
Ragionier Fantozzi ti voglio bene
Crescere e diventare grandi guardando Fantozzi all'inizio degli anni duemila.
La prima volta fu per colpa della febbre, una di quelle influenze estive che colpiscono i ragazzini che sono andati in bicicletta una volta di troppo con i capelli bagnati, una di quelle che ti costringono a restare a casa mentre i tuoi amichetti sono al bar a giocare agli arcade, l’ultima generazione a farlo senza remora di essere tacciati di eccessive tendenze retro.
Forzato dalla mamma a restare in casa e con un ghiacciolo all’amarena in mano per cercare di dare sollievo alle tonsille fiammeggianti, non restava alternativa che passare la serata facendo compagnia al nonno che, immancabilmente, come ogni sera d’estate si sintonizzava su Rete 4 nella speranza che la benevolenza di Berlusconi gli permettesse di rivedere l’ennesima replica dei film di Totò o dei western con Giuliano Gemma.
Invece quella sera le frequenze del Cavaliere trasmettevano una commedia, un film del 1975 che alle orecchie di un ragazzino sul finire degli anni duemila ricordava solo un particolare modo di indossare i pantaloni e nulla più. La prima volta che vidi Fantozzi avevo l’influenza, un ghiacciolo in mano e la scarsa attenzione che può avere solo un bambino costretto a guardare un film per grandi. Anche se c’era qualcosa in quella pellicola di magnetico, invitante persino per me che avevo otto o nove anni.
Quella comicità slapstick, il tono di voce e la fisicità del protagonista, le botte da orbi, le testate e le randellate che volavano a destra e a manca in un’esaltazione ricercata della violenza fisica bonaria non potevano non restare indifferenti ad un bambino un po’triste che venne subito risollevato dalle craniate alla statua della mamma del Cavalier Catellani. Un legame si era stabilito, ma sarebbe potuto finire lì e la visione di quel film da vecchi rimanere un episodio di una notte di mezza estate.

Invece la seconda volta fu per solitudine. E anche la terza, la quarta, la quinta è così via. Non ci sono limiti al numero di volte in cui un ragazzo annoiato decide di rivedere il suo comfort movie, quello che visione dopo visione stava lentamente diventando il suo film preferito. Era tutta questione di solitudine e di noia. La scuola era finita da qualche giorno, ma la villeggiatura rimaneva un sogno lontano visto che tra lavoro e problemi familiari era impossibile per i miei genitori portarmi al mare e permettermi di dare il via davvero all’estate.
Poi, con gli altri ragazzi della scuola media non andavo molto d’accordo, con loro non volevo giocare. Allora tra una partita della Russia di Dzagoev e una doppietta di Balotelli, non restava che riempire i vuoti immensi di quel giugno del 2012 con i film, ma solo quelli che si potevano trovare gratis e su YouTube, visto che di Netflix o Prime Video non c’era neanche l’ombra.
Fantozzi c’era - gratis e integrale - e allora non fu difficile per me scegliere di vederlo. In fondo qualche anno prima mi era piaciuto, anche se i ricordi erano un po’ sfocati, e poi pensavo che quella comicità leggera mi avrebbe sollevato da quelle ore infinite in casa mentre fuori le giornate di giugno si facevano sempre più rosse e calde. Ma quella volta non ci furono risate, almeno non così tante. Una visione dopo l’altra, ciò che mi rimaneva impresso della vita del ragioniere era la sua solitudine, la stessa distanza dagli altri triste e melanconica che separava me dal resto del mondo in quel mese passato in eremitaggio un po’forzato un po’volontario.
Certo, attorno a Fantozzi c’erano sempre Filini, la Pina, Calboni e il resto dei personaggi, ma la solitudine di quell’uomo inetto e sfortunato era aberrante ed impossibile da non notare per un ragazzo che, per la prima volta nella sua vita, cominciava a capire anche lui cosa significasse davvero sentirsi solo. L’immensa complessità di quell’ometto si riduceva a macchietta solo agli occhi di chi gli stava vicino e, di riflesso, in quelli degli spettatori più superficiali.

Guardare la frustrazione e l’insoddisfazione di Fantozzi crescere scena dopo scena, senza però che lui potesse sfogarsi o comunicarla umanamente a chi gli stava intorno, aveva fatto sì che tra me e quel personaggio si creasse un rapporto di empatia sincero e profondo, come se l’unico in grado di rompere quella sua solitudine affollata, di abbattere quel muro di isolamento che lo circondava e aiutarlo a rivoluzionare la sua vita potessi essere solo io, lo Spettatore, quasi spinto da un afflato di pietà e commiserazione che nascondeva in realtà la paura di ritrovarsi, in un futuro indefinito, a subire soprusi e frustrazione come il ragioniere davanti al tavolo da biliardo o alle pratiche della signorina Silvani.
La trentaduesima volta fu per paura ma sempre in estate, questa volta però a metà settembre, in quello strano periodo della vita di un uomo che intercorre tra la fine dell’estate della maturità e l’inizio dell’università, quel momento in cui la sbornia per la fine del liceo svanisce in un mare di insicurezze, paure e rimorsi. Pensi al futuro prossimo ma anche a quello anteriore, ti chiedi se hai fatto la scelta giusta, se ne sarai in grado e perché non ti senti a tuo agio e sicuro come quelli che invece non sembrano neanche sapere cosa siano il dubbio e l’incertezza, novelli Calboni ma dal viso ancora imberbe.
È il primo momento in cui capisci che nella vita devi fare dei compromessi oppure aggredirla e ottenere ciò che vuoi. Nelle notti insonni che precedettero il mio primo giorno d’università, il timore era quello che la paura di tanti anni prima si stesse inesorabilmente trasformando in realtà: stavo diventando io Fantozzi, ma senza la sua comicità.

