alla quale si aggiungono la selezioni dei migliori calciatori provenienti da Oceania (in pratica, dato l'abbandono dell'Australia per la più competitiva confederazione asiatica, la nazionale neozelandese con qualche intruso), Asia, Africa, Nord America (ovviamente "monca" dei calciatori statunitensi convocati dalla propria rappresentativa nazionale, ma di certo gli esclusi dal c.t. Mauricio Pochettino sarebbero i benvenuti) e Sud America.

Per raggiungere il numero desiderato e assecondare la richiesta di un numero adeguato di "stelle" da far esibire di fronte al grande pubblico calcistico, alla UEFA va l'onore di radunare ben due selezioni. Anche in questo caso, il criterio di scelta sarebbe quello geografico, con una squadra composta esclusivamente da calciatori provenienti dall'Europa occidentale e un'altra da quelli dell'Europa orientale.

Il confine ideale di competenza tra le due squadre verrebbe tracciato da questa linea: ovviamente, l'East UEFA può attingere anche da Turchia e Israele, in questa cartina colorate in grigio ma le cui federazioni sono affiliate alla confederazione europea.

Il roster di partecipanti sarebbe quindi composto da USA, CONCACAF XI, CONMEBOL XI, CAF XI, AFC XI, OFC XI, East UEFA XI e West UEFA XI, sorteggiate in due gironi da quattro squadre in modo analogo a quanto visto precedentemente per la Confederations Cup. Saranno ovviamente vietati i "derby" tra le due selezioni europee e tra Stati Uniti e CONCACAF, perlomeno nella fase a gironi.

Una competizione nella quale, ovviamente, sarebbe difficile immedesimarsi sotto il profilo del tifo: insomma, cosa dovrebbe mai spingere il nostro cuore a tenere per la selezione dell'Europa Occidentale, creata in provetta apposta per l'occasione e poi lasciata lì per quattro anni, in attesa del prossimo mondiale? Tuttavia, l'obiettivo degli All-star game non è di certo quello di esaltare i tifosi, quanto piuttosto quello di sedersi sul proprio sediolino allo stadio o sulla propria poltrona davanti alla TV e godersi un grande show di intrattenimento con i migliori giocatori del mondo che, semplicemente, si divertono. Riuscite a immaginare un qualcosa di più potente a livello commerciale, o banalmente una cosa più americana di così?

Mondiale per club CONMEBOL XI
Per i più curiosi, ecco come si schiererebbe (secondo l'IA) l'ipotetica squadra sudamericana. Una squadra di certo talentuosa, ma anche uno spogliatoio esplosivo

3. World League Cup

Il sogno di chi crede che l'era delle squadre nazionali sia ormai al suo tramonto, in un mondo ormai interconnesso e ultra-globalizzato nel quale anche i posti più lontani del mondo sono raggiungibili in pochi secondi grazie alle tecnologie a nostra disposizione e i mezzi di trasporto sempre più veloci, potrebbe diventare realtà. Come come mantenere la competitività internazionale sempre alta, magari portandola a nuovi livelli?

Insomma, se adesso le scuole calcistiche come le intendevamo un tempo (ovvero quando ci siamo inventati la Coppa del Mondo) sono un lontano ricordo, vista l'ibridazione sempre più evidente tra una filosofia e l'altra, perché non cambiare il motivo del contendere? Per mantenere la stessa metafora, perché invece di premiare la migliore scuola, non premiare invece il miglior ateneo? E qual è l'ateneo per eccellenza, se non la lega in grado di organizzare il miglior campionato di calcio, in grado di attrarre i migliori studenti/calciatori del mondo?

L'idea di una nazionale di lega non è del tutto nuova: pioniera, in questo senso, fu proprio l'Italia, che già nel 1960 mise su una rappresentativa della Serie A in cui giocavano l'italianissimo Boniperti, l'oriundo italo-brasiliano Altafini, lo svedese Hamrin e il centravanti inglese John Charles. Una squadra che riuscì a rompere il tabù inglese, battendo 4-2 rappresentativa della First Division britannica.

Mondiale per club World League
Piccolo indizio: cosa avevano in comune Diego Armando Maradona e Lothar Matthäus per giocare nella stessa squadra?

La nazionale di lega, però, si è esibita in maniera discontinua negli anni Sessanta e Settanta e alla quale nemmeno gli innesti di grandi nomi come Maradona e Matthäus a fine anni Ottanta seppero dare nuovo vigore. L'idea della rappresentativa di Serie A venne abbandonata definitivamente nel gennaio 1991, dopo un ultima amichevole giocata nuovamente contro la selezione inglese. Altri tempi, altro calcio: ora le condizioni sembrano essere diversissime, e quale migliore occasione di rispolverare l'idea ma donandole una componente competitiva importante, e mandarla negli Stati Uniti come antipasto per il mondiali?

