
The Shrouds è molto più del solito body horror
Con The Shrouds David Cronenberg ci parla (magnificamente) ancora di carne, di corpi e del suo dolore interiore.
In un mondo giusto, per promuovere un film come The Shrouds basterebbe citare il nome del suo regista e sceneggiatore, David Cronenberg. Conosciuto dai più come “padre del body horror”, ovvero di quel genere di film che utilizza il corpo umano come strumento di orrore, in realtà è un autore molto più complesso di quel che molti critici hanno creduto, nel corso dei suoi oltre cinquant’anni di carriera.
Perciò, quando trattiamo Cronenberg, ci rifacciamo ad un regista con uno sguardo particolarmente asettico, come quello di un “dottore” che, nei fatti, si è sempre interessato alla composizione più profonda del corpo umano. Allo stesso tempo, diversamente da come si comportano i medici tradizionali, ha esplorato quelle aree più calde e sensibili che, sotto la pelle, nascondono gli impulsi su cui la scienza fa più fatica a pronunciarsi.
Differentemente da un uomo di medicina, Cronenberg non si è mai interessato ai singoli organi o a degli apparati particolari, ma ha invece sempre tentato di investigare la relazione tra ragione e corpo, o tra controllo e sesso, o tra intelletto e “carne” (un termine di cui ha specificamente abusato). Dunque, dentro la struttura materiale dell’uomo, formato come da tanti pezzi organici posti insieme, fatto un po’ come – per sua stessa ammissione – sono composte le automobili, gli è sempre apparso misterioso il rapporto tra razionalità e irrazionalità. E, soprattutto, l’autore di Dead Ringers si è sempre interrogato su quei meccanismi che lasciano una di queste due sfere a dominare sull’altra, e viceversa.
E, se qui centriamo il lato più noto dell’autore canadese, ovvero quello carnale, sarebbe grave non menzionare la nota attrazione di Cronenberg per i media e per i computer, per i mezzi virtuali, per il nuovo mondo digitale o, più in generale, per le macchine. È quindi attraverso lo stesso approccio – così oggettivo – verso problemi tipicamente emotivi “umani”, che Cronenberg non è mai stato un autore contrario allo sviluppo tecnologico, come molti hanno erroneamente interpretato, nel corso della sua carriera.
Piuttosto, ha spesso criticato i conservatori che combattono il progresso tecnologico e tentano di fermarlo o, diversamente, ci ha messo in guardia quando, scioccamente, decidiamo di ignorare la vera natura di quelle macchine sempre più reali e carnali, di quelle nuove trovate artificiali su cui l’uomo lavora per il suo futuro. E l’ultima minaccia, oggigiorno, è degnamente rappresentata dalla troppo attendibile intelligenza artificiale. Su questo piano, la profezia più chiara e luminosa del regista nativo di Toronto rimane Videodrome (1983), capolavoro già capace di vedere oltre i propri tempi e che, ancora oggi, funge da monito per le prossime generazioni. Inoltre, è da allora che Cronenberg, senza puntare propriamente ad un cinema di scene sublimi o tecnicamente virtuosissime, è sempre restato un irresistibile profeta.
Con il suo ultimo film The Shrouds, nei cinema italiani dal 3 aprile, Cronenberg – che mai era stato autoreferenziale nel corso della sua carriera – elabora una trama che pone le basi sulla sua vita privata. In particolare, l’autore canadese ha ammesso di sentirsi segnato dalla morte della moglie Carolyn, avvenuta ormai nel 2017 per delle complicazioni dovute al cancro. Secondo quanto svelato a più riprese, la perdita della donna con cui il cineasta era legato in matrimonio dal 1979 non è mai stata superata ed, anzi, sembra avergli lasciato un trauma ancora aperto che, in questi otto anni, lo ha obbligato a riflettere non poco.