La prospettiva di una vita banale e inetta mi privava del sonno e della tranquillità e non c’era altro da fare se non esorcizzare i miei demoni con l’ennesima visione del film a cui dovevo tutte le mie paure. Diventare come Fantozzi significava arrendersi al sopruso, alla prevaricazione, ad una vita di sbarre autoimposte dalla rassegnazione e dalla paura, ad offrire lo champagne al Direttore Ingegnere con le ultime monetine che mi ritrovavo in tasca, a sopportare la boria e la prepotenza di chi mi portava via la donna dei miei sogni in un viaggio in montagna sempre pagato da me.
In tal senso, Fantozzi diventava una sorta di monito, di avvertimento che una delle più grandi menti dello spettacolo italiano mi inviava dal passato. Per non finire a fare la triglia nell’acquario dei dipendenti sorteggiati toccava a me avere il coraggio di dire no fin da subito ai compromessi al ribasso, senza aspettare il Folagra di turno per riscuotermi inutilmente dal mio torpore.
La quarantesima volta fu per caso e forse nel posto più imprevedibile ma allo stesso tempo più adatto: in una camera di un albergo di Gallipoli. Come Fantozzi e il veglione organizzato da Filini con la partecipazione del Maestro Canello, anche il sottoscritto era stato trascinato a partecipare ad un tristissimo, costosissimo e disgraziato Capodanno proprio a Gallipoli su iniziativa di un paio di amici che speravano di festeggiare il nuovo anno in compagnia di qualche ragazza da baciare sotto il vischio e che invece finirono invece come il ragioniere nelle cantine del palazzo delle poste.
Mentre io e i miei compagni di malasorte ci trascinavamo verso la mezzanotte che avremmo dovuto festeggiare in discoteca e, visto che non avevamo nulla da fare dato che il morale della compagnia era estremamente basso per colpa di una serie di delusioni amorose che si erano già avvicendate fino a quel momento, decisi di accendere un po’ la TV a tubo catodico che si trovava nella mezza pensione che dividevo con altri tre disgraziati.
Ovviamente su Rai Movie quella sera non potevano dare altro che Fantozzi, quasi come se il destino volesse portare a termine la lezione che aveva cominciato ad impartirmi qualche anno prima. Quante volte ancora avrei dovuto sopportare il Capodanno nello scantinato della Megaditta, quante raccapriccianti partite di calcetto tra scapoli e ammogliati avrei dovuto disputare prima di imparare a dire no alle convenzioni, alla pressione sociale, alla FOMO?
La quarantacinquesima volta fu per nostalgia. Era da tanto che non rivedevo Fantozzi ed è bene che lo si faccia con una certa regolarità, come le analisi del sangue. Forse un po' più maturo, decisamente più vecchio, quella volta non rimasi colpito dalla profondità del messaggio fantozziano quanto dal modo così lucido, sferzante e incredibilmente attuale che il film aveva di raccontare, criticare ed esorcizzare una società, la sua cultura, le sue idiosincrasie, le sue contraddizioni.
Attraverso la storia di un impiegato, Fantozzi riesce a far risuonare le stesse voci, a trasmettere gli stessi sapori e gli stessi odori di quell’Italia degli anni Settanta che si scopriva più fragile e insoddisfatta e di quegli italiani che, insospettabili precursori, si ritrovavano a fare i conti con le promesse disattese di un benessere non tanto economico e materiale quanto mentale e sociale, una disillusione che non può che trasmettermi nuove paure e risvegliare quelle sopite (?) d’un tempo mentre il tempo in cui viviamo sembra toglierci ogni giorno sempre di più il diritto ad una vita felice.
L’ultima volta è stata per celebrare al meglio il compleanno di un film che è la pietra miliare della mia adolescenza e della mia vita da adulto tanto quanto lo è del cinema, della cultura e del costume italiano. Lo avevo fatto dopo la morte del suo Creatore, come spesso accade a chi flirta col cinema con passione e devozione., non potevo non farlo in un occasione di festa come questa.
La grandezza delle opere d’arte si misura solo nella sua capacità d’ispirare, di emozionare, di segnare la vita e il senso del pubblico nel corso del tempo e per questo, almeno per me, Fantozzi è un capolavoro senza fine capace di parlarmi come se fosse una pagina di diario. Ma forse, più che riconoscermi io in Fantozzi, la verità è che è il film a parlare di me, di noi. Quello del ragioniere è un personaggio immenso, capace di superare la sottile ma per molti invalicabile linea che separa la realtà dalla finzione, di confondere la vita, le opere e le emozioni di un personaggio di fantasia con quelle delle persone normali nella loro esistenza quotidiana.
Perché Fantozzi è stato creato dalla penna e dalla pellicola ma è un uomo vero, fatto di carne ed ossa, tanto quanto lo possa essere io nella mia somma di problemi e difetti. Come del resto il suo Creatore amava ripetere, Tutti siamo Fantozzi e tutti conosciamo un Fantozzi. E allora non è vero che Fantozzi mi ha accompagnato prendendomi per mano lungo la mia adolescenza, sono io che gli sono andato inesorabilmente incontro. Con la paura di diventare come lui, ma in realtà con la speranza di avere la sua umanità e la sua complessità.
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