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Inter Barcellona
, 7 Maggio 2025

Un inno alla follia


Come ha fatto l'Inter a superare il Barcellona nella semifinale di Champions League più emozionante di sempre?

Dopo un'andata finita 3-3, era lecito aspettarsi un ritorno più serrato, razionale, nel quale si sarebbero segnati meno gol. Ebbene: no. L'Inter-Barcellona disputato a San Siro è sicuramente uno di quelli che ci ricorderemo per anni, per la sua costante follia e l'incredibile imprevedibilità. È significativo il fatto che la semifinale di ritorno sia riuscita ad oscurare la frenetica gara del Lluís Companys, anch'essa contraddistinta per ritmi forsennati e reti spettacolari.

Ripensando a cosa è stata questa semifinale di Champions, viene da dire una sola cosa: ci dispiace per tutti coloro che han perso anche una sola di queste due partite.

Mai come in questo caso non ci sono highlights, repliche o commenti che tengano: la magia di assistere a questo doppio confronto è stato unica. Un pensiero va al Barcellona, che con le sue idee calcistiche, ha gettato delle basi importanti per rendere questa semifinale così indimenticabile: i catalani hanno disputato una grande Champions League, ma a punirli è stato la stessa chiave che li aveva messi in difficoltà anche al ritorno dei quarti di finale contro il Borussia Dortmund.

Quando viene pressato, il suo palleggio viene meno e la squadra avversaria prende coraggio, la difesa tende concedere troppo. Un pensiero va all'Inter: coi suoi limiti, le debolezze e la precaria condizione fisica, è riuscita a raggiungere la seconda finale in 3 anni grazie soprattutto a una persona: Simone Inzaghi.

Ma come è potuta nascere una tale semifinale di Champions? Innanzitutto, grazie alla filosofia calcistica delle due squadre. Le principali caratteristiche del Barcellona sono il palleggio, il pressing alto e la presenza, all'interno della rosa, di calciatori sensazionali, Lamine Yamal su tutti. Quelle dell'Inter: la mancanza di un fuoriclasse generazionale - il gioco è obbligatoriamente basato sull'insieme e non sulle individualità -, la capacità di accettare la pressione avversaria e di far male quando gli spazi si dilatano. Il canovaccio tattico delle due gare, non a caso, è stato simile: il Barcellona ha dominato il possesso di palla, l'Inter ha tentato di sfruttare le praterie che gli spagnoli hanno concesso alle spalle dei propri difensori. Il risultato è stato un confronto che si è giocato sempre su ritmi alti, molto combattuto e divertente. Per gli spettatori neutrali.

Non che fosse necessario, ma Inter-Barcellona ha confermato come Lamine Yamal sia un giocatore fuori dal normale. Il Barcellona, come è naturale che sia, ha spesso scelto la corsia del giocatore diciassettenne per pungere l'Inter: Dimarco ha palesato, ancora una volta, come la tenuta difensiva non rappresenti certo un suo pregio. Lo spagnolo ha seminato il panico per più di 180': colpi di tacco geniali, dribbling ubriacanti e conclusioni taglienti. Lamine Yamal è già un giocatore dalle caratteristiche fatte e finite, che non sente la pressione delle grandi occasioni e che anzi, si esalta quando la posta in palio è ghiotta. Al ritorno non è stato capace di trafiggere Sommer, in qualche caso principalmente per grandissimi meriti del portiere svizzero, ma la prestazione della giovane certezza è stata, ancora una volta, superlativa. Se nel match d'andata l'ingresso nella ripresa di Carlos Augusto lo aveva parzialmente limitato, a San Siro non c'è n'è stato per nessuno.

Lamine Yamal, tra andata e ritorno, ha completato VENTI dribbling su 31 tentati. VENTI. Fonte: SofaScore.

L'aspetto che colpisce di più è la sua continuità di rendimento all'interno della partita: Lamine Yamal non è mai uscito dalla gara, non ha mai avuto un momento di calo. Al contrario: è parso sempre lucido, ispirato ed è sempre risultato pericolosissimo. Peraltro, non solo è stato una spina nel fianco per la difesa nerazzurra per tutto il corso della semifinale, ma si è reso, ogni tanto, estremamente utile anche in fase di non possesso - viene in mente un ottimo recupero sempre su Dimarco, nel primo tempo del match di San Siro.

