
Erik ten Hag: don't put the blame on me
Il fallimento dell'ennesima ricostruzione tentata dal Manchester United non è responsabilità di Erik ten Hag.
Old Trafford, annata 2021-2022. Il fu “Teatro dei Sogni” ultimamente vive solo di incubi. Ingenti risorse investite sul mercato, eppure la musica non è cambiata: l’ultimo manager a portare trofei a casa è stato Josè Mourinho, stagione 16-17 (Europa League, Community Shield ed FA Cup).
Lo Special One viene esonerato a metà 2018-19 e gli subentra la bandiera del club Ole Gunnar Solskjaer, che mantiene il club in zona Champions per due anni (2019-20 e 2020-21) per poi venire anch’egli licenziato dopo un avvio horror, con soli 17 punti in 12 gare nonostante una sessione estiva di calciomercato teoricamente sfavillante: Varane, Sancho e Cristiano Ronaldo. Per concludere la stagione viene scelto Ralf Ragnick, che concorda un contratto fino a fine anno e un ruolo poi da dirigente, che finirà sesto in campionato e poi lascerà il club senza intraprendere l’avventura dirigenziale.
Il 21 aprile 2022, dopo qualche indiscrezione sorta sulla BBC, il Manchester United comunica di aver raggiunto un accordo con Erik Ten Hag fino al 2025 con opzione fino al 2026. È il secondo allenatore olandese della storia del club (dopo Van Gaal) e l’ottavo da quando Ferguson ha lasciato lo United. Il DS dei Red Devils John Murtough afferma: “Erik ha dimostrato, negli ultimi 4 anni, di essere uno degli allenatori più vincenti ed eccitanti d’Europa. Siamo rimasti molto colpiti dalla sua visione a lungo termine per riportare lo United ai livelli che gli competono”.
Dichiarazioni di massima stima per il tecnico dei Lancieri, che riceve il mandato di ricostruire un Manchester United vincente come quello dell’Era Ferguson, riuscendo dove i suoi predecessori Moyes, Van Gaal, Mourinho, Solskjaer e Ragnick hanno miseramente fallito.
3 Campionati olandesi, 2 Coppe dei Paesi Bassi, una Supercoppa d’Olanda con l’Ajax e una Regionalliga con la seconda squadra del Bayern Monaco. A livello individuale, 3 volte vincitore del Rinus Michels Award. Un curriculum di grande rispetto, al quale si aggiunge il fantastico percorso nella Champions League 2018-2019: sorteggiato in un girone ostico con Bayern Monaco, Benfica e AEK Atene, i Lancieri, che annoverano grandi talenti come De Ligt, De Jong, Van De Beek, Neres, Onana e Ziyech, oltre giocatori più esperti come Schone, Tadic e Blind, non solo si qualificano, ma restano imbattuti in tutte le sei gare (3 vittori e 3 pari), concludendo il girone in seconda posizione e pescando, agli ottavi, il Real Madrid.
Dopo essere stati sconfitti all’andata per 1-2, gli uomini di ten Hag dominano il Madrid e sbancano il Bernabeu per 1-4 con una prestazione irreale, scherzando per 90 minuti i campioni d’Europa. Ai quarti c’è la Juventus di Massimiliano Allegri e Cristiano Ronaldo, grande favorita alla vittoria finale: la gara di andata in Olanda è un monologo biancorosso, ma allo scadere del primo tempo è Ronaldo a trafiggere Onana di testa. Nella ripresa Neres segna subito, poi un grande Szczesny salva più volte i bianconeri.
All’Allianz Stadium, la Juve parte meglio e si porta subito in vantaggio col solito CR7. Nel corso del match sono però i Lancieri a prendere sempre più controllo della gara, mentre i bianconeri si eclissano sino a spegnersi: Van De Beek sfrutta un’amnesia di De Sciglio e fa 1-1 prima della ripresa, mentre De Ligt raddoppia a metà secondo tempo. Ziyech trova il tris, ma viene colto in posizione di offside. Il risultato non cambia più: i giovanissimi uomini guidati da Ten Hag sono tra le prime 4 d’Europa, esprimendo un gioco frizzante e sfrontato, senza paura dei grandi club ma con coraggio e una precisa identità di gioco.
