
Ho visto la partita del secolo
Cosa ho imparato vivendo Inter-Barcellona a San Siro.
1. Il sacrificio non esiste
Per tutti quei chilometri che ho fatto per te. Questa volta, per la precisione 1143. Guardo lo schermo del telefono, guardo il numero di chilometri che, secondo Google Maps, separa casa mia da Casa Mia, il profondo sud dal Giuseppe Meazza in San Siro. Penso a tutte quelle volte in cui ho ordinato da Just Eat dalla pokè house sotto casa perché non avevo voglia di fare 200 metri e due rampe di scale. Tutte quelle volte che ho preso il motorino per percorrere i 300 metri che mi separavano dal baretto degli amici.
Penso a quanto il sacrificio lo percepiamo tale solo se lo si fa per qualcosa di cui ci interessa poco. Il sacrificio non esiste se lo facciamo per qualcosa che amiamo. In confronto a questo tutto il resto non ha valore, non ha prezzo, non conta nulla.
12 ore e 21 minuti di treno, due linee di tram, due linee di metro, un biglietto costato troppo per uno studente universitario spiantato, un raffreddore da cavallo condito da due tonsille grosse così e un emicrania che fa pulsare le tempie al ritmo di Hot for Teacher. Ore di studio saltate, una vita sociale messa in pausa. Ma tutto questo non vale niente. Ho visto la mia Inter. Non ho sacrificato nulla, non mi è costato nulla.
2. 2-0 col Barcellona vale quanto un marco della Repubblica di Weimar nel 1923
Tanti allenatori, commentatori, guru più o meno di successo si sono riempiti la bocca di sproloqui sul calcio offensivo, sulla supremazia dell'attacco, sull'importanza di segnare un gol in più dell'avversario. Il Barcellona di Flick è la prima squadra nell'epoca del calcio moderno a imporre ed imporsi concretamente queste idee anche ai massimi livelli, anche in una semifinale di Champions League.
Un approccio quasi futurista al calcio, la volontà di vivere e giocare allo stesso modo, correndo il rischio di morire abbarbicati alle proprie idee, anche a un paio di minuti da un finale che sarebbe stata storica proprio per questo motivo. Per la seconda volta nella mia vita, un Barcellona diventa il punto di riferimento per il calcio di un'intera generazione, una squadra d'avanguardia talmente bella, forte, coraggiosa da suscitare in me ammirazione anche se avrei preferito veder sprofondare l'intera Catalogna piuttosto che sopportare un altro gol di Raphinha.
E allora essere sopra di due reti contro questi demoni non vuol dire niente se non il concreto pericolo d'illudersi e farsi ancora più male quando i quasi marziani barcelonisti verranno a presentare il conto.
La cosa difficile è stato convincere i miei vicini di posto di quanto fossimo in bilico, di quanto fosse rischioso esaltarsi troppo senza essere tacciato di pessimismo, di non essere uno dell'Inter ma un gufo infiltrato, milanista o juventino. Il mio gruppo di amici aveva scelto di sedersi in un altro settore dello stadio perché mi accusavano di essere troppo negativo: sono gli altri a essere in errore, è sicuro, e la storia mi ha dato purtroppo ragione.
Poi hanno perso, certo. Ma nel calcio - un campionato, una coppa o una singola partita - questo può accadere, bisogna metterlo in conto. Tutte le critiche che stanno raccogliendo diventeranno lodi sperticate quando le cose andranno in maniera diversa.

3.Lamine Yamal non è calcio
È opera d'arte in movimento, un prodotto d'una AI ideata appositamente per la Masia talmente all'avanguardia da aver partorito un calciatore diabolico, inarrestabile mentre il resto del mondo perde la testa dietro a Bombombini Gusini e il resto dell'Italian Brainrot. Ogni volta che sento qualcuno dire che Lamine ha solo 17 anni mi vengono in mente i meme che qualche anno fa prendevano in giro i tifosi dei Celtics e la loro ossessione per l'età di Jayson Tatum.