Il Barcellona ha disputato due partite per certi versi simili, per altri antitetiche: non si è mai snaturato, cercando sempre di imporre il proprio possesso palla e di riaggredire l'Inter in maniera sistematica e forsennata. Se da una parte, però, i catalani hanno giocato un gran primo tempo in Catalogna per poi calare nella ripresa, nel match di ritorno è accaduto il contrario. Dopo essere andati sotto per 2-0, al Lluís Companys, gli uomini di Flick hanno fatto impazzire l'Inter, anche e soprattutto per l'estro e l'implacabilità di Lamine Yamal. La miglior frazione di gioco del ritorno, invece, è stata proprio la seconda. Anche qui i blaugrana si sono ritrovati a inseguire Lautaro e compagni, in vantaggio ancora una volta di due reti: non si può mai sottovalutare o abbassare la guardia, contro i catalani. In meno di dieci minuti il risultato è stato portato nuovamente in situazione di parità, e all'87' sono addirittura riusciti a ribaltare il risultato. Dopo essere stati sotto di nuovo per 2-0. Fuori casa. In uno degli stadi più ostili d'Europa.

Se da una parte il Barcellona si è dimostrata, dunque, una squadra che non muore mai, non si può non dire lo stesso per quanto riguarda i nerazzurri. In questa semifinale, l'Inter è riuscita a oscurare il proprio difetto più marcato: l'incapacità di essere cinica sotto porta. In questo doppio confronto: 20 conclusioni tentate, 10 indirizzate nello specchio della porta, 7 reti segnate. Numeri importanti, di una squadra che quando tremano le gambe ha imparato cosa deve fare.

Ci sono state alcune prestazioni interiste, in questo doppio confronto, degne di lode. Non si può non partire da Denzel Dumfries - 2 gol e 3 assist nei 210' del confronto. I suoi limiti tecnici sono sotto gli occhi di tutti: non rappresenta certamente uno dei leader tecnici della squadra. Ciò che rende il neerlandese di origini surinamesi un giocatore fondamentale per i suoi, però, non ha niente a che vedere con aspetti qualitativi. A fare la differenza è la sua quantità all'interno dei 90' che, associata alla sua imponente fisicità, lo rende un giocatore difficile da saltare quando puntato e sempre pronto a proporsi in avanti quando la squadra lo richiede. Non è un caso, infatti, se il recente periodo di flessione interista sia coinciso proprio con l'infortunio di Dumfries. Il classe '96 è una pedina imprescindibile per l'Inter: nessun esterno riesce a garantire il suo peso offensivo e la sua tenuta. L'ex PSV è l'esempio lampante di come anche giocatori tendenzialmente nella media possano diventare decisivi quando trovano il contesto giusto: in tal senso, il lavoro di Inzaghi è stato superlativo.

Stesso discorso si può fare per Marcus Thuram: senza di lui, l'Inter non sarebbe in finale di Champions League. Il francese è troppo importante, sia quando c'è il bisogno di uscire palla a terra - l'ex Gladbach offre spesso e volentieri sponde pulite e precise - sia quando i nerazzurri vogliono attaccare la profondità. La sua prestazione a San Siro, in tal senso, è da incorniciare: nonostante gli acciacchi fisici che lo hanno attanagliato nel corso delle ultime settimane, Thuram ha disputato 120' solidi, di grande spessore, contro una retroguardia catalana aggressiva e fastidiosa. La giocata che rende la sua partita incredibile è quella che porta al gol del 4-3 di Frattesi: al 98', con i calzettoni abbassati per evitare guai muscolari, ormai stremato, dimostra di avere ancora la tenuta fisica e la lucidità per proteggere la sfera, superare in dribbling Araujo - entrato nel secondo tempo - e servire Taremi al centro dell'area.

Barcellona-Inter e Inter-Barcellona sono state due partite che hanno ricordato l'importanza di Acerbi e Sommer. Il primo è stato sì fondamentale in fase di non possesso - al di là della sbavatura in marcatura su Ferran Torres nell'occasione del gol del 2-2 all'andata - ma non si può non parlare della rete segnata al 93' di San Siro. Un gol da vero attaccante, che prende posizione con il corpo e segna anticipando il difensore, nonostante abbia calciato con il piede debole. Poi l'esultanza: non sa cosa fare, si toglie la maglietta, si divincola dalla maglietta della salute, si lancia in scivolata con un salto sbilenco: scoordinato, ma coinvolgente.

