
L'infinita altalena della Fiorentina
Problemi e soluzioni della Fiorentina 24/25, oramai al rush finale di una stagione dai mille volti.
Otto vittorie consecutive, un 3-0 contro l’Inter trovato con 14 giocatori a disposizione, il doppio successo con la Lazio, le vittorie casalinghe contro Atalanta, Roma, Milan e Juventus. Ma anche il doppio pari con il Parma, la sconfitta di Monza, un accesso alla fase campionato di Conference League centrato solo ai rigori contro la Puskas Akademia: difficile rappresentare meglio di così l’altalena di risultati (e di prestazioni) della Fiorentina.
Una squadra capace di muovere la classifica più con le teste di serie del campionato che con i fanalini di coda, in grado di tenere in casa un passo da testa della classifica e veder normalizzato il suo rendimento lontano dal Franchi (37 punti in casa, 22 fuori). Una squadra rivoluzionata due volte - in estate e, di nuovo, a gennaio - che per forza di cosa ha faticato a trovare il proprio amalgama. Una squadra, quella gigliata, che si porta dentro tanto la provocatoria sfrontatezza con cui affronta le big del campionato, quanto un eccessivo e autosabotante timore nel prendersi responsabilità quando partita e avversario le imporrebbero di farlo.
Quello della Fiorentina di Palladino è stato un percorso a ostacoli, caratterizzato da una continua rincorsa su sé stessa. Ricerca di equilibri e ricerca di identità sono stati due obiettivi centrali nel lavoro del tecnico, riuscito con abilità a creare un gruppo particolarmente solido e affiatato – non senza decisioni estreme nella definizione dello stesso – ma non sempre altrettanto efficace nello stabilizzare la squadra sul piano dell’identità di gioco, tra incertezze, retromarce, rimedi anche brillanti ma estemporanei, equivoci non del tutto risolti.
Sono parecchi i vestiti cambiati dai toscani in quest’annata. 22 settembre, quinta giornata di campionato: all’intervallo di Fiorentina-Lazio i viola, reduci da 3 pareggi contro Parma, Venezia e Monza e dalla sconfitta di Bergamo, sono sotto per 0-1. È da qui che Palladino decide di stravolgere la sua squadra, prendendo radicali decisioni sulle gerarchie di spogliatoio cambiando sostanzialmente l'approccio tattico.
In quei 15 minuti di riposo tra i due tempi, il tecnico ex Monza abbandona una parte della sua idea di calcio e rinuncia al tentativo, provato con insistenza in estate, di replicare sulle rive dell’Arno quell’impianto tattico che aveva messo in pratica in Brianza. Addio alla difesa a 3, addio all’idea di difendere aggressivi con riferimenti a uomo, si cerca di restituire compattezza a un pacchetto arretrato troppo soggetto a errori individuali con una cerniera fatta di densità e difesa di reparto, affidandosi all'esordiente Gudmundsson per trovare violente transizioni. È il primo passo della transizione a quel 4-2-3-1 fortemente asimmetrico che fece le fortune della Fiorentina tra fine settembre e inizio dicembre.
Una ricerca di rassicurazioni che passa non solo da un cambio di schieramento, ma anche da un cambio di uomini. Infatti, in quell’intervallo della sfida contro la Lazio, a farne le spese sono senatori della rosa viola: Biraghi e Martinez Quarta, capitano e vicecapitano della squadra, e protagonisti (nel bene e nel male) delle recenti annate viola. Titolari pressoché fissi e nelle più svariate posizioni in quelle prime uscite stagionali della Viola di Palladino, Quarta e Biraghi vengono cassati in maniera pressoché definitiva dal tecnico a partire da quell’intervallo.
L’argentino giocherà una sola volta da titolare in campionato fino alla cessione di inizio gennaio al River, il lombardo – di fatto bocciato a partire da quella sostituzione al 53’ in Apoel-Fiorentina 2-1 di novembre - verrà messo direttamente fuori rosa alla vigilia di Fiorentina-Lask, per poi essere ceduto a gennaio direzione Torino, senza aver più visto il suo nome nell’undici titolare gigliato in Serie A.
La vittoria casalinga contro la Lazio fissa il primo punto di svolta della stagione viola, che da quella partita avvia una striscia di 10 risultati utili e soprattutto, dopo lo 0-0 di Empoli, 8 vittorie consecutive, che portano i toscani al terzo posto in condominio con l’Inter e proprio i biancocelesti (il tutto con una gara in meno). La nuova Fiorentina è una squadra che trova il suo equilibrio radicalizzando il proprio approccio al gioco, ma in senso opposto a quello che sembrava essere il biglietto da visita di Palladino da Monza.