Come organizzare questo nuovo torneo? Questa volta ci prenderemo la briga di creare un torneo più lungo, vista la ricchissima partecipazione: lo svolgimento (gironi da quattro squadre e poi fase finale) resterebbe invariato, ma non più otto bensì sedici squadre a rappresentare i sedici migliori campionati del mondo. A recitare la parte del leone sarebbero, ovviamente, i campionati europei: immancabili le cinque leghe europee più importanti - Premier League, Bundesliga, Liga, Serie A e Ligue 1 - a cui si aggiungerebbero altri campionati leghe storicamente prestigiose: Primeira Liga, l'Eredivisie e la Süper Lig.

Altre ovvie invitate sarebbero le due maggiori leghe sudamericane, ovvero la Primera División argentina e il Brasileiro Série A; la MLS cui spettano gli onori del padrone di casa; invitato d'onore al gran ballo sarà la Saudi League, perché come detto prima senza petrol-dollari non si cantano messe, e poi non vorremmo mica privarci di una nuova sfida tra Messi e Cristiano Ronaldo? Restano da assegnare altri quattro posti: per mantenere una parvenza ecumenica di questo torneo, sarebbe giusto che ogni confederazione (UEFA esclusa) abbia al massimo due leghe partecipanti, senza però sacrificare a questo altare la presenza di squadre il più possibile competitive.

Perché dovrebbe importarci della Liga MX

Una soluzione potrebbe essere assegnare uno slot alla Liga MX, un campionato poco conosciuto qui in Europa, ma ricco e competitivo quanto se non più di quello dei cugini yankee; un altro alla J-League, lega egemone nel continente asiatico perlomeno fino alla discesa in campo dei soldi sauditi. La presenza africana potrebbe essere rappresentata, ranking CAF alla mano, dalla Prima Lega egiziana, ma per l'Oceania? Scelta d'obbligo sarebbe la classica Nuova Zelanda, ma anche lì il campionato è di livello dilettantistico o poco più: in extremis quindi, viene ammessa la selezione di una terza lega affiliata all'AFC, ovvero la A-League australiana, in posizione ibrida tra i due continenti. La presenza al suo interno di due franchigie neozelandesi come l'Auckland FC e il Wellington Phoenix giustifica ulteriormente la nostra scelta.

Sedici squadre d'eccezione, create anch'esse in provetta allo scopo di ammucchiare quante più stelle del calcio possibile e destinate a una pausa quadriennale una volta terminato il torneo, ma maggiormente ancorate alla realtà e potenzialmente ancora vicine allo spettatore medio, in grado di mantenere ancora un legame (sicuramente più flebile di quanto non faccia un club storico o una nazionale) col tifoso, capace di poter sentire ancora in parte "sua" quella squadra. Poi, una rappresentativa di Serie A in grado di schierare insieme un portiere più che affidabile come Svilar difeso da gente come Buongiorno e Bastoni, mettere in piedi un centrocampo completo della visione di gioco di Çalhanoğlu e della fisicità di McTominay a supporto di un attacco dinamico e letale come quello composto da Lookman e Lautaro mi entusiasmerebbe non poco.

4. Niente

Anche i campi da calcio, ogni tanto, andrebbero lasciati vuoti nella loro pace

Colpo di scena! Ma dopo una stagione interminabile articolata in quasi sessanta partite tra campionati, coppe e competizioni internazionali che ha logorato la resistenza degli attori in gioco, c'è davvero bisogno di altro calcio? Staccare la spina, talvolta, non è necessariamente un male: c'è tempo per tutti per riposarsi, andare al mare, leggere un buon libro, andare ai concerti...
Senza contare gli innumerevoli appuntamenti sportivi in programma proprio mentre, negli USA, calciatori stanchi rincorreranno il pallone per l'ennesima volta: per gli appassionati di motori si entra nel vivo della stagione europea, con le tappe di Mugello, Assen e Sachsering per la MotoGP e le gare di Montreal, Austria e Silverstone in Formula 1; senza dimenticare due appuntamenti classici come il Tour de France, che proprio il 13 luglio arriverà a Châteauroux al termine della 9ª tappa, e il Torneo di Wimbledon, in programma dal 30 giugno al 13 luglio, giorno della finalissima della Coppa del mondo per club.


  • Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie.
    Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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