
Il mondo visto da Lucio Corsi è più interessante
Il nuovo album di Lucio Corsi racconta di vita e di morte, di amicizia e di paura, di persone, ma senza alcun giudizio.
La distanza tra il nostro mondo e quello di Lucio Corsi si assottiglia sempre di più. Per la quarta volta ci viene permesso di vedere una realtà più affascinante e più viva della realtà vera, ma l'occhio del narratore si è fatto ancora più vicino sia a noi sia ai protagonisti delle sue storie. Ci sono stati raccontati in principio gli animali del bosco (Bestiario musicale) con le loro avventure favolose, poi si è deciso di volgere lo sguardo verso le persone, immerse però in un mondo fiabesco disinteressato alla realtà fisica. Ci troviamo invece ora davanti a degli uomini in carne ed ossa coi quali è possibile parlare e che probabilmente, prima o poi, abbiamo incontrato o incontreremo.
Volevo essere un duro, prodotto interamente insieme agli amici Tommaso Ottomano e Antonio "Cuper" Cupertino, mischia dei pezzi sicuramente più autobiografici ad altri in cui Corsi parla di vite osservate o anche solo ascoltate. Le prime tre del disco, compresa la title track, e le ultime tre sembrano essere proprio dei racconti di vita vissuta, nei quali si affrontano macro-concetti fondamentali come amore, morte, paura, amicizia attraverso storie raccontate in prima persona dall'autore. Nel mezzo, tre meravigliosi ritratti, insieme surreali e ironici al solito modo di Lucio. Le influenze dell'album sono infinite, sia dal punto di vista dell'approccio alla scrittura, sia da quello delle atmosfere e della musica. C'è senza dubbio un po' di Ivan Graziani in ogni pezzo, la sua presenza pervade le fondamenta stesse del disco; la si percepisce dal modo caro a entrambi gli artisti di cantare sia le donne sia, più in generale, la vita: con sarcasmo, amarezza, e molta consapevolezza. C'è poi tanto Dalla nell'ironia con cui vengono dipinti i surreali protagonisti dei brani, frutto di una continua osservazione e della conseguente esasperazione del mondo che lo circonda.
Questa sua curiosità per le cose della vita Corsi l'ha espressa apertamente sul proprio sito, dove annunciando l'uscita dell'album scrive: "Volevo essere un duro è nato strisciando sui marciapiedi, nascondendomi negli armadi o sotto le zampe dei tavoli, girando tra i panni sporchi nelle lavatrici, appendendomi con le mollette ai capelli ai panni stesi, cercando ricordi non miei nei cappelli degli altri, cercando nuovi orizzonti nelle scarpe degli alti." Si sentono poi un sacco di altre influenze cantautoriali sparse qua e là, come nel pianoforte molto vendittiano di Nel cuore della notte. Uscendo dal panorama italiano, impossibile non notare la citazione diretta a Jailhouse Rock di Elvis in Let There Be Rocko, così come i forti richiami alle sonorità glam rock di David Bowie (seppur presenti in minore quantità rispetto all'album precedente) e alle atmosfere da Blues Brothers. In Il Re del rave poi si arriva a dei suoni quasi da musical, con tanti archi, ottoni, strofe doppiate da un coro, un passo estremamente ritmato, e continui cambi di melodia.
Incoronare la più bella dell'album è quasi impossibile; o meglio, è difficile trovare una traccia sotto tono rispetto alle altre. Sigarette è meravigliosa, ascoltandola si entra direttamente nei ricordi più intimi di Lucio, ci si sente quasi di troppo. Il testo di Questa vita è uno dei più belli, riesce a rendere estremamente personale e non banale una canzone che parla letteralmente del concetto più indefinito che ci sia, che è appunto la vita; i coretti e il sassofono rendono l'atmosfera giustamente spensierata e serena. I due ritratti di Francis Delacroix e di Let There Be Rocko sono deliziosi, ascoltandoli ci si diverte, e musicalmente sono delle chicche. Inoltre, se negli ultimi due anni si ha avuto la fortuna di sentirli live solo voce e chitarra, questa versione registrata in studio rende veramente impossibile scegliere un arrangiamento preferito.

In ogni caso tra tutte, forse, consiglierei di ascoltare Situazione complicata. La storia dell'amore impossibile con Giulia è perfetta, sia narrativamente sia musicalmente. Gli strumenti accompagnano l'ascolto rendendo possibile un'immersione totale nel racconto: si parte con un solo e dolcissimo pianoforte, si aggiungono basso, chitarra, e batteria, arrivano poi degli archi e allora tutto da capo finché non si sfocia in un intermezzo ritmatissimo di chitarra elettrica, cattivo e impazzito come il protagonista. La corrispondenza tra testo e base, e quindi tra musica ed emozioni del personaggio-narratore, è incredibilmente riuscita.
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