
Il Bologna lo sta facendo di nuovo
Nonostante lo scetticismo verso Italiano e il mercato estivo, il Bologna sta migliorando i risultati della scorsa stagione.
Il 23 maggio 2024 i gradoni del Dall'Ara sono ancora impregnati dei festeggiamenti per la qualificazione in Champions League del Bologna. Thiago Motta, protagonista carismatico dell'impresa rossoblù, comunica ufficialmente quello che in molti già sospettavano: il suo futuro sarebbe stato altrove - pochi giorni dopo, si scoprirà, alla Juventus. L’italo-brasiliano se ne va lasciando i bolognesi in preda a sentimenti contrastanti, grati per ciò che è stato ma amareggiati al pensiero di cosa sarebbe potuto diventare. La lettera à la “Ti lascio, ma possiamo rimanere amici?” dell'allenatore non aiuta a digerire il malessere.
Esattamente due settimane dopo l'addio di Motta, il 5 giugno, la società comunica l'ingaggio di Vincenzo Italiano. Tra la Torre degli Asinelli e il Nettuno si sente più di un tifoso borbottare “L’allenatore delle finali perse”, “Con la difesa a centrocampo dove andiamo!?” "Soc, questo ha fatto 8 punti meno di noi con una squadra più forte!". A molti sembra la fine di una bellissima favola, l'immediato ridimensionamento dopo una stagione fortunata. Da anni non si vedeva un Bologna capace di incalzare le big, come sperare che un'annata del genere possa ripetersi a breve?
A Bologna (e in molti altri luoghi) si stava sottovalutando Italiano, Un allenatore che ha fatto la gavetta, partito dalle giovanili di una squadra di Serie D (Luparense San Paolo) e arrivato a giocare due finali di Conference League consecutive. Alla Fiorentina, fino a quel momento il picco massimo della sua carriera, viene ricordato come quello che è riuscito a perdere due finali in pochi giorni (maggio 2023, Inter in Coppa Italia e West Ham a Praga), ma chi ha buona memoria e la giusta dose di gratitudine ricorda di come abbia risollevato la squadra dalle ceneri, arrivando dopo un'annata nefasta in cui la Fiorentina si salvò con soli 3 punti in più della terzultima alternando sulla panchina Iachini a Prandelli, e riportandola in Europa dopo 5 anni di assenza.
La missione nell’Europa dei grandi, da grande
A Bologna, tuttavia, la missione è diversa. Italiano non era più un mister emergente ma un tecnico maturo, con un'impronta tattica molto chiara, a cui veniva affidata una squadra che stava imparando a sognare in grande Durante l'estate, poi, il Bologna viene privato anche dei tre maggiori protagonisti della stagione passata: Zirkzee, passa al Manchester United, Calafiori all'Arsenal e Salaemaekers, su cui la società ha deciso di non investire i €15 milioni richiesti dal Milan per il riscatto, andrà alla Roma.
In molti dall'esterno erano preoccupati o, quantomeno, certi di un ridimensionamento, dimenticando che alla voce DS c'è la garanzia di Giovanni Sartori. Arrivano giovani come Fabbian (in realtà riscattato dopo una stagione da 12° uomo), "scarti" da rilanciare come Holm, giocatori in rampa di lancio come Miranda e cause perse come Iling Junior. Alla fine del mercato la sensazione è sempre più diffusa: “il Bologna è una piccola. Come è salita, scende".
Come quando si accompagna un bambino ancora ingenuo, curioso di vedere tutto, Italiano ha accompagnato il suo Bologna in Champions League. In termini di risultati, l'Europa ha dato poco, se non fosse stato per quel 2-1 al Borussia Dortmund che ha mosso una città.
