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Atalanta
, 16 Aprile 2025

"Atalanta. Una vita da Dea" è una storia grande


Un docufilm molto, molto ambizioso per raccontare un'Atalanta molto, molto ambiziosa.

Si entra in una delle 90 sale italiane che lo stanno proiettando in questa settimana con sciarpa in mano, magari una maglietta sotto i maglioni e le giacche di un fine aprile che non vuole smettere di essere fresco. Si esce con qualche fazzoletto inumidito dalle lacrime in più, e sicuramente un centinaio di minuti di memorie ancora più impresse per sempre nelle mente. Prodotto da Oki Doki Film, Officina della Comunicazione e Atalanta BC (prima volta che una società di calcio coproduce un prodotto cinematografico!) e distribuito da Nexo Studios, "Atalanta. Una vita da Dea" e l'ultimo docufilm, in ordine di tempo, che utilizza un evento calcistico come espediente narrativo. Perché sì, tutto parte dalla volontà del regista di raccontare la settimana tra la finale di Coppa Italia 2024 (Atalanta-Juventus, 15 maggio) e quella di Europa League a Dublino (Atalanta-Bayer Leverkusen, 22 maggio), ma si è andati ben più indietro e, al tempo stesso, ben oltre i 7 giorni tra il gol di Vlahovic e quelli di Lookman.

Diretto da Beppe Manzi, scritto dallo stesso e da Massimo Vavassori, "Atalanta. Una vita da Dea" ha l'obiettivo di condensare in un'ora e 40 minuti tutto ciò che i quasi 15 anni della seconda gestione Percassi hanno significato per la Dea, per Bergamo, per i bergamaschi. La disponibilità di accedere a un ampio archivio video del passato - Officina della Comunicazione e Atalanta BC avevano già collaborato in precedenti progetti - ha ampliato lo sguardo iniziale della direzione, inizialmente concentrata sull'entusiasmo scatenato dal momento storico vissuto dalla società nerazzurra: due finali in 7 giorni, dopo che ne erano state giocate appena altre 5 nei precedenti 116 anni di vita. Forse è proprio l'essere un prodotto non esclusivamente legato al calcio che rende "Atalanta. Una vita da Dea" un docufilm apprezzabile anche da chi di pallone segue poco: non esiste un tifoso atalantino che rimarrà insoddisfatto dalla visione - inserire motivetto di "Xibom bombom" della pubblicità del Gratta e Vinci del 2008: piace vincere facile... -, ma la visione è consigliata anche agli a-Atalanta e anti-Atalanta.

Il montaggio? Mai troppo retorico; indugiante il giusto nel solleticare le corde dei tifosi più "anziani" con le immagini della Coppa Italia 1963 e della semifinale di Coppa delle Coppe 1988; adeguatamente rapido per tenere sul pezzo anche chi, nell'anno dell'ultima retrocessione in B e dell'"An ghà de turnà so' sobet senò diente mat", magari non era nemmeno nato o ha iniziato a tifare la Dea negli ultimi 9 anni solo perché vince. Il docufilm si apre con la visione dall'alto dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII, entrato nelle case di tutta Italia durante l'inverno/primavera 2020: dal terribile periodo dei lockdown del Covid - impossibile non menzionarlo durante "Atalanta. Una vita da Dea", legandolo al più bello e funestato dei fuoriclasse passato dal Gewiss Stadium di recente, Josip Ilicic -, la struttura ospedaliera diventa culla di una delle tante iniziative che legano da squadra nerazzurra alla propria provincia fin dalla sua nascita. Il “Progetto Neonati Atalantini”, nato in concomitanza col ritorno al timone nerazzurro di Antonio Percassi, fa il paio col ricordo di Mino Favini: la prima scelta dei bergamaschi, a prescindere da quanto alto si sarà saltato, rimarrà la cura della terra che accoglierà l'atterraggio. E, come in un circolo virtuoso che non cesserà mai di produrre del bene, la scelta di concludere l'opera ritornando nel reparto ostetricia è perfetta: stessa maglietta appoggiata sulla neonata, non più il meraviglioso pianto ma i cori della Curva come sottofondo, lo zoom sulla targhetta "Nome: Dea. Nata il: 17 ottobre. Ore: 19.07" ad annunciare i titoli di coda.