Passando allo svizzero, potremmo parlare per ore della sua reattività, della sua capacità di compiere parate complicatissime in momenti catartici delle partite. Ciò che lo rende a suo modo unico, però, è l'incredibile costanza. L'apporto di Sommer non è mai mancato nel corso di questi due anni nerazzurri, e tra i pali rappresenta un fattore imprescindibile al quale l'Inter di Inzaghi non può fare a meno. Probabilmente, questa sarà l'ultima occasione per Acerbi e Sommer - entrambi nati nel 1988; hanno 21 anni in più di Lamine Yamal! - per poter vincere la Champions: solo il tempo ci dirà se, in seguito ai mille sforzi compiuti, non riescano a coronare le loro decennali carriere con il trofeo più ambito dai calciatori, dagli allenatori e dai tifosi di tutto il mondo.

Si potrebbero spendere altre mille parole su Frattesi e le sue reti pesantissime, sullo spirito di Lautaro Martinez e sull'apporto inaspettato di Taremi nel corso di entrambe le partite. Ma non può esserci un elogio alla follia senza un elogio al più razionale di tutti, Simone Inzaghi. Il percorso in nerazzurro non è stato sempre rose e fiori: lo scudetto 2021/22 perso all'ultima giornata contro il Milan, le 12 sconfitte nella Serie A 2022/2023, la difficile rincorsa al Napoli del campionato in corso. Anche il rapporto con tifosi e dirigenza ha trovato momenti di difficoltà.

Malgrado i momenti difficili, l'allenatore piacentino è già oggi uno dei più influenti e determinanti della storia nerazzurra. Con 6 titoli vinti, è il 3° tecnico più vincente che abbia mai allenato l'Inter, e il 2° con più presenze in finali di Champions League/Coppa dei Campioni - eguagliare il record di Herrera con 3 finali raggiunte è piuttosto impensabile.

La vera forza di Inzaghi è stata quella di saper lavorare con il materiale a disposizione - rapportato con quello delle altre big europee, senza dubbio di minor qualità e quantità. Inzaghi è riuscito a dar vita ad un Inter camaleontica, che sa adattarsi all'avversario e far male in più modi. Quando gli avversari pressano alto, le geometrie e la verticalità dei meneghini può mettere in difficoltà qualsiasi squadra; quando c'è invece da fare la partita, i continui movimenti dei giocatori sul rettangolo verde creano confusione alle retroguardie avversarie; sulle palle da fermo, infine, è micidiale. L'unica pecca è forse quella di non disporre di individualità capaci di saltare l'uomo e creare la superiorità numerica, fattore che con le squadre chiuse potrebbe tornare estremamente utile.

Il segreto dell'Inter sta dunque qui: l'aver dato nuova vita a giocatori navigati (Acerbi, Sommer e Darmian, Mkhitaryan) e il saper sfruttare le caratteristiche dei calciatori in maniera tale da oscurare i loro punti deboli (Thuram e Dumfries). Nel doppio confronto col Barcellona, il tecnico si è affidato ai titolarissimi (eccezion fatta per l'infortunato Pavard), e qualche sbavatura è stata forse fatta - la gestione di Carlos Augusto, titolare per 90' contro il Verona, poteva essere gestita in maniera più oculata in vista della semifinale. Una volta uscito Dimarco, nella partita di ritorno il brasiliano è stato messo in difficoltà a più riprese da Yamal; risparmiargli qualche minuto contro gli scaligeri sarebbe stata forse una scelta più lungimirante?

L'Inter, eliminando Bayern e Barcellona, ha dimostrato che i nerazzurri, a questi livelli, possono starci, soprattutto grazie alla competenza e alla preparazione del proprio tecnico. Questa volta, rispetto a due anni fa, l'Inter si appresta a giocare la finale di Champions con maggior consapevolezza dei propri mezzi, a prescindere dall'avversario.

  • Nato a Venezia nel 2003, studia Scienze della Comunicazione a Verona. Si è avvicinato al mondo del calcio grazie alle repliche delle partite di Serie A su Rai Sport e a quelle del PSG su Sportitalia.

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