Tuttavia, l'esperienza europea, per quanto inizialmente drenante e arida di punti, ha creato grande consapevolezza. La squadra di Italiano, seguendo pedissequamente la volontà dell'allenatore, non hai sfigurato pur giocando con squadre di ben diversa esperienza. L'eliminazione dalla Champions, anziché abbattere il Bologna, lo ha riempito riempito di nuove energie, come quando dopo un lungo trekking ci si toglie lo zaino pesante per salire l'ultimo tratto verso la vetta.
Il meglio deve ancora venire
La questione sulla bocca di tutti, era proprio Vincenzo Italiano e il suo talebanismo (ricorderete Vincenzo Iraniano), il suo poco pragmatismo, inadatto agli altri livelli della nostra Serie A. Nella scorsa stagione, ad esempio, la Fiorentina di Italiano aveva subito 46 gol, 12 in più del Bologna: una differenza che si è tradotta in 8 punti e 3 posizioni in classifica di differenza.

A molti sorgeva spontanea una domanda: come avrebbe potuto il Bologna riconfermarsi a quei livelli attraverso il gioco estremo dell’allenatore di Karlsruhe? Proprio con il gioco, oltre che con l'aspetto più sottovalutato del mestiere: creando un gruppo coeso e consapevole dei propri mezzi.
Il gioco proposto da Italiano prevede movimenti congiunti, una difesa che rischia, si alza - molto alta - tutta insieme. Delle fasce che si sacrificano avanti e indietro. Così hanno fatto i vari Dodò, Biraghi e Nico González, così hanno imparato rapidamente a fare Miranda, Holm e Ndoye. L’esterno svizzero è un esempio perfetto dello stile di gioco di Italiano: un jolly per il suo 4-2-3-1 in grado di spingere sulla fascia, ritornare a coprire e soprattutto togliere punti di riferimento alle difese.
La heatmap stagionale di Ndoye ce lo grida da ogni pixel: è ovunque, riscalda la fascia destra e sinistra da bandierina a bandierina, non disdegna gli inserimenti in area né il venire a prendersi il pallone nei mezzi spazi. Il sacrificio si vede nelle 5.82 conduzioni palla al piede di media nella Serie A 2024/25 (via FBref) e nelle 3.94 palle recuperate ogni partita. Una traduzione letterale di questi principi è stata Bologna-Napoli: Miranda che vede Odgaard, Odgaard che scruta Ndoye. Lo svizzero con divaiana memoria la mette di tacco. Questo è il Bologna, il rischio che diventa certezza in nome dei principi di gioco. Un ecosistema sulle ali dell'entusiasmo completamente logico.

Un altro dubbio fondamentale da risolvere era su come avrebbe fatto il Bologna a a non far rimpiangere Zirkzee. Il neerlandese aveva portato in piazza Grande tutta la tecnica e l'intelligenza tattica della sua patria, sinuoso come il movimento ritmico dei suoi capelli a ogni palla smistata. Aveva una funzione complessa, delicata, ambigua nella squadra di Thiago Motta, al punto che difficilmente si riusciva ad affibbiargli un ruolo. Punta, trequartista, seconda punta, rifinitore?
L’addio direzione Manchester United, con un senno di poi rocambolesco, ha lasciato più in difficoltà l'attaccante ex Bayern Monaco che il Bologna. A fine gennaio '24 era infatti arrivato un ragazzo diciannovenne dal Vélez Sarsfield. Un acquisto avvenuto in sordina, ma i 15 milioni investiti da Saputo facevano presagire grandi aspettative, che Santiago Castro sta mantenendo alla grande. Dopo otto presenze e un gol nella scorsa stagione e l'acquisto di Dallinga come presunto titolare in estate, Castro ha sta giocando un'ottima stagione e non solo per i 10 gol e 8 assist tra campionato e coppe.