4. Tre consigli atletici
Prima di vedere dal vivo una partita del genere bisogna affrontare un'adeguata preparazione. Non fate l'errore di affrontarla a cuor leggero, come se fosse una cosa sana e sicura. Per il vostro bene. vi regalo tre consigli.
1: rimanete a digiuno prima della partita. La salamella fuori dallo stadio è molto invitante, ma correte il rischio che possa rinfacciarvi come il mantecato della Signora Covelli in Vacanze di Natale. Pensavo di aver fatto bene a optare per una "leggera" vaschetta di patatine fritte e rifritte. Mi hanno tenuto compagna durante le peggiori sfuriate dell'attacco del Barcellona nonostante avessi finito di mangiarle due ore prima, capaci di risalire la mia gola con la stessa verticalità di Dumfries. Assocerò per sempre il miracolo di Sommer su Eric Garcia all'acidità della senape che avevo usato per condimento e che rimaneva lì, sullo stomaco, teso come me.
2: fate stretching. Può sembrare strano ma siete a rischio crampi quanto e sicuramente più dei giocatori in campo. Io ne ho avuti due, uno al polpaccio destro e uno al braccio sinistro, entrambi colpa delle scelte scellerate di quel sant'uomo di Marciniak.
3: fatevi controllare la pressione. Lo stadio è, dopo la chiesa, il secondo posto in cui vi viene chiesto di alzarvi e sedervi con un'intensità simile a quella del Bologna di Italiano, non potete improvvisare questo sforzo. I capogiri sono sempre dietro l'angolo, come quello che ho avuto esultando al gol di Calhanoglu, che mi ha fatto precipitare sulla birra del mio vicino con la stessa velocità con cui gli ho dovuto ricomprargliene una. Non fate gli eroi.
5. L'inferno esiste
È vero, io l'ho visto. A 725 anni e poco più di un mese da quello pubblicato da Dante Alighieri. All'inferno però non mi ha portato Caronte, non mi ha accompagnato Virgilio, ma Eric Garcia da Barcellona con quella rete beffarda e inevitabile che si è insaccata proprio dove si annidano i nemici dell'igiene. L'1-2 mi ha dato la certezza che ne sarebbe arrivato un secondo e poi un terzo e poi forse anche un quarto, che non ce l'avremmo fatta insomma.
Mentre San Siro ammutoliva e il settore ospiti si lanciava in un escalation di cori e canti meritati e senza ritegno, ho sentito la mia vita volare via senza guardarsi indietro. Ero all'inferno, è un posto davvero orribile. Ci sono Ronald Reagan e la Thatcher, è pieno di fascisti ed è vietato fischiettare. Fa comunque meno caldo che a Bologna durante il mese di luglio.
6. Esiste anche il Paradiso
Se non fosse stato per Francesco Acerbi/San Bernardo, probabilmente sarei rimasto chiuso fuori dalla mia stessa felicità. Era finita, era finita. Immobile sul seggiolino, guardavo la gente che cominciava a uscire dallo stadio, guardavo Raphinha esultare per la rete più importante della sua carriera, pensavo a quando avrei dovuto disinstallare Instagram e X, come accade ogni volta, pensavo a cosa avrei dovuto scrivere ai miei amici "perculatori" per conservare un minimo di dignità.
Poi è arrivato l'eroe che non ti aspetti, l'Inter fa 3-3, Acerbi realizza un gol per cui non ho avuto le forze di esultare. La palla alle spalle di Sczcesny e poi buio. La vista si annebbia, i suoni si attutiscono. Sempre immobile, le gambe più pesanti e disossate mente davanti a me si aprono le porte del Paradiso.