Si enfatizza una fase di non possesso basata su baricentro basso e linee strette, oltre che la ricerca di una verticalità da trovare non solo con la manipolazione della pressione altrui, ma soprattutto appoggiandosi alle qualità di Kean in grado di assicurare l’uscita sul vertice, a quelle di Dodo nel superare in guida la prima linea avversaria e di Beltran nel dettare ordine sulle seconde palle nelle vesti di regista offensivo.
Bove, dirottato sulla corsia di sinistra per esentarlo da incarichi di costruzione del gioco, diventa in qualche modo il perno di questo sistema. Il giovane capitolino è chiamato ad attivare la prima pressione quando gli avversari superano la metà campo, dando ritmo alla riaggressione del pallone e permettendo alla Fiorentina di non subire troppo il palleggio avversario, pur tenendo un baricentro basso.
Bove inoltre può innescare succulente verticalizzazioni proprio con i suoi recuperi vinti, e permette a Gosens (“declassato” terzino nella linea a quattro) di uscire dai suoi 40 metri con facilità, tagliando dentro al campo e aprendone la corsia. Dietro, è la coppia a sorpresa Comuzzo-Ranieri a prendersi il posto da titolare: un duo alquanto inesperto e bisognoso di protezioni, ma sufficientemente disciplinato e affiatato nella spartizione di compiti, con il classe 2005 chiamato alla marcatura più aggressiva e il già capitano in pectore a una maggior vigilanza dei ridotti spazi alle spalle.
La partita di inizio ottobre contro il Milan (2-1), la prima con Adli in cabina di regia nel 4-2-3-1, è la prima della serie di successi, e una delle migliori sul piano tattico per i gigliati. Palladino fa leva sui punti critici dei rossoneri, dalla pigrizia nel pressing rispetto alla propria corsia di destra (dominata da Dodo) fino alla tendenza della squadra, allora guidata da Fonseca, di far finire i suoi sviluppi offensivi in un imbuto centrale che i viola riescono a saturare con efficacia.
Eppure, anche al di là delle mancanze del Milan, la prestazione propositiva e coraggiosa della Fiorentina trova corrispondenza nel risultato solo grazie a fattori per così dire episodici, o quantomeno strettamente legati alle giocate individuali dei suoi singoli. Su tutti De Gea, protagonista assoluto della stagione viola, con due rigori parati a referto; ma anche il lampo a ciel sereno di Gudmundsson che vale il 2-1. Una delle non troppo frequenti fiammate stagionali dell’islandese, limitato da problemi fisici, brutte vicende extra campo e un mai pienamente risolto inquadramento tecnico-tattico.
Nella striscia che seguirà, la Fiorentina metterà a segno vittorie roboanti (lo 0-6 di Lecce, il 5-1 contro la Roma) e successi minimalisti ma comunque contrassegnati da un grande controllo della gara: lo 0-2 a Como è una sfida dove i viola gestiscono i ritmi e intensità della partita a piacimento, coniugando con successo ricerca della verticalità e controllo proattivo del gioco.
Sembrava la prova finale di un crescendo culminante nel raggiungimento di un equilibrio stabile, ma in realtà ci vorrà la vittoria interna contro una Juventus all’apice della crisi, ben quattro mesi dopo, per rivedere la Fiorentina padroneggiare con tale sicurezza il flusso della partita. L’idillio di quello strappo in avanti di Kean e compagni si interrompe di fatto in Fiorentina-Inter, e non per motivi squisitamente di campo.
È la partita in cui Edoardo Bove si accascia a terra per un arresto cardiaco. E anche se i viola, una settimana dopo, supereranno di misura il Cagliari, da quel momento la Fiorentina entrerà in una spirale negativa, nella quale la precoce eliminazione in Coppa Italia contro l’Empoli (avvenuta tre giorni dopo quei momenti terribili) non sarà un isolato episodio contingente, ma solo il primo di tanti altri passi falsi.
