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Juventus Thiago Motta
, 25 Marzo 2025

Juventus e Thiago Motta, incompatibili


L'ambiente bianconero ha rigettato Motta, rinviando una rivoluzione che pare impossibile

"Dal Motta compassato all'energia, ai confronti e alle grida di Tudor: che scossa per la Juve!". Per capire il fallimento di Thiago Motta alla Juventus dobbiamo partire dall'epilogo della storia, e a venirci in aiuto è la prima pagina di Tuttosport - triste cassa di risonanza della pancia del tifo juventino - che titola a caratteri cubitali "L'urlo di Igor". Parliamo di un quotidiano capace di scrivere tutto e il suo contrario pur di compiacere il lettore medio(cre), ma al quale va riconosciuta la capacità di intercettare gli umori della piazza. Thiago Motta in bianconero poteva funzionare, certo, ma era molto più probabile che non funzionasse, e ora che l'esonero è infine arrivato, sembra folle averci anche solo sperato, in un successo.

La missione, già di per sé, era improba: eradicare dalla Juventus il cazzeggio creativo, il mantra della difesa a ogni costo, l'improvvisazione come piano partita principe con la palla tra i piedi, l'attesa dei "momenti della partita" in maniera passiva, senza andarsi a cercare la propria fortuna. Il cosiddetto allegrismo, nella sua versione migliore portatore di successi in patria e campagne epiche in Europa, nella sua versione peggiore complice di un buco di bilancio che sembra più una voragine e di un depauperamento tattico che rendeva la Juve di anno in anno più passiva, scheletrica, brutta in ogni possibile accezione.

Mentre fuori da Torino gli allenatori-che-non-vincono-mai iniziavano a mietere successi in Italia e in Europa - Pioli, Inzaghi, Gasperini, Spalletti -, la Signora restava prigioniera di una condizione immutabile. Rinchiusa in una prigione atemporale, in cui gli allenatori non migliorano le squadre e prestazione e risultato sono concetti antitetici, la Juventus guardava il calcio evolversi, spettatrice più annoiata che ammirata, esterna a uno spettacolo che pareva non riguardarla affatto, impegnata com'era a combattere i suoi demoni, tra penalizzazioni, Superleghe e caos societari.

Il lascito più pericoloso della doppia gestione Allegri non stava nei calciatori svalutati o nella minimizzazione dell'impianto di gioco. Stava nell'ideologia che permea l'ambiente juventino, alla base delle difficoltà di qualsiasi allenatore altro, alieno, che abbia provato a tenere il timone della nave. L'ideologia che come un virus ha contagiato ogni cellula della Juve, quella dell'antimeritocrazia: vince chi è più forte, non chi si dimostra tale, chi ha i giocatori migliori sulla carta, la storia più vincente, il palmares più ampio, non chi mostra i suoi meriti sul campo e suda ogni giorno per sovvertire le gerarchie.

Dal post Cardiff, sembrava che la Juventus potesse migliorare solo pompando milioni sul mercato, acquisendo campioni planetari e costosissime promesse, sbaragliando la concorrenza ad agosto prima che al maggio successivo. Crollato il castello, complice la pandemia che ha complicato non poco i piani di Agnelli e compagnia, è crollata la Juventus, ormai incapace di dimostrarsi grande senza che fossero per primi gli altri a riconoscerla come tale, a costruire le sue fortune dal basso invece che a farle piovere dall'alto.

In un ambiente del genere, un anno e mezzo fa si è inserito Cristiano Giuntoli, che ha vissuto da dentro le idiosincrasie della Signora e, non appena potuto, ha sferrato il colpo decisivo, la Genkidama universale che doveva azzerare qualsiasi forma di malvagità si annidasse nell'ambiente bianconero. La cacciata di Max Allegri per "comportamenti non compatibili con i valori della Juventus" sembrava poter essere l'alba di una nuova realtà; è stata, invece, la bomba nucleare che ha generato uno scenario post-apocalittico alla Kenshiro, refrattario alla nascita di qualsiasi forma di calcio.

Quando Giuntoli affida a Thiago Motta il compito di riportare il calcio al centro della Juventus sottovaluta l'ostilità dell'ambiente, inteso come tifosi-dirigenti-addetti ai lavori-giornalisti-calciatori, ad approcci di un certo tipo. Soprattutto, non considera l'immane difficoltà nel coniugare la rivoluzione con le necessità della società. Il diktat della proprietà è chiaro: stop a ingaggi folli, via chi guadagna troppo, sostenibilità nel medio periodo.

Nel tentativo di far coincidere le necessità di campo e quelle di bilancio, sono stati inevitabilmente trascurati alcuni ruoli, come gli esterni difensivi o il centravanti di riserva. Bravo nello scovare talenti nei campionati meno battuti, Giuntoli (con l'avallo di Thiago Motta) si è adagiato su profili "sicuri", su tutti Nico Gonzalez e Koopmeiners, praticamente mai in grado di fornire anche solo la metà del contributo offerto a Firenze e a Bergamo.

Nel tentativo di donare nuova vita a una delle Juventus più giovani della storia, Thiago Motta è stato pian piano abbandonato da quelli identificati come i possibili leader tecnici, per i motivi più disparati. Bremer si rompe il crociato, Douglas Luiz frana in una serie impressionante di problemi fisici, Koopmeiners si contorce su sé stesso, Cambiaso - fondamentale nella prima parte di stagione - affoga tra infortuni e voci di mercato.