Era il paradiso perché ho visto mio nonno, un uomo buono e dal cuore d'oro che non poteva essere che lì in mezzo alle nuvole. Era un classe 1927, aveva sofferto la fame, la guerra e la povertà. Mi guardava e mi faceva capire che una sofferenza del genere lui non l'aveva mai provata. Mi diceva che non era ancora arrivato il mio momento. Non riesco ancora ad alzarmi in piedi ma che importa. Hanno appena regalato altri 30 minuti di vita ad un uomo morto.

7. Quanto è bello avere ragione
Una finale di Champions League conquistata grazie a Dumfries e ad Acerbi. Vorrei tornare indietro nel tempo e a dire al me stesso del 2021 e del 2022, che difendeva a spada tratta gli acquisti di due giocatori che dal resto del mondo erano considerati il simbolo dello smantellamento dell'Inter di Suning.
8. Avere torto è anche più bello
Una finale di Champions League conquistata grazie a Thuram e a Frattesi. Un giocatore che non ritenevo adatto all'Inter e un altro che volevo veder ceduto appena 3 mesi fa. Vorrei tornare indietro nel tempo e dire a me stesso che sono un coglione e che di calcio non ne capisco niente. Intanto al mio amato Davide sta per scoppiare una vena, intanto il Tikus si sbatte in modo commuovente da grande prima punta, proprio il ruolo che non avrebbe mai potuto fare.
9. Il calcio è una cosa meravigliosa
A 2 minuti dalla più grande delusione della mia vita, il fato decide di regalarmi il momento più indimenticabile di una modesta esistenza. Poteva succedere in qualsiasi altro modo? No, solo il calcio può regalarti con la stessa imprevedibilità, con la stessa intensità, con la stessa travolgente bellezza questa altalena dell'animo che sarà, con tutta probabilità, la cosa che vedrò quando chiuderò gli occhi prima dell'ultimo sospiro.
Ripenserò alla pioggia scrosciante che mi inzuppa gli occhiali, all'abbraccio col vicino di posto al momento del fischio finale, ai cori all'uscita dello stadio, alle lacrime di gioia che si confondono alla pioggia, alla partita di Alessandro Bastoni. Al 93' mi sentivo come i Golden State Warriors del 2016, mi preparavo all'infinita ondata di sfottò e di meme sulle dichiarazioni d'Inzaghi e sull'incredibile abitudine dell'Inter a farsi rimontare due gol di vantaggio dal Barcellona. Mezz'ora dopo mi sentivo il Re del mondo, Benigni alla cerimonia degli Oscar del 1999. Non ero in piedi sui seggiolini dello stadio, solo perché soffro di vertigini.

10. Non smetterò mai di vantarmi
La mia è una vita ordinaria, io sono una persona ordinaria. Non sono bello, ricco, famoso, atletico, intelligente nella media, carismatico boh, simpatico neanche. Eppure tra cent'anni potrò dire di essere stato lì, dentro Inter-Barcellona a San Siro, e sentirmi la persona più importante nella stanza. Essere nel posto in cui tutti agli occhi del mondo sono puntati in quel momento, a pochi metri dal punto in cui l'epica di questo sport ha raggiunto uno dei suoi picchi assoluti è una consapevolezza che non ha paragoni. È stata la notte più bella della mia vita.
11. Come prendere l’aereo
Ieri sera ho capito che, per me, tifare è un po’ come prendere l’aereo. Un gesto che potrei benissimo evitare, scegliendo alternative più tranquille. Ma soprattutto, un’esperienza dalla cui buona riuscita dipendono il mio umore, la mia salute, la mia vita, senza che io abbia alcun potere, alcuna possibilità di controllo. Affido me stesso a qualcosa che, in qualunque momento, potrebbe precipitare e schiantarsi al suolo, senza che possa farci nulla.
Non servono riti apotropaici, la scaramanzia, né leggere le formazioni 5 volte un’ora prima della gara, né fare colazione in un certo modo, né indossare quella maglietta. Non resta che sperare: sperare che l’aereo non si schianti. Però, quando atterra…
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