
Adolescence è l'analisi di una sconfitta
Grazie ad Adolescence, Netflix raccoglie consensi unanimi e macina record di views. Per una volta, una buona notizia.
È successo di nuovo. A circa un anno dal fenomeno globale Baby Reindeer ecco che il mondo si ritrova di nuovo a discutere, litigare e arrabattarsi intorno ad Adolescence, un'altra serie originale Netflix. Non è certo la prima volta che ai capoccia della grande N di Reed Hastings scoppi in mano una bomba, un prodotto verso il quale non avevano speso alcunché in sede di marketing e che, loro malgrado, ha finito col generare buzzing e numeri da capogiro superiori a quelli di contenuti ben più quotati e dalla produzione inutilmente esosa.
Il successo della miniserie britannica in 4 episodi, ideata e scritta da Steven Graham e Jack Thorne e diretta da Philip Barantini, non è nemmeno imputabile, perlomeno direttamente, alle logiche di mercato o a alle famigerate diavolerie dell'algoritmo. Come in principio avvenne per Squid Game, è il pubblico che, attraverso il caro passaparola, rovistando nel catalogo o trovandosi la locandina spiattellata in homepage, decide di dar fiducia a un tipo di prodotto ben lontano dall'intrattenimento usa e getta fine a se stesso, su cui da anni Netflix sostiene il core business. Gli analisti sono sempre pronti a scervellarsi alla ricerca della formula magica, di una ricetta da brevettare e riproporre a tavolino, capace di stuzzicare i palati e intercettare gli spettatori: la cruda verità è che nessuno può arrogarsi la presunzione di conoscere i reali motivi dei record infranti da un’opera come Adolescence.
Se nel caso di Baby Reindeer si è pensato che la chiave fosse la morbosa curiosità verso il labile confine tra realtà e finzione della vicenda vissuta in prima persona da Richard Gadd, in Adolescence non vi è il traino e l’impatto emotivo di una storia vera come base di partenza. Certo, c'è la tecnica del piano sequenza senza tagli, con cui è stato realizzato ogni episodio, che può aver sollucherato la curiosità degli abbonati. Forse più di ogni altra cosa, l'aspetto che però accomuna le due serie britanniche è il raccontare una storia in cui ognuno può immedesimarsi. Una storia di gente qualunque, di persone comuni, catapultate in un inferno dal quale sembra impossibile scappare.

Adolescence tratta le immediate conseguenze dell'omicidio di una tredicenne, Katie, per il quale viene tempestivamente arrestato il compagno di scuola Jamie, primo e unico sospettato. La vita ordinaria e apparentemente tranquilla della famiglia del ragazzino viene stravolta per sempre: padre, madre e sorella sono costretti a raccoglierne i cocci, sballottati, inermi e inebetiti in una girandola di eventi imprevedibili, mentre si sforzano di capire qualcosa di più su loro stessi.
Un'indagine c'è, ma non c'è un killer da trovare, un mistero aggrovigliato da sciogliere o un thriller in senso stretto da sviluppare. Adolescence sceglie di raccontare gli strascichi, le ferite, le motivazioni che si insinuano negli abissi di un crimine esecrabile, rifiutando la fascinazione, le infinite teorizzazioni e la spettacolarizzazione del dolore tipica del true crime contemporaneo. Non viene dato spazio alla violenza o all'atto in sé, al sangue, al macabro. L'omicidio è l'innesco, il MacGuffin attraverso cui sondare gli aspetti socio-pedagogici che più affliggono la nostra contemporaneità.
Diffidate da chi invita a boicottare la serie in quanto presunta figlia di questo comune ed erroneo approccio - per loro stessa ammissione, Adolescence non l'hanno nemmeno visionata per partito preso, senza avere così neanche contezza della materia trattata. Graham e Thorne optano per una messa in scena in presa diretta, con la camera che segue in lungo e in largo per un'ora i personaggi che lambiscono i confini della vicenda anche solo per pochi istanti. Nelle coreografie, perfettamente eseguite per portare a termine i 4 lunghissimi piani sequenza, non c'è traccia di virtuosismi fini a se stessi o eventi iperbolici richiedenti un uso massiccio di sospensione dell'incredulità: tutto è dosato e calmierato per favorire il realismo e l'immedesimazione di chi guarda, favorendo la metempsicosi dello spettatore nella mosca che origlia e assiste agli eventi senza farsi notare.