La perdita di Bove, traumatica sul piano emotivo ancor prima che tecnico, ha tolto tra le altre un fattore di equilibrio fondamentale per la squadra, equilibrio la cui ricerca era stata così difficoltosa nel primissimo avvio di stagione. Un’alchimia che si fondava molto sull’esaltazione delle caratteristiche dei singoli, e che caduto un tassello Palladino ha faticato a ritrovare. Alla fine, il vero elemento che discostava, e che continua a discostare, la gestione in viola del tecnico napoletano da quella del suo predecessore, è stato proprio il lavorare meno sulla creazione in tempi stretti di un’identità tecnico-tattica forte e solida, per ricercare piuttosto la giusta alchimia grazie e attraverso le specificità individuali.

Due approcci diversi e molto più sfumati nella pratica di quanto si potrebbe pensare da questa contrapposizione, ed entrambi non privi di passaggi a vuoto fisiologici; ma due approcci evidentemente diversi, facilmente individuabili (in maniera forse un po’ semplicistica) nei radicali cambi di sistema proposti da Palladino – difesa a 3, poi a 4, poi di nuovo a 3, centrocampo prima in coppia poi a 3 – rispetto alle levigature più di dettaglio che Italiano dedicava a un impostazione di squadra scelta in maniera definitiva fin dal suo arrivo.
Nel caso di Palladino, chiamato a gestire anche le difficoltà insite nell’amalgamare un gruppo radicalmente nuovo (soprattutto dopo l’epurazione di gennaio – tra gli altri: via Ikoné, Sottil, Kouamé, Kayode - e conseguenti nuovi arrivi), questo lavoro più mirato sulle individualità ha avuto come pregio la restituita centralità a giocatori reduci da periodi difficili, ma con lo scotto da pagare di una maggior dipendenza dalle soluzioni specifiche date dalle skill dei singoli, e l’imposizione di notevoli sacrifici ad altri elementi ausiliari.
L’allenatore ex-Monza ha limitato sempre il suo turnover dopo delle vittorie conseguenti a cambi del sistema di gioco, ricercando continuità nelle soluzioni a ogni costo; e le assenze, nonostante una rosa che si è ampliata nei mesi, sono state spesso complicate da gestire anche a causa della mancanza di quelle famigerate “coppie per ruolo”, non essendo gli stessi così definiti (basti pensare al turbinio di posizioni in cui è stato utilizzato Folorunsho dall' arrivo a gennaio, da interno di mediana ad ala tattica sino a quinto, sia di destra che di sinistra).

Nella semifinale d’andata contro il Betis, questa dipendenza è stata evidenziata dalle indisponibilità dal primo minuto di Kean e Dodô: l’assenza dei due ha pesato non solo per il loro valore assoluto, ma anche per quella centralità acquisita nell’impianto tattico viola. Soprattutto nel primo tempo (prima dell’ingresso di Kean all’intervallo), ai viola, costretti a uscire dalla propria comfort zone, sono parse mancare soluzioni su come affrontare l’avversario.
Al di là delle ambizioni di verticalità sulle quali Palladino ha sempre impostato la squadra, la gestione della costruzione bassa mirata ad attrarre la pressione - focus tattico centrale nei concetti del tecnico - è stato più volte un punto critico per i viola proprio per le altalene su chi e come fosse a disposizione e su chi, in ultima istanza, dovesse dirigere quella fase di gioco. Più di una volta è accaduto sia che la Fiorentina non riuscisse a uscire dalla prima aggressione avversaria, o che peggio non avesse altre idee su come risalire in campo in assenza di quell’attrazione in avanti del rivale di turno.
Vari fattori hanno limitato il consolidamento della Fiorentina su quest’aspetto: l’indisponibilità e la mediocre condizione di Pongracic per quasi metà stagione (regista difensivo prescelto in estate), i timori sulla tenuta di Adli nella fase difensiva e i suoi acciacchi, lo stesso inserimento molto dosato di quel Niccolò Fagioli arrivato a gennaio, oggi elemento già irrinunciabile: Palladino di fatto ha potuto (o voluto) innestare solo con ritardo questi uomini nel suo undici, giocatori senza i quali a più momenti la Fiorentina ha visto aggravarsi le sue sofferenze in termini di passività e rigidità posizionale.
Il bimestre dicembre-gennaio ha mostrato quanto fossero debilitanti queste problematiche per una squadra così radicalmente rinnovata. La Fiorentina passa da 8 vittorie consecutive a 6 partite senza vittorie, rimediando i KO di Bologna (il primo della lista, proprio contro l’ex Italiano, sfida gestita sul piano emotivo in maniera alquanto discutibile dalla catena di comando gigliata) e quello clamoroso di Monza, oltre alle sconfitte casalinghe contro Udinese e Napoli. Due i punti che arrivano, contro Juventus (2-2) e Torino (1-1): il primo è soprattutto figlio dello scivolone di Savona a pochi minuti dallo scadere; il secondo è l’emblema delle insicurezze dei toscani, in superiorità numerica per oltre un’ora di gara e nonostante ciò incapaci di assumere l’iniziativa a pieno per consolidare il vantaggio di 1-0, finendo poi per subire la rimonta.
