
Festa mobile sull'Oude Kwaremont
Un racconto dal Giro di Fiandre tra birra, pavé, Pogačar e ancora birra.
Il Giro delle Fiandre è, senza dubbio, uno degli eventi ciclistici più attesi dell’anno. Non solo da tifose e tifosi: in questi giorni ci sono state decine di post di atleti e atlete che si preparavano ai muri del Nord, che raccontavano le loro emozioni nel passare tra le ali di folla durante la gara, volti emozionati, volti sorridenti, volti commossi, attesa, adrenalina, trepidazione, stanchezza e soddisfazione.
Da quando seguo questo sport, mi sono sempre chiesta perché il ciclismo in Belgio abbia un sapore diverso: non tanto in senso storico, so benissimo perché c’è questa tradizione e questo seguito, ma proprio cos’hanno queste gare di così speciale, cosa c’è nell’aria, che atmosfera trovi lungo le strade, cosa fa tornare ogni anno i corridori a sfiancarsi e rischiare le cadute per immergersi nel mondo delle Classiche del Nord.
Alla fine, quest’anno ci sono andata e, un po’, ho capito cosa significa il Giro delle Fiandre, vissuto nelle Fiandre.
Il Giro è paragonabile a una festa nazionale, con più o meno la stessa risonanza affettiva di una finale dei Mondiali di calcio in cui gioca l’Italia, se solo tutti i tifosi e le tifose potessero radunarsi per assistere alla partita dal vivo. Intorno alle otto della domenica mattina, aggirandosi per le stradine vuote di Oudenaarde - luogo di partenza della navetta che porta all’Oude Kwaremont e al Paterberg - si incontrano decine e decine di tifosi e tifose, intenti negli ultimi preparativi prima della partenza. Che, va da sé, in Belgio significa soprattutto avere sufficienti scorte di birra per una giornata intera: casse, borse di stoffa, qualunque contenitore utile per trasportare centinaia di lattine sulle pendenze di giornata, con cui fare festa, oltre che attendere il passaggio del gruppo.
Mentre si guarda gente di tutte le età che attende in massa questi bus gratuiti istituiti esclusivamente per la Ronde, può capitare di provare la sensazione di essere finiti in un incrocio tra un festival musicale, i prodromi di un rave e i preparativi di una specie di festa del paese, con la differenza che ci sono migliaia di persone intorno a te e che il paese siamo nelle Fiandre. Sono solo le nove e questi già ballano, bevono, ascoltano musica, sono talmente carichi e gasati per questo evento che quasi ti senti a disagio a non essere arrivata lì munita di una maschera con la faccia di Wout Van Aert.

Se poi decidi, come abbiamo fatto noi, di passare la giornata sull’Oude Kwaremont, vale a dire il punto più iconico e sacro del Giro delle Fiandre e della storia del ciclismo, la sensazione vertiginosa aumenta, si fa palpabile, quasi ti gira la testa a vedere i fiumi di persone che salgono a piedi, che trasportano sedie, cibo, birra, cartelli e bandiere, che si preparano a godersi una giornata intera di ciclismo.
E se, un po’ prosaicamente, pensavi che, alla fine, il Kwaremont fosse solo un muro di pietre tenute molto bene in un punto sperduto del Belgio, sei costretta rapidamente a ricrederci: metteteci una massa di persone infinita accalcata ai due lati, boati e cori da stadio (ma sempre e solo rispettosi) ogni qualvolta che passa un corridore, musica in ogni momento, birra, birra, ancora un po’ di birra, uno strano sole che sta facendo preoccupare tutti i Belgi, panini e patatine fritte come se piovesse e avrete ottenuto l’atmosfera che c’era domenica.
A ogni passaggio (tre per gli uomini, uno per le donne), la gente si buttava al di là delle transenne, per poi rifluire naturalmente sulle pietre, appena sfilata la macchina di chiusura della corsa e tornare con calma a comprare altra birra. Che se per caso, come è in effetti successo, un corridore restava indietro, addirittura più indietro del fine gara, veniva sospinto, sorretto, incitato, un po’ trasportato di peso fino in cima da questo pubblico ruggente e festante: e il malcapitato della Groupama FDJ a cui è accaduto probabilmente si è sentito, anche solo per cinque minuti, una specie di reincarnazione di Eddy Merckx.