Il focus è riservato alla prove d'attore, eseguite senza soste e a ritmo serrato, e ai dialoghi attraverso cui si dipana a poco a poco l'intreccio, permettendo ad Adolescence di sviscerare temi di incandescente attualità. Misoginia, cyberbullismo, fenomeno incel, isolamento sociale, mascolinità tossica, decadenza del sistema scolastico, incomunicabilità generazionale. C'è tanto, forse troppo da metabolizzare in sole 4 puntate, eppure la serie si concede il tempo per gettare gli ami e sparpagliare spunti qua e là, preferendo indugiare con la camera in momenti che potrebbero sembrare poco rilevanti. Sono proprio quei frangenti invece a risultare più che sufficienti per svelare e approfondire l’intimo dei personaggi, le loro reazioni spontanee e la loro evoluzione col passare dei mesi (13 in tutto, tra l'inizio del primo episodio e la fine del quarto).
La vittima e il suo parentado non costituiscono l'oggetto del contendere: Adolescence non è l'elaborazione di un lutto, bensì di un senso di colpa. Sono il carnefice, l'ambiente che lo ha generato (famiglia, scuola, amici) e quello che dovrà giudicarlo ed eventualmente rieducarlo, i protagonisti della vicenda. Quei familiari che portano addosso ogni giorno la croce dello stigma sociale, degli sguardi torvi degli sconosciuti ed ex amici per la propria negligenza; colpevoli, spesso e volentieri, anche solo di continuare a voler bene a un omicida che resta pur sempre un figlio o un fratello.
Stephen Graham, splendido caratterista portato alla ribalta da Guy Ritchie nel suo Snatch, oltre a produrre e ad aver avuto l'idea per Adolescence (prendendo spunto da reali fatti di cronaca), è anche interprete del padre di Jamie, l'impeccabile esordiente Owen Cooper, da giorni sulla bocca di tutti. Sulle spalle del signor Miller grava il peso di una situazione verso cui nessuno può dirsi davvero preparato: lo shock e l'incredulità devono lasciare spazio, nei mesi a seguire, alla rassegnazione verso la nuova quotidianità. Una vita da ricalibrare, scandita da brevi scorci di normalità. Attimi fugaci, che si esauriscono e si rigenerano più volte nell'arco della stessa giornata: rabbia impotente, rancore sopito, rimpianto inestinguibile e dolore irrefrenabile prendono alternativamente il sopravvento.

Adolescence sceglie di far affrontare tale calvario a una famiglia comune, umile, "perbene" della middle class dello Yorkshire: spesso, anche negli ambienti più convenzionali e insospettabili può annidarsi e fecondare il male. La mascolinità che ancora oggi trova terreno fertile tra i più piccoli, diretta conseguenza di un retaggio duro a morire, alberga indisturbata tra le mura di casa, nelle scuole (definiti "recinti di bestiame") e negli ambienti di lavoro, finanche in un commissariato. Non è tanto l'omicidio in sé, il gesto estremo, che viene sviscerato, quanto quei segnali all'apparenza insignificanti, che delineano una concezione retrograda e difettata del mondo, specialmente femminile, da parte sia del giovane reo che degli uomini intorno a lui.
In Adolescence non ci sono lezioncine moralizzanti o discorsi memorabili contro il patriarcato, a esplicitare platealmente ciò che non va tra gli adolescenti (e non solo) di oggi: c'è solo un invito a prestare un po’ di attenzione in più, a riconoscere e cogliere le red flags, ascoltando discorsi che abbiamo già sentito tante volte nel corso degli anni e verso i quali abbiamo spesso sorriso senza mai porre il giusto accento o l'appropriata nota di biasimo. Adolescence non sciorina risposte facili o deterrenti in grado di prevenire o curare le degenerazioni di un male permeato da secoli nel nostro tessuto sociale, che ancora plasma subdolamente la mentalità soprattutto delle brave persone. Non si schiera nemmeno apertamente contro o a favore di un'educazione più severa rispetto a quella montessoriana, contro o a favore di quella troppo assente e permissiva dei giorni nostri.
La serie certifica un'incomunicabilità sempre più netta tra generazioni, specie tra genitori e figli, provando a tracciare un diametro della distanza siderale tra due mondi agli antipodi. Adolescence si interroga su quale sia il modo più opportuno per vegliare sui giovanissimi: sempre più soli, sempre più insofferenti e indifferenti verso ogni tipo di autorità, soprattutto sempre più isole tristi e nichiliste, ultrastimolati da social media fuori controllo. Nel Regno Unito è notizia delle ultime ore che la serie verrà trasmessa nelle scuole secondarie, su iniziativa del governo di Keir Starmer. Adolescence ha raggiunto il suo scopo: stimolare un dibattito costruttivo nella speranza che si affrontino temi così spinosi proprio nei luoghi dove germogliano i semi dell'intolleranza. Per cercare di impedire che si torni a chiudere la stalla sempre e solo una volta scappati i buoi, chiedendoci dove si sia sbagliato e se si sia fatto abbastanza, quando ormai è troppo tardi.
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