Il percorso si chiuderà tristemente in semifinale contro il Tottenham: dopo aver dominato in Inghilterra (0-1) ed essere andato in vantaggio per 2-0 in casa, uno scatenato Lucas Moura segna 3 gol nella ripresa, di cui uno al 96', regalando alla squadra di Pochettino la finale di Champions League. Seppur senza trofeo finale, il percorso di Ten Hag e del suo Ajax è stato memorabile e ha emozionato mezza Europa. Qualche anno dopo la sua filosofia offensiva e il suo 4-2-3-1 atterrano a Manchester, sponda United, con l’obiettivo di far tornare a sognare gli spettatori di Old Trafford.
Sul piano statistico, che squadra eredita Ten Hag? Lo United è la sesta squadra del campionato per possesso palla (52.1%) e per precisione passaggi (82.8%) e la quarta per passaggi effettuati a partita (500.7). Offensivamente parlando, calcia 13.4 volte, di cui 4.9 nello specchio della porta, producendo 1.52 xG a partita. Con 57 reti segnate, è l’ottavo attacco del campionato: di questi 57, 42 derivano da azione manovrata, mentre solo 8 da calcio piazzato (quartultima squadra per gol da piazzato).
Ma è nella gestione della fase difensiva che lo United mostra tutte le sue lacune: con 57 reti subite (a fronte di 56.33xG, sinonimo di squadra che subisce tanto), di cui 42 da azione manovrata, Ten Hag eredita l’ottava peggiore difesa, la nona squadra per tiri concessi (13.4, di cui il 68% dalle zone centrali del campo) e la sesta squadra con più parate effettuate (3.3 a partita).
Un lavoro piuttosto impegnativo aspetta il tecnico olandese: in primis, risistemare la difesa (il suo Ajax, in 4 stagioni, ha subito 24.7 gol a stagione, con il dato incredibile dei soli 19 incassati nell’ultimo anno, il 21-22), in secondo luogo, deve rendere più produttivo il reparto offensivo (City, Liverpool e Chelsea hanno segnato, rispettivamente, 42, 37 e 19 gol in più dei Red Devils). Una discreta montagna da scalare.
Appena arrivato a Manchester, Ten Hag fa precise richieste al board, che lo accontenta, acquistando a suon di milioni Casemiro, Lisandro Martinez, Antony, Malacia e - a parametro zero - Christian Eriksen. Eppure, da quasi un anno, a Old Trafford c’è un elefante nella stanza di nome Cristiano Ronaldo. Per il tecnico olandese è tutt’altro che centrale nel progetto e, tra luglio e novembre, gioca solamente 16 gare segnando 3 reti. Spesso non figura nemmeno tra i convocati.
Il rapporto si rompe definitivamente in novembre, quando è resa pubblica l’intervista integrale del portoghese a Piers Morgan: in questa occasione, attacca duramente il club (è fermo nel passato, le sue strutture sono vecchie e non all’avanguardia, soprattutto se paragonate con quelle di Real Madrid e Juventus), Ralf Ragnick (ridicolo, non l’ho mai considerato un allenatore), i suoi compagni di squadra (tolti Dalot, Martinez e Casemiro, non hanno la mentalità giusta per fare grandi carriere) e il suo tecnico Erik Ten Hag, reo di avergli mancato di rispetto.
Il 22 novembre, lo United, che non può tollerare queste dichiarazioni da parte di un tesserato, comunica la rescissione del contratto. Ten Hag risponde alle accuse del suo ex giocatore:
“Per me Cristiano Ronaldo, quando è in forma, è un buon calciatore che può dare una grande mano, ma con noi non lo era. Ha una storia grande e la mia intenzione era quella di renderlo partecipe del nostro progetto.”
Inoltre, il tecnico fa leva su una presunta volontà del portoghese di lasciare il club e che l’intervista non fosse altro che un pretesto per andarsene. Le parole dell’ex allenatore dell’Ajax sullo stato di forma dell’attaccante, seppur inizialmente accolte con clamore dall’opinione pubblica, trovano conferma al Mondiale 2022 in Qatar: Fernando Santos, descritto proprio da Ronaldo come uno dei migliori manager mai avuti, fa sedere in panchina il suo capitano nei due match ad eliminazione diretta (quello vinto contro la Svizzera e quello costato l’eliminazione contro il Marocco), preferendogli Gonçalo Ramos.
L’epilogo della mai nata sinergia Ronaldo–Ten Hag si chiude con la vittoria del tecnico e l’esodo in Arabia per chiudere la carriera del portoghese. Chi ha pagato di più le conseguenze, sia a livello economico che d’immagine (sarebbe ingiusto dire tecnico, dato che Cristiano era divenuto un giocatore marginale nella squadra) è chiaramente il Manchester United.