Partiamo da due soli numeri per capire l’importanza della punta del Bologna: i suoi passaggi lunghi sono più precisi di quelli di un certo Barella (76,5% vs 64,6% secondo Fbref) e inoltre subisce non meno di due falli a partita. In pochissime e chiare parole, Italiano e Castro sono stati capaci di non far percepire la mancanza di Zirkzee. Il modulo di Italiano richiede un regista offensivo, qualcuno che sia in grado di liberare gli spazi per Orsolini e per Ndoye, senza scordare gli inserimenti di chi gli gioca dietro. L’ex Velez sa fare a sportellate con qualsiasi tipologia di difensore, sa accudire il pallone in attesa della trequarti a rimorchio ma sa anche attaccare direttamente la porta. Un attaccante completo, spesso descritto come un nuovo Lautaro Martínez, a cui ha effettivamente detto di ispirarsi.
La precisione maniacale del gioco di Italiano, probabilmente non sarebbe altrettanto efficace senza la scintilla di follia chiamata Orsolini che quest'anno si sta rivelando la ciliegina sulla torta, un giocatore indispensabile dentro e fuori dal campo che ha saputo creare, anche grazie all'ottima strategia social del Bologna e alla sua simpatia, un legame strettissimo con i tifosi e con i compagni. Oltre ad essere alla sua terza stagione consecutiva in doppia cifra, Orsolini è quel ragazzo fondamentale in ogni gruppo-squadra, indispensabile a ricordare a tutti che valgono sempre e comunque, anche se le cose stanno andando male.
Forse è proprio in questi elementi intangibili, nelle vibes che amalgamano un gruppo di amici, il quid del nuovo Bologna: un gruppo che non ha bisogno di aiuti, che non ha bisogno della fortuna o del caso ma che è consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti e che, soprattutto, è unita verso un obiettivo. Questo gruppo ha saputo soffrire come fosse grande, togliendosi partita dopo partita l’etichetta di piccola, fino a cementificare le proprie ambizioni di Champions League negli ultimi scontri diretti in cui non ha ceduto punti contro Lazio, Juventus, Napoli e soprattutto Inter - momento più alto della stagione coronato proprio dall'ennesima scintilla di follia scoccata da Riccardo Orsolini.
Un futuro da big in tasca
Questa stagione del Bologna sta regalando speranze ancora superiori rispetto a quella precedente. Se la squadra di Thiago Motta, Zirkzee e Calafiori hanno regalato un'annata intensa, un'esplosione di gioia arrivata completamente a sorpresa, una festa adolescenziale. Il Bologna di Italiano, invece, era chiamato a un compito difficilissimo: dare continuità e farlo perdendo molti dei presupposti su cui si erano fondati i successi dell'anno scorso.
In un singolo aspetto, poi, il Bologna di Italiano ha già raggiunto un traguardo più importante rispetto a quello di Motta: la finale di Coppa Italia, arrivata a scapito dell’Atalanta in un quarto di finale che è sembrato un passaggio di consegne tra un'ex piccola diventata grande e un’altra pronta a fare lo stesso percorso. Il 14 maggio sarà una data cruciale, un ennesimo momento storico in una memorabile stagione 2024/2025.
Il Bologna avrà davanti un Milan martoriato, demotivato dalla stagione mediocre e da sé stesso, ma comunque in grado di andare a nozze con la difesa altissima di Italiano. Un Milan già battuto nettamente in campionato, che però ha nella finale di Coppa Italia l'ultimissima occasione per una qualificazione europea. Per il Bologna, invece, sarebbe la terza coppa nazionale in bacheca e soprattutto il primo trofeo (escludendo l'Intertoto 1998) dal 1973-74, quando vinse proprio la Coppa Italia ai rigori contro il Palermo.
Lucio Dalla, grande bolognese e tifoso del Bologna, nel 1977 cantava che "L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale". Ecco, la tempra di questo Bologna forse sta in questo: riuscire nell'impresa eccezionale di rimanere "normale" in queste stagioni straordinarie. Bologna e i bolognesi sono in ottime mani e possono avere fiducia nell’anno che verrà.
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