Anche l'allenatore ha le sue evidenti colpe in questo vuoto di potere, riflessosi in una squadra capace di sciogliersi non solo davanti alle difficoltà, ma anche in momenti totalmente casuali della partita, anche quando in pieno controllo. Gatti, primo capitano di Motta, è esautorato dalla fascia dopo poche partite e finisce in fondo alle gerarchie; a Vlahovic, uno dei calciatori più in difficoltà, è stato chiesto ancora una volta di essere un Vlahovic diverso, tentativo per certi versi già abbozzato con Allegri, riproponendo gli stessi deludenti risultati.

Le cacciate di Szczesny e di Danilo, rumorose per modi e tempistiche, diventano assordanti quando la realtà comunica che la Juventus non ha uno zoccolo duro di calciatori di carisma al quale aggrapparsi; il solo Locatelli, capitano ancorché martire, non poteva da solo gestire una situazione che diventava di settimana in settimana più schizofrenica, con l'ovvio finale dell'esonero dell'allenatore in qualità di capro espiatorio.

Privo di un gruppo mentalmente forte, capace di reggere i momenti difficili e di rendersi impermeabile alle critiche esterne, Thiago Motta non è riuscito a evitare quella crisi di rigetto che affonda le sue radici a un periodo ben precedente l'eliminazione dalla Champions League e la tripla umiliazione per mano di Empoli, Atalanta e Fiorentina.

L'illusoria impresa di Lipsia è stata seguita da una serie impressionante di partite in cui la Juventus ha mostrato lacune nel piano gara, soprattutto contro difese molto basse o pressing molto alti, e nella capacità di mantenere alta la concentrazione per tutti i 90' più recupero, costati punti preziosi che hanno allontanato la Signora dalla vetta della Serie A e dalle prime 8 posizioni della fase campionato di Champions League.

Si parlava di percorso, di prevedibile fase di assestamento; si chiedeva tempo per assimilare un impianto di gioco diverso dal precedente. Ma di tempo non ce n'era già più. C'era una sola, piccola speranza per Motta per poter dar vita alla sua rivoluzione: la Juventus doveva partire forte, vincere e continuare a vincere, anche con qualche colpo di fortuna, restare attaccata a Inter e Napoli e limitare gli incidenti di percorso. Alla Juventus chi vince può lavorare serenamente, chi invece non porta i risultati non ha tempo per occuparsi di "dettagli" come il gioco o la tattica. Si devono fare punti, per il resto si vedrà.

La Juventus, una delle poche società al mondo in cui chi vince, ha lavorato bene, ma non per forza chi ha lavorato bene, vince.

Thiago Motta è arrivato alla Juve con le sue spigolosità, con la sua scarsa voglia di scendere a compromessi, ma è arrivato per lavorare e, finché è stato possibile, lo ha fatto bene. Quando i risultati gli hanno voltato le spalle, ha cercato, pur in maniera confusionaria e a tratti poco convinta, di rimediare ai suoi errori, ma i pochissimi bonus a sua disposizione erano già finiti. E se non ti chiami Conte o Allegri, se non hai un palmares vicino a quello di Ancelotti, o un passato da comprovata bandiera bianconera, la Juventus non perdona.

Quando la Juve usciva col PSV e perdeva 0-4 con l'Atalanta, Thiago Motta aveva già da tempo smesso di essere considerato un allenatore, nonostante la rimonta in Serie A e le vittorie convincenti contro Milan e Inter. Sui social circolavano già vecchie conferenze di Allegri spacciate per parola di Dio, in società nessuno sembrava voler prendere davvero parola per difenderne la posizione, i calciatori sembravano sempre meno convinti dei loro compiti in campo, i media che per 3 anni avevano taciuto ora sparavano colpi di bazooka senza soluzione di continuità.

Thiago il filosofo, Motta l'interista, Thiago Motta il giochista, il difensore della sconfitta propositiva, del percorso, dei piccoli miglioramenti, dei calciatori francamente indifendibili. Un Thiago con poco carattere, un Motta di poche urla in panchina, un Thiago Motta che non scaraventa a terra nessuna giacca. Una Juventus dal troppo possesso palla, una Juve senza alcuna presa di posizione contro la classe arbitrale, una Signora senza figure che facciano dichiarazioni abbastanza juventine, ruffiane, per compiacere tifosi che si convincevano di non amarla in quanto apparentemente non amati a loro volta.

Thiago Motta era già morto ben prima che se ne accorgesse, che ce ne accorgessimo, fatto fuori dalle tossine post-belliche residuo di una tifoseria divisa, di una società debole, di un giornalismo macchiettistico, di una società di figuranti, di un direttore sportivo che, probabilmente, lo ha scelto senza conoscere abbastanza bene né lui, né la Juve. Alla luce di tutto ciò, come potevano, davvero, essere compatibili la Juventus e Thiago Motta?

  • Made in Senigallia, insegnante di inglese e di sostegno, scrive e parla di Juventus e di calcio (che spesso son cose diverse) in giro per il web dal 2012. Autore dei libri "Football Globetrotters - calciatori nati con la valigia in mano" e "Espiazione Juve - il quinquennio buio della Signora"

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