È su queste premesse che il lungometraggio sfrutta Vincent Cassell da protagonista, nei panni di un ricco vedovo di Toronto (il suo nome è Karsh), con i capelli bianchi ed il trucco che riportano alla memoria il volto di Cronenberg, molto somigliante, e con una parlata ed un modo di vestire simili a quelli del regista. In questa direzione, sovrapponendo l’uomo vero e il personaggio, è nel mezzo del film che una battuta coglie particolarmente nel segno, con una frase a provocare Karsh, accusandolo come si potrebbe fare con Cronenberg in persona, testualmente: “Che ne pensi: del resto tu ci hai costruito una carriera sui corpi, no?”.
Logicamente, Cronenberg finisce per servirsi del suo protagonista, vedovo incapace di superare la morte della moglie, per trasportare sullo schermo la sua ossessione per la carne, immancabile verità di tutto il suo cinema.

Infatti, Karsh, già dall’inizio del film, non riuscendo a fare a meno del corpo della sua amata, decide di farsi costruire una serie di tombe ad alta tecnologia, con dei sudari al loro interno. Attraverso questi, per lui e per pochi altri, è possibile osservare quel che resta del corpo dei propri cari, nel naturale processo di decomposizione. E queste sue particolari visite, da lui intraprese per vedere i resti organici della moglie, riescono a dargli conforto. Inoltre, se per tutte le persone, comunemente, le tombe hanno come funzione primaria quella di nascondere il corpo del defunto, per Karsh rappresentano invece la pratica contraria: infatti, rivelano le spoglie morte.
Dunque, questo personaggio che sente di aver vissuto per tutta la vita in prossimità del corpo di sua moglie, come da filosofia cronenberghiana, non riesce a separarsi dalla vecchia carne e, ossessionato, arriva anche a studiare le lastre e le risonanze che sono state condotte su quel fisico, anni prima. È così che Karsh cerca di scovare regolarmente nuovi dettagli nell’interiorità dell’amata, e vuole quindi sapere tutto sulle immagini interne alla defunta: d’altronde, secondo il regista, deve essere molto difficile lasciare andare un corpo che ci ha abituato materialmente alla sua compagnia.
Sta qui il fulcro di tutto ed è così che, nel film, si va anche avanti a suon di osservazioni – più o meno ermetiche – che possono apparire come un tentativo di svuotarsi da quei dolori più reali che, al di là dello schermo, hanno colpito il regista. Di certo, è nella seconda metà del film, forse con alcuni minuti di ritardo che, per mezzo dei soliti intrecci tra corpi (quando l’attrice Diane Kruger si prende splendidamente la scena), come da tradizione, il lato razionale dell’uomo entra davvero in piena collisione con quello più sensibile.
Allo stesso modo, è con la crescente importanza assegnata a quei nuovi sistemi tecnologici, colpevoli di non poter essere sotto il totale controllo dei loro utenti, che il personaggio di Karsh si lascia alle spalle le similitudini con il vero Cronenberg e, quindi, il film si fa sempre più autonomo dalla realtà, finendo per separarsi dai concetti di lutto e fine vita. E il genio del regista si fa ancora più riconoscibile.
Quindi, mentre la caratteristica filosofia della carne prende il sopravvento su una narrazione originariamente spirituale, l’irrazionale umano invade il lungometraggio e, insieme, nascono i dubbi sulla crescita di tutti quei nuovi dispositivi digitali che, dalla loro, filtrano sempre meno la realtà, e restano storici amici-nemici del regista.
È proprio qui, a fronte dello spettro di una tecnologia ingestibile, che, citando la VI Satira di Giovenale, ci si chiede “chi sorveglierà i sorveglianti stessi?” (“quis custodiet ipsos custodes?”) e, poi, finalmente, possiamo porre in dubbio tutto. Ad esempio, in The Shrouds può succedere che ci venga mostrata un’immagine e che venga chiamata in tutt’altro modo, provocando e abbandonando lo spettatore a scegliere quello in cui credere.
In definitiva, è vero che Cartesio ne sarebbe stato molto contento, ma non pensiamo sia giusto svelarvi altro sul film. Però, vi comunichiamo che The Shrouds poteva uscire solo dalla mente di un genio, peraltro in ottima forma.
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