
Cosa significa guardare le partite dell’Italia?
Un'analisi socioantropologica della nazionale, dal gol di Zaccagni in Italia-Croazia al totemismo di Levi-Strauss.
Dare un senso a un miracolo. Questo è stato il leitmotiv che mi ha costantemente ronzato nella testa nel tragitto di ritorno da Italia-Croazia. Ancora elettrizzato da quel gol all’ultimo secondo - e forse un po’ condizionato da qualche Moretti di troppo - passa in sottofondo Maciste contro tutti dei CCCP.
Il primo minuto e mezzo mi trasporta in uno pseudomondo che assume tratti sempre più esotici ed epici: un sole calante ma che ha ancora la forza di sporcare tutto il cielo; una taberna con tovaglie usa e getta unte, sporche di agnello; il suono gracchiante delle piccole casse che riproducono all’infinito chitarre impegnate nell’eseguire le note di un lussureggiante rebetiko.
Epica, etica, etnica, pathos.
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Mi accorgo solo ora di quanto il gol di Zaccagni, un inaspettato Maciste, possa esistere solo nel mondo della metafisica e della mitologia. Del resto l’ha detto anche Pasolini: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” ed è inevitabile il suo mutamento in un “fatto sociale totale”, come il dono per Marcel Mauss.
Un gol non è mai un semplice gol, specialmente un gol come questo: porta infatti con sé conseguenze individuali e collettive, è un evento straordinario per portata ed esecuzione. In quel momento, nessuno se lo aspettava ma allo stesso tempo, in fondo al cuore, ce lo aspettavamo un po’ tutti. Quel pallone tra i piedi di Zaccagni è carico di aspettative personali e sociali, come nel caso della Feria de Alasitas boliviana - festa/mercato dedicata a Ekeko, divinità dell'abbondanza, in cui si comprano miniature di ciò che si desidera ottenere: una casa, un auto, dei soldi, un matrimonio - ed è nella sua materialità che possiamo riscontrare la verità e la conferma di quelle credenze che pervadono la nostra vita.

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Parcheggio la macchina e, un po’ ingenuamente, ripenso a quello che è appena successo. In ascensore, dopo tornando a casa dopo una partita importante, si riflette sempre su cosa è andato bene e cosa no, si ripercorrono le giocate e le prestazioni dei singoli, si prova a giustificare la brutta prestazione dei propri giocatori preferiti, si fantastica sui voti che si leggeranno sulla Gazzetta la mattina dopo e su cosa diranno gli amici. Questa volta però quell’emozione, quell’urlo inaspettato al gol di Zaccagni, ha stimolato dentro di me qualcosa di più del banale “vabbè dai in fondo si poteva fare meglio”. Una sensazione più profonda, che forse ha ben poco a che fare con la partita in sé. Una questione quasi strutturale, esterna anche a me, a tratti coercitiva e normativa.
L’unico modo che ho trovato per affrontare e comprendere questa sensazione è stato guardarla attraverso la pesante categoria antropologica del rituale: un insieme di azioni codificate, ripetitive e simboliche, che vengono eseguite in specifici contesti simbolico-culturali allo scopo di rafforzare le norme e le strutture sociali, le credenze religiose (anche se forse qua sarebbe meglio parlare di rito) e soprattutto una determinata identità collettiva. Queste azioni portano con sé significati e valori ultimi riconosciuti dalla comunità che li ripete anche in funzione di una forte tradizione orale o scritta.
Una tipologia di rituale che studiando mi ha sempre incuriosito è quella dei rituali istitutivi, teorizzati dal sociologo francese Pierre Bourdieu. I rituali istitutivi sono particolarmente rilevanti perché, partendo dalla classica linea di confine antropologica dei riti di passaggio, affermano la potenza delle istituzioni nel separare, nel differenziare e soprattutto nell'assegnare una definizione sociale, un’essenza che impone un “dover essere”, cioè un’identità esplicita con attributi e funzioni da rispettare, rimanendo nei confini posti.
Tramite un rituale conforme e autorizzato e quindi con l’accesso a una forma di esistenza riconosciuta, viene dato un senso e una ragione (illusoria) di vivere a chi è consacrato.
A questo punto penso sia chiaro dove voglio arrivare: guardare le partite dell'Italia (nelle competizioni più mainstream di Europei e Mondiali) corrisponde a tutti gli effetti ad un rituale collettivo, un’accettazione di senso donataci da persone che giocano a calcio, il tutto inserito in una dimensione religiosa che aleggia tra il sacro e il profano e che viene perso nella nebbia di un’antica mitologia.
Seguendo Emil Durkheim, si può abbozzare una prima interpretazione del guardare le partite dell’Italia come una cerimonia totemica a tutti gli effetti. Chiaramente, lo scopo nel nostro caso non è l’adorazione e la venerazione del simbolo (animale/vegetale/oggetto inanimato) scelto come raffigurazione dell’antenato e di conseguenza rappresentante del clan. Tuttavia è comunque attraverso di esso che la società celebra il proprio corpo sociale, rafforzando così la propria coesione e la solidarietà tra i componenti del gruppo, nel nostro caso i tifosi italiani.