Ma questa squadra è la stessa che, pochi giorni dopo, sbanca l’Olimpico superando la Lazio grazie a una prima mezz’ora dai ritmi eccezionali oltre che a un secondo tempo stoico, e incarta l’Inter al Franchi nel recupero di quella maledetta partita con un 3-0 tutto barricati e feroci transizioni. Prove notevoli non solo sull’aspetto delle “lacrime e sangue” che ribadiscono l’unità di un gruppo (e forse anche di un allenatore) comunque molto umorale, ma anche per come la Fiorentina riesca a proporre in maniera efficace un’abile manipolazione dell’avversario tramite un rischioso possesso palla basso, per aprire gli spazi da attaccare verticalmente sfruttando (e esaltando) soprattutto il perdurante stato di grazia di Kean.
Per quanto sia evidente che scardinare i blocchi bassi difensivi sia qualcosa di complesso a prescindere dal proprio sistema di gioco, e come sia fisiologico vedere più il Parma al Franchi che la Lazio all’Olimpico assumere questo tipo di atteggiamento in campo, l’altalena – prestazionale e di risultati – della Fiorentina sembra andare oltre l’aspetto meramente tattico. Astrattamente, sarebbe alla fine più semplice una risalita del campo ordinata tramite il palleggio (cosa che i viola non sono in grado di fare agevolmente), rispetto a quella costruzione bassa volta ad adescare l’avversario, condita per di più con una costante tensione a mille quando c’è da difendersi fin dentro la propria area.
Invece, la Fiorentina sembra soprattutto una squadra bisognosa di esaltarsi nella tensione, tensione che evidentemente non riesce a trovare quando le aspettative del match calano, e soprattutto tensione che vede allentarsi lontano dalle mura amiche. Negli ultimi due mesi con l’attuale, nuovo impianto di gioco, i viola pur apparsi via via più consolidati hanno continuato ad alternare picchi anche clamorosi (il 3-0 di disarmante facilità contro la Juve, l’1-0 contro l’Atalanta) a repentini cali di prestazione (dall'1-0 contro il Lecce, alle sofferenze nell’andata contro il Panathinaikos ad Atene, poi ribaltate al ritorno, fino al pari con il Parma).
Sempre, tuttavia, mantenendo costante un aspetto: ricerca della verticalità, ma poca fluidità posizionale, con perfino un certo timore nell’abbandonare le proprie zolle di competenza, indipendentemente da come l’avversario si ponga, se con un approccio più reattivo (Verona, Parma, ecc.) o più proattivo (Panathinaikos, Como, perfino Celje).
Infatti, se con la drammatica sconfitta di Verona che valeva la terza sconfitta di fila, Palladino ha di nuovo virato a proposito dell’impianto tattico, abbandonando la difesa a 4 e gli annessi sacrifici in copertura imposti ai suoi esterni alti, questa dinamica non pare così troppo intaccata. La squadra veniva reimpostata con un più semplice 3-5-2, maggiormente allineato con le nuove disponibilità di rosa, e optando per una mediana il più possibile qualitativa, nella quale Mandragora riacquisiva, come sotto Italiano nel '22/'23, un’importante funzione di lettura e occupazione degli spazi in entrambe le fasi, ma oggi soprattutto con un focus sui compiti da incursore (da febbraio, 10 partecipazioni al gol tra Serie A e Conference, di cui 7 nelle ultime 11 gare).
Questa mossa ha indubbiamente aiutato la Fiorentina sia in termini di recupero di certezze e di – ancora – esaltazione delle individualità, sia come tentativo di risolvere uno dei crucci stagionali, ovvero la liberazione di un giocatore creativo come Gudmundsson da tutta una serie di consegne in non possesso (una croce che Colpani, pupillo del tecnico, ha portato fino al suo spegnimento, e Beltran continua a eseguire con disciplina e con sprazzi di creatività, ma senza il tasso di pericolosità dell’islandese).