Aggiungete la doppia vittoria dei campioni del mondo in carica, il gioco è fatto e il risultato è pura magia. Assistere agli istanti immediatamente successivi all’ultimo attacco di Pogačar - quello definitivo, quello risolutivo - sul Kwaremont, essere presenti quando Lotte Kopecky passa sulle pietre con un boato di gente che urla collettivamente il suo nome fa davvero venire la pelle d’oca.
Così, capisco un po’ di più com’è che tutti questi atleti vogliano, ogni anno, venire a soffrire sugli strappi e sulle pendenze del Giro delle Fiandre, perché la sensazione di essere accolti da un pubblico in festa di questo tipo deve essere incredibile e si vede, un po’, dipinta sul volto di chi pedala a fatica, che tra una smorfia di dolore e sforzo non può non aprirsi in un sorriso, a volte pure un po’ incredulo.
Una gara già di per sé epica - con tutti gli ingredienti che la rendono tale, dai e dalle partecipanti agli attacchi alle volate sul traguardo o ai distacchi di un minuto raccolti in pianura quasi da non crederci - diventa indimenticabile grazie all’atmosfera che si può trovare solo nelle Fiandre: le persone sedute sui davanzali delle case che si affacciano sul Kwaremont, i cori che esplodono ogni cinque minuti per l’eroe indiscusso di casa - ovviamente Wout Van Aert - la musica che non smette mai di risuonare fortissima, ma che viene comunque coperta dalle urla della gente al passaggio del gruppo, il vento che soffia su queste pietre del nord, le sedioline da campeggio affastellate contro le transenne, la gente che si ammucchia, che balla, che si diverte, che si gode una giornata di ciclismo per quello che, in effetti, sempre è e deve essere: Hemingway, grande appassionato di ciclismo, direbbe una festa mobile.

Alla fine, mi restano alcune immagini, che forse non possono riassumere, ma magari un po’ trasmettere cosa vuol dire questo Giro delle Fiandre dal vivo: il silenzio religioso in attesa della volata di Van Aert nel bar in cima al Kwaremont, dove una cinquantina di persone si è riunita dopo l’ultimo passaggio per vedere il finale. Il coro di “Wout! Wout! Wout!” che precede il risultato finale - quarto, dopo Pedersen e Van der Poel - che sfuma in un silenzioso tramestio di sedie, piedi e mani che grattano teste un po’ impacciate, senza che questo mini in alcun modo la passione, il rispetto, l’amore per questo corridore unico.
I due bambini che fanno e rifanno il Kwaremont sulle loro biciclettine e il pubblico che li tifa e li accoglie come se fossero dei professionisti in gara, i loro sorrisi giganteschi mentre scalano senza particolare fatica il muro e chissà per quanto si ricorderanno quel momento nello spazio della loro vita. L’ultima del gruppo delle donne, che è passata sul Kwaremont diversi minuti dopo Kopecky, Niewiadoma, Lippert, Ferrand-Prévot e le altre e che ha ricevuto lo stesso identico boato di festa delle prime e che non ce la faceva più a pedalare, ma andava avanti, con grinta e coraggio, sostenuta da quel mare tremante di gente di rumori di odori di vita intorno a sé.
Poi, soprattutto, Tadej Pogačar, che ho seguito con lo sguardo finché sono riuscita, mentre abbandonava il Kwaremont e si inerpicava verso la vittoria: la maglia bianca da campione del mondo circondata dalla polvere che sale dalle pietre, lui che si allontana leggero e veloce e poi svolta e sparisce.
Questo Giro delle Fiandre è andato così, tra i passaggi del gruppo ogni due ore sul muro più famoso e più bello di questo sport e lo stupore di vedere un amore collettivo per il ciclismo, transgenerazionale, pieno, unico. Oggi, tra euforia e nostalgia, nell’equilibrio incerto e sbilanciato degli eventi vissuti di cui si sa per certo che ci si ricorderà a lungo in futuro, rimbomba il rumore dei passi sulle pietre, si alza ancora leggera la polvere al passaggio delle bici, mentre scivolo di nuovo nella vita di tutti i giorni e lascio, per sempre, la festa mobile del Giro delle Fiandre.
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