L'idea del totemismo è ancora più funzionale nel momento in cui viene osservato da un altro francese, cioè Claude Lévi-Strauss, che vedeva in esso la funzione universale di un sistema di categorizzazione simbolica e non quella di una semplice religione “primitiva”. Un gruppo sociale stabilisce legami con un determinato simbolo in modo tale da poter classificare l’ordine naturale e sociale in maniera organizzata e regolata. Reificando e oggettivando l'Italia - la nazionale italiana - come un totem, si riafferma concretamente una storia collettiva e dunque una memoria da riattualizzare e celebrare ogni volta che se ne ha l’occasione.

Perciò la non partecipazione consecutiva ai due Mondiali passati (2018 e 2022) è oltremodo drammatica anche rispetto al mero piano sportivo. È proprio “l’antenato” Ernesto De Martino che ci avvisa dei rischi immani corsi ogni volta che rifuggiamo dagli aspetti rituali. Rischiamo di mancare all’appuntamento con la Storia (da intendersi crocianamente), senza un lavoro magico-collettivo ci esponiamo in maniera radicale alla non-presenza (da intendersi heideggerianamente) e non partecipando alla Storia dello spirito (i mondiali) è come se non stessimo esistendo.
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Per evitare una “crisi della presenza”, nella mia individualità cerco di compensare ritualmente tramite due elementi fondamentali: il dono (eventualmente offerta-sacrificio) e la maschera.
Il dono che offro sempre è un piccolo oggetto - “feticcio”: la birra. Presentata come un “dio-oggetto” (Augè), la bottiglia è la sola materialità disponibile durante le partite ad assicurare e rassicurare l’essere umano sulle sue domande e sulle causalità esistenziali (ciò per cui si interpella tradizionalmente il dio-oggetto nel sistema religioso del vodu) determinate nel particolare dal risultato della partita. Inoltre, in quanto dono, secondo una teorizzazione sul gruppo dei Maori (Nuova Zelanda) da parte del già citato Marcel Mauss, esso ha in sé una forza vitale e una qualità intrinseca che implica una normativa reciprocità tra i partecipanti dello scambio, prontamente rispettata nel contesto della partita da ospitate in case altrui, tragitti di macchine o passaggi di sigarette.
Performare una maschera è un compito estremamente delicato e complesso. Alcune pesano parecchio, altre richiedono un livello di danza incredibilmente elevato e altre ancora necessitano di immensi tempi di preparazione. La maglia della nazionale è una maschera tendenzialmente semplice da mettere e da rappresentare. Non ha nessuna società di iniziazione in cui entrare, a differenza del proprio club tifato, dove per indossare la divisa è necessario superare delle tappe per partecipare alla comunità di appartenenza (purtroppo nell’epoca storica attuale anche l’accesso alla sola idea di cittadinanza italiana e quindi alla maglia, può essere un percorso complicato a tappe sempre più problematico e osteggiato).
La maschera è un medium, una mediazione fra tante realtà e individualità. Si ricostruisce un ponte fra l’ambiente dei vivi e quello dei morti, come nel caso di maschere africane Dogon o Bamileke, ma soprattutto tramite questo oggetto viene mediata la relazione essere umano-collettività, si diviene partecipanti di una storia e di una memoria partendo dal riconoscimento di un’identità e di un’appartenenza comunitaria.
Essa viene infatti legittimata dai vari significati collettivi raccolti dalla maschera, oltre che dalle aspettative e dai ruoli che vengono assunti nei momenti in cui viene indossata. L’attore sociale, con la mediazione della maglia italiana, finalmente si presenta all’Altro in modo tale da rendere esplicite e dirette la comprensione e l’identificazione, la sua coscienza individuale diviene ambito di riconoscimento collettivo, ottenendo un posto nella società e nel contesto contingente.
Indossare la maglia è il primo comportamento presente nell’habitus del tifoso, in maniera ancora più pressante per quanto riguarda la nazionale. Si impara socialmente ad essere tifosi, le modalità, le rappresentazioni e le pratiche del tifo dipendono appunto da questi sistemi di disposizione a cui siamo costantemente esposti e disposti. Essi sono necessari per muoverci quotidianamente e per guidare il nostro comportamento in maniera semi-automatica, in accordo con le strutture istituzionali che li producono ma da cui vengono modificati allo stesso tempo.
Una componente fondamentale dell’essere-nella-collettività è senz’altro la mitologia. Sono partito narrando del brivido ancestrale datomi dal gol di Zaccagni durante Italia-Croazia, esso è divenuto parte della cosmogonia della nazionale indipendentemente dal cammino disastroso dell’Italia a Euro 2024.
L’eroe-attaccante-basso-20 versus il bruto-portiere-alto-1.
Opposizioni binarie che costruiscono tutte le narrazioni simboliche dei miti, nascondendo una dialettica di contrapposizioni che aiuta l’uomo a stare nel mondo, aiutandolo a non avere paura del caos e del disordine (degli ultimi secondi), “a non temere il terrore della notte”, come cantavano i CCCP, ma affrontandolo a giro, direttamente all’incrocio.
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