Oltre alla filosofia sul "Bergamo è l'Atalanta, l'Atalanta è Bergamo", il "Mòla Mìa", il "La Maglia Sudata Sempre" - slogan necessari da ripetere e sottolineare, nell'ottica di dare un fondamento eterno a quello che si insegna ai bambini di Zingonia e che si vuole applicare nella vita, non solo alla partita -, ci sono però le scelte di campo. Cosa ha scelto di fare Beppe Manzi, di concerto con la società, in "Atalanta. Una vita da Dea"? Concentrare nel finale di 2023/24 i valori costruiti nelle 14 stagioni precedenti. 15 interviste a giocatori della cavalcata di Europa League (Carnesecchi, Rossi, Toloi, Djimsiti, Hien, Kolasinac, Scalvini, de Roon, Pasalic, Éderson, Zappacosta, Ruggeri, Lookman, De Ketelaere, Scamacca), chiacchierate con membri dello staff tecnico (Gasperini) e della società (Luca Percassi e Stephen Pagliuca), ma non solo. I meno banali sono gli interventi di "esterni" al gruppo di lavoro della scorsa annata: giornalisti (Andrea Ceresoli, direttore L'Eco di Bergamo; Xavier Jacobelli, direttore di Tuttosport sino al 2022 e oggi editorialista presso varie testate), opinionisti (Lele Adani, simbolo del mai amato Brescia ma sperticato elogiatore del calcio gasperiniano) ed ex calciatori (Pier Luigi Pizzaballa, eroe del '63, figurina introvabile dell'album Panini del '64; soprattutto Glenn Peter Strömberg, attore mancato, l'unico reale tramite tra l'immagine della Dea del Novecento e quella attuale oltre ad Antonio Percassi) contribuiscono alla narrazione degli anni Dieci e Venti del Nuovo Millennio atalantino. Tantissima carne al fuoco, che quasi fa passare "in secondo piano" il maggio 2024 (a livelli di minutaggio, non cronometrato ma "a sensazione", si è vicini a un 50/50 tra il racconto dell'annata 2023/24 e i collegamenti col resto).

La "critica" più grande che può essere mossa alle intenzioni che hanno partorito "Atalanta. Una vita da Dea" sta proprio qui: così tanta roba da diventare troppa? Beppe Manzi stesso ha dichiarato, presentandosi alla prima in varie sale della bergamasca, come il primo montaggio completo del docufilm durasse 50' in più. Si erano incluse scene "da star" di Strömberg sulla Funicolare per Città Alta - fuori contesto dal punto di vista del contenuto, ma "colore" che avrebbe trovato l'apprezzamento univoco di grandi e piccini, donne e uomini -; erano previste sezioni dedicate a Papu Gomez, Duván Zapata, Giovanni Sartori, persino Cristiano Doni, persone e personaggi che hanno contribuito (nel bene e nel male) ben più di quanto non abbiano fatto un Éderson o un De Ketelaere; erano previsti più contributi dal "dietro le quinte" di Roma, per una sconfitta dalla dignità e importanza pari a quella del 3-0 dell'Aviva Stadium.

Tutte cose che, per pure ragioni di tempo e scelte "politiche", non ci sarebbero state nel limite imposto dalla produzione e dalla distribuzione. 100 minuti non sono, in fin dei conti, un'inezia, per raccontare 15 anni di gestione Percassi? Non sarebbe stato più conveniente eliminare di netto alcune tematiche (la rivalità col Brescia, addirittura la ristrutturazione del Gewiss Stadium)? Sono questioni di lana caprina, che interessano una minima parte di appassionati/addetti ai lavori: trasformare sfumature e sfaccettature di una realtà complessa come l'Atalanta a Bergamo dal 2010 a oggi in un volto organico è semplicemente impossibile (a meno di una "extended version", da distribuire in caso di enorme successo dell'originale?). Per la grandissima maggioranza degli spettatori, invece, "Atalanta. Una vita da Dea" rimane un docufilm da vedere e rivedere. "Anche a chi con la Dea non c'entra nulla", come ha sentenziato Giorgio Scalvini dopo l'anteprima ufficiale a OrioCenter.

  • (Bergamo, 1999) "Certe conquiste dell'anima sarebbero impossibili senza la malattia. La malattia è pazzia. Ti fa tirare fuori sentimenti e verità che la salute, che è ordinata e borghese, tiene lontani."

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