Tuttavia, una certa attesa statica dell’avversario permane sempre come tratto caratteristico dei gigliati, attesa che sembra più soggetta a cali di concentrazione al calare della valore della squadra da affrontare. La Fiorentina resta alla fine una squadra prettamente speculativa, insidiosissima nel far leva sulle criticità dell’avversario appena abbassa la guardia, ma non in grado – neanche nella sua veste evil, quella del flex di Kean e delle segnalazioni di Ranieri – di reggere la sua stessa tensione se la squadra rivale non molla il colpo.
La trasferta di Bologna e lo 0-3 interno contro il Napoli sono state forse le sfide con le big più emblematiche di ciò, dove i viola sono finiti per crollare sul lungo senza riuscire a influenzare i piani-gara imposti dagli avversari, contro due squadre in quel momento in piena salute e capaci di gestire con sicurezza i propri fattori di rischio. Anche l'ultima, per molti aspetti sfortunata, sconfitta dell'Olimpico contro la Roma, pur lasciando sensazioni positive sullo stato di fiducia mentale dei viola (in ultima analisi, fermati soprattutto dagli interventi di Svilar) e con le scusanti del caso tra assenze e gestione del doppio impegno campionato/semifinali di Conference, ha mostrato quanto la Fiorentina sia poco a proprio agio nel manipolare con il possesso palla i blocchi difensivi avversari, e quanto piuttosto ami giocare sull'ansia perenne di gestione della profondità che Kean provoca nelle squadre avversarie.
La Fiorentina 2024/2025 sembra quasi portarsi dietro una sorta di trauma represso a forza, come fosse un blocco psicologico che la spinge a esser squadra così tanto speculativa a tutti i costi. Al di là di quanto la narrazione di Palladino come “allievo gasperiniano” sia stata stridente con quanto via via messo in atto a Firenze (ferree difese di reparto, riferimenti sull’uomo sempre protetti da schermature, un costante blocco basso con uno dei più alti indici PPDA del campionato), l’attenzione maniacale che i viola riservano alle posizioni e alle spaziature in non possesso – cura decisiva in certe partite, come ad esempio proprio il 3-0 contro l’Inter - sembra apparire eccessiva e talvolta limitante verso le potenzialità della squadra.
Le altalene in termini anche di prestazioni stanno lì a ribadirlo. Capire da cosa ciò derivi (per provare a superarlo in questo rush finale di stagione) è ben più difficile che coglierne le conseguenze: perché la Fiorentina ha tutta questa paura nell’affrontare palloni sopra la linea difensiva? Perché la Fiorentina resta spesso così bloccata, pur avendo costruito le sue fortune nella prima parte di annata proprio su un approccio più fluido?
Nel secondo tempo di Roma-Fiorentina, al netto dei due grandi interventi di Svilar, la produzione offensiva dei viola è stata nel complesso modesta, a fronte di uno schiacciante possesso palla.
Potrebbe essere una sorta di shock delle primissime (negative) partite stagionali con un abbozzato sistema uomo su uomo, ma una discreta parte di quegli elementi in buona sostanza inaffidabili (come il temporaneamente reintegrato Amrabat) non ci sono più, e la Fiorentina di oggi oltre ad aver ritrovato molte più sicurezze negli uomini del reparto arretrato, si presenta con tutt’altra qualità a disposizione in mezzo al campo. O potrebbe essere il ricordo di quelle così sovraesposte imbucate subite nella gestione Italiano: ma, di nuovo, a oggi la squadra gigliata è profondamente diversa da quella dello scorso anno, e gli unici veri elementi di continuità sono Ranieri (promosso capitano) e Dodô, oltre a Mandragora.
Che sia piuttosto una sorta di virus insinuatosi nella mente dell’allenatore, magari per nefaste influenze di un’ambiente ancora – fisiologicamente – traumatizzato dalle finali perse del triennio precedente? O, in maniera più semplificata, sia una conseguenza della costante rincorsa alla giusta sintesi dovuta operare in tempi strettissimi da Palladino, che ha (anche ma non solo di sua volontà) accompagnato la sua squadra in una costante rivoluzione di uomini e di direttive, con alcuni ritardi nella composizione della rosa e quella pressione per i massicci investimenti compiuti dalla società viola in sede di mercato?
A poche settimane dal termine della stagione, difficile (e inutile) provare a sciogliere questo enigma. Per i viola, il riuscire a convivere con queste due facce resta una costante dell'annata, e solo il rush finale dirà se e quanto tutto ciò sarà debilitante (o magari una risorsa) nel provare a centrare gli obiettivi finali.
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