La prima stagione di Ten Hag alla guida del Manchester United vede un progressivo miglioramento soprattutto sul fronte risultati: il club termina terzo in Premier League, a 14 punti dal City campione, conquistandosi l’accesso in Champions League. In FA Cup, dopo aver eliminato Burnley, Charlton, West Ham, Fulham e Brighton, cedendo poi in finale contro i concittadini del City per 2-1, decisiva la doppietta di Gundogan. In EFL Cup, invece, arriva il primo trionfo per il tecnico: dopo un percorso netto, eliminando Aston Villa, Burnley, Charlton e Nottingham Forest, in finale il Newcastle viene piegato 2-0 dalle reti di Casemiro e Rashford, regalando al club il primo trofeo dal 2017.
In Europa League il percorso si conclude ai quarti di finale: dopo aver passato il girone in seconda posizione (causa differenza reti), i Red Devils mandano a casa il Barcellona retrocesso dalla Champions League e sconfiggono agilmente il Betis, per poi crollare nettamente col Siviglia (3-0), poi vincitore finale.
La stagione, seppur tutto sommato positiva, è costellata da alcune pesanti sconfitte, contro Brentford (4-0), City (6-3) e quella più clamorosa e imbarazzante contro il Liverpool (7-0). Statisticamente parlando, la fase offensiva è ancora stagnante: 58 reti segnate su quasi 68xG, nonostante l’aumento di tiri a partita (15.6, di cui 5.7 nello specchio, terzi in Premier). Scendono a 39 le reti su azione manovrata, mentre sono ben 9 quelli in contropiede (primi in Premier) e solo 5 quelli su calcio piazzato (ultimi in Premier).
La squadra di Ten Hag inoltre è quella che attacca di più dalla fascia sinistra (da qui provengono il 41% delle azioni offensive), quella di Rashford (30 gol stagionali) e che calcia di più da fuori area (39% dei tiri), mentre di meno in area (solo il 54% delle conclusioni). Anche il rendimento dei nuovi giocatori offensivi è sotto le aspettative: Antony è la grande delusione (solo 8 reti e 3 assist), mentre Eriksen (2 reti e 10 assist) si salva.
La fase difensiva invece è quella che migliora di più: scendono a 43 le reti subite (24 su azione manovrata e 10 dai piazzati, oltre a 9 in contropiede e 1 autogol), di pari passo con i tiri subiti (scesi a 12.7), anche se i Red Devils sono la squadra che subisce più tiri dal lato destro (il 19%) e in area piccola (12%) del campionato.
Ciò che ci dice questa stagione è chiaro: si vede la mano di Ten Hag, ma non è evidente come ci si aspettava (soprattutto in fase offensiva, dove manca un vero bomber da 30 gol) e, per ora, Arsenal e City sono di un altro livello.
A fine anno, la squadra perde De Gea a parametro zero e, anche a livello anagrafico, si evidenzia l’assenza di veri e propri leader con una mentalità vincente (ci sono, è vero, Casemiro, Varane e Bruno Fernandes, ma non sono stati in grado di dare la scossa emotiva alla squadra, soprattutto nei momenti clou della stagione, che poteva concludersi magari con un Europa League in più, dati i non irresistibili avversari) in un gruppo squadra costellato da giocatori giovani che Ten Hag non solo deve far crescere, ma anche aiutare a gestire la pressione dei momenti importanti di un club come lo United. Questione di responsabilità, tecniche e caratteriali.
Come accaduto nelle stagioni precedenti, anche questa sessione di calciomercato del Manchester United è ricchissima, ma questa volta i nomi sono meno altisonanti: praticamente nessuna cessione di rilievo e i costosissimi arrivi di Onana, Højlund, Mount e Amrabat. Questi acquisti sono un must win per Ten Hag: l’impegno economico del club è molto importante (seppur, a sorpresa, non arrivi nessun difensore di rilievo considerati i problemi fisici di Varane) e consegna nelle mani del tecnico una squadra che, per costi e talento, deve giocarsela con City e Arsenal.
Invece, i risultati latitano e proprio il primo confronto con gli uomini di Arteta mette lo United a terra (3-1) e, ad ottobre, con la sconfitta interna nel derby cittadino (0-3) si trova, dopo solo 10 gare, in ottava posizione a -11 dal Tottenham primo e a -8 dal Liverpool quarto (e quindi dalla zona Champions).
Non va tanto meglio in Champions League: il Manchester United perde 4 gare su 6, termina in ultima posizione nel girone e abbandona la competizione. In EFL Cup, competizione della quale era campione in carica, la squadra di Ten Hag perde 0-3 con il Newcastle e viene eliminata al secondo turno. La situazione è disastrosa anche per quanto riguarda i nuovi arrivi: Onana si fa notare più per le (tante) papere che per le (poche) parate, Hojlund è un oggetto misterioso (chiuderà con 16 gol in 43 gare), mentre Mount gioca pochissimo (nemmeno 900 minuti a fine stagione).
Ma i problemi sono forniti anche dai giocatori già presenti nel club: Antony finisce fuori rosa, accusato di violenza domestica, e poi reintegrato, fornendo comunque un contributo nullo per la squadra (il telecronista di Sky Nicola Roggero dichiarerà: “Penso che Antony possieda foto compromettenti di Ten Hag, altrimenti non mi spiego come possa giocare per lo United”); Sancho, dopo una serie di attriti col tecnico, finisce fuori rosa e a gennaio va in prestito al Dortmund.
La situazione risultati non migliora e in febbraio il board piazza un colpo importante: arriva dal Newcastle il DS Dan Ashworth, che sarà il nuovo responsabile tecnico della squadra per la stagione seguente (ha in realtà lasciato recentemente il club dopo l’arrivo di Amorim).
La stagione termina disastrosamente: lo United chiude ottavo a 31 punti dalla vetta e solo la vittoria della FA Cup (secondo trofeo della gestione Ten Hag) per 2 a 1 contro il City (Garnacho, Mainoo) permette alla squadra di partecipare alla prossima Europa League.
I numeri parlano chiaro: 57 reti segnate a fronte di 61 xG, i tiri a partita scendono a 14.5, la squadra predilige sempre i tiri da fuori e lo sviluppo della fase offensiva nella zona sinistra del campo e il possesso palla scende al 50.4%. Peggiora anche la gestione della fase difensiva: 58 gol subiti, di cui ben 14 su calcio piazzato, seconda squadra per tiri concessi (17.6 a partita) e seconda squadra per cross concessi (22 a partita).
In una sola parola: totale regressione. Sarebbe ingiusto imputare il tutto a Ten Hag, che la scorsa stagione aveva mostrato segni di miglioramento, ma impossibile assolverlo da tutte le accuse: lo United pare senza identità e privo della filosofia mostrata dall’Ajax dell’ex tecnico della seconda squadra del Bayern. Nonostante ciò, Ashworth conferma il manager per la stagione successiva, quando gran parte degli appassionati ne chiedeva a gran voce l’esonero. A Ten Hag viene data un’altra possibilità per portare la nave in porto e raddrizzare il tiro di un progetto che sta sfociando nella mediocrità e nell’insuccesso, nonostante le ottime premesse.
La fiducia in Ten Hag viene mostrata anche durante il mercato 2024: arrivano Zirkzee, De Ligt, Yoro, Mazroui e Ugarte. Un’altra estate di grandi spese, che però non cambia le cose: a inizio stagione, lo United perde ai rigori la finale di Community Shield contro il City, mentre Ten Hag viene esonerato alla nona giornata e sostituito da Amorim. Il bilancio dell’avventura di Ten Hag è così riassumibile: risulta il secondo allenatore più vincente dell'epoca post Ferguson, ma non è stato in grado, dopo una buona prima stagione, di imprimere i suoi concetti e la sua filosofia al Manchester United.
I Red Devils sono diventati un buco nero mangia allenatori, giocatori e dirigenti, incapace di tornare ai fasti di un tempo e subendo continue umiliazioni. La speranza per i rossi di Manchester è che Amorim, supportato dalla dirigenza, possa dare vita ad un ciclo degno dello United e possa far rendere i tanti giovani talentuosi in rosa giocatori di alto livello e formare una squadra di alto livello. Per questo, si può solo aspettare.
Per quanto riguarda Ten Hag, la sua esperienza in Inghilterra è stata negativa, sia per la gestione dei giocatori che per quella dei risultati. La speranza di chi vi scrive è che nel futuro del tecnico olandese ci possa essere un'esperienza in un ambiente decisamente meno disfunzionale di quello trovato a Manchester, in cui l'ex Ajax possa avere a disposizione migliori margini professionali e temporali per lavorare sulla sua idea di calcio, al riparo da pressioni tossiche. Anche in questo caso, questione di responsabilità. Chissà che dove finisce la sua avventura allo United possa iniziarne una nuova, di successo, che possa zittire chi lo denigra e dimostrare che l’esperienza all’Ajax non è stata un fuoco di paglia.
Potrebbe essere a Roma la sua prossima panchina?
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