
Arrigo Sacchi, l'uomo che rivoluzionò il calcio
Per alcuni un profeta, per altri l'uomo che ha rovinato il calcio: è difficile definire Arrigo Sacchi.
Questo testo è l'adattamento del video "L'uomo che rivoluzionò il calcio", uscito sul canale Youtube Visione di Gioco. Per guardarlo potete cliccare qui.
È difficile trovare un allenatore più influente e controverso di Arrigo Sacchi. Per alcuni un profeta, un visionario, studiato tatticamente da più generazioni di giovani allenatori, portatore di una nuova visione del calcio.
Per altri un eretico, uomo sempre sul punto di un esaurimento nervoso, odiato dai suoi stessi giocatori per la gestione opprimente delle energie. Il primo ad aver reso il calcio robotico, simile agli scacchi. Maestro dotto, ma insensibile con i suoi allievi. Precursore, ma dannato.
La sua storia è ricca di vette sfavillanti e abissi tenebrosi, divisa a metà tra gloria e polemiche. Eppure, una cosa è certa: un venditore di scarpe romagnolo, che fino ai 41 anni non vantava nessuna esperienza ad alto livello né come giocatore né come allenatore, ha cambiato per sempre la storia del calcio.
Anche i fantini non sono stati cavalli
Al giorno d’oggi è impossibile trovare allenatori che non si siano formati guardando il suo Milan. Klopp, Guardiola, Rangnick, Simeone e molti altri hanno studiato quel Milan fino alla nausea, alla ricerca di qualcosa: il Sacro Graal della tattica calcistica, l'oscuro segreto che permette a un allenatore di controllare i movimenti della sua squadra.
In particolare Ralf Rangnick, maestro venerabile della scuola tedesca, ha citato Sacchi per spiegare la sua filosofia in una recente intervista: «Calcio ad alta intensità. Proattivo. Pressing, gegenpressing e verticalità. Ho ossessionato i miei calciatori con il gioco di Sacchi».
Sacchi diventò allenatore del Milan nel 1987, alla fine di una lunga gavetta. Da calciatore era stato un modesto terzino nelle file di Fusignano e Baracca Lugo, nei campionati dilettantistici in Romagna. Dopodiché gli era toccato lavorare: si dedicò a gestire la fabbrica di scarpe del padre. Viaggiando per lavoro Sacchi si innamorò del calcio europeo: fatale fu l'incontro, a metà degli anni '70, con l'Olanda di Cruyff e Michels.
Sacchi non si innamorò solo di quella squadra storica, la cui bellezza risiedeva in un movimento vorticoso e incessante, ma dell’idea che stava dietro: il “calcio totale”.
Una visione del gioco secondo cui non esistono difensori, centrocampisti, attaccanti: esiste la squadra come ente unico, un gigantesco sistema composto da sottosistemi ognuno in connessione con gli altri. Un’idea profondamente collettivista del calcio, che, sempre in quegli anni, Valerij Lobanovskij aveva portato alla ribalta in Unione Sovietica.
Sacchi comincia a perfezionare questo pensiero, che diventa la sua ossessione: desidera allenare squadre sempre più organizzate, fisicamente e tatticamente; vuole 11 giocatori che riempiono gli spazi con armonia, l’uno in funzione dell’altro, mantenendo intatta la struttura collettiva.
Quali i princìpi di gioco che Sacchi ritiene fondamentali?
- Pressing alto appena la squadra perde la palla
- Accorciare la difesa in avanti, attraverso la tattica del fuorigioco
- Movimento senza palla in fase di possesso
Sarà stato questo desiderio di innovazione, una genialità barbara e incontrollabile, a spingere Silvio Berlusconi a volere così fortemente Sacchi sulla panchina del suo primo vero Milan. O forse fu la scottante eliminazione che il Parma aveva inflitto ai rossoneri in Coppa Italia nel settembre del 1986: pensate a una squadra di Serie B dominare a San Siro, attraverso il pressing offensivo e un atteggiamento da protagonista. O forse, ancora, sarà stata quella incoscienza che a volte diventava follia, spregiudicatezza, tipica di Berlusconi e di tutta la sua vita.
Il Milan, quella stessa estate, acquista i primi due oranje: Gullit e van Basten. In più, l’unico vero calciatore chiesto da Sacchi: Ancelotti. I dubbi sulle condizioni di Carletto non erano pochi: Berlusconi e Galliani non erano convinti dell’affare, visti i precedenti infortuni alle ginocchia patiti dal nativo di Reggiolo. Sacchi, però, è inamovibile: «A calcio non si gioca con i piedi, ma con la testa. Presidente, se mi prende Ancelotti vinciamo lo Scudetto» dice a Berlusconi.
Ancelotti era stato già allenato da Liedholm, allenatore con molti punti di contatto con la zona predicata da Sacchi, e ben presto divenne il prolungamento del tecnico di Fusignano sul rettangolo verde.
La difesa di quel Milan la ricordiamo tutti: Rossi in porta, Maldini e Tassotti terzini della linea a 4, Baresi e Costacurta, o in alternativa Filippo Galli, difensori centrali. Baresi soprattutto aveva licenza di avanzare: da libero è stato uno dei migliori di sempre a condurre palla: aveva la tecnica di un centrocampista, e una visione di gioco avanzata rispetto ai pari ruolo.
A centrocampo Sacchi costruisce un rombo: Ancelotti vertice basso, Evani e Colombo esterni di gamba, Donadoni fantasista. In attacco Gullit e van Basten – nella sua prima stagione milanista giocò solo 11 partite, sostituito da Virdis.
Gli automatismi non scattarono da subito. Gran parte dei giocatori era contraria alla fatica degli allenamenti, descritti come infernali da quasi tutti gli elementi della rosa di quel Milan. «La prima preparazione con Arrigo è stata terribile» ha scritto nella sua autobiografia Ancelotti. «I suoi metodi erano totalmente innovativi. Se prima potevo dire che nel lavoro c’era un’intensità pari a 20, a Milanello l’intensità era pari a 100». Parole simili sono state pronunciate da Maldini, Tassotti, Gullit, per non parlare dell’odio di van Basten per quegli allenamenti intensi e prettamente difensivi.
I risultati iniziali evidenziarono le reticenze dei giocatori: il Milan fu eliminato dalla Coppa UEFA dall’Espanyol, in Serie A trova solo 3 vittorie nelle prime 7 giornate. Si cominciò a parlare di esonero prima di Natale. Sacchi non avrebbe mangiato il panettone?
Ci si poteva aspettare un momentaneo periodo di ristagno: Sacchi non aveva solo introdotto nuovi concetti tattici, ma era arrivato a Milano per cambiare mentalità. Ci volle solo il passare del tempo affinché le sedute di allenamento faticose e ripetitive entrassero nella testa e nelle gambe dei giocatori. Il tempo, certo, ma anche la fiducia della proprietà. Famigerato il discorso di Berlusconi ai giocatori nel momento più difficile della stagione, prima della trasferta di Verona: «Sacchi resta, voi non so».
Fino a quel momento Sacchi aveva allenato tra i professionisti solo Rimini e Parma, oltre alle giovanili di Cesena e Fiorentina. La sua è stata la scalata di un allenatore ambizioso, fresco, con un metodo di lavoro in aperto contrasto rispetto a quello di moda in Italia.
Oggi diamo per scontato che una squadra scenda in campo per dominare il possesso e il gioco, difendendo in avanti e cercando subito di recuperare palla. Che si alleni duramente per sincronizzare i movimenti. Eppure, negli anni '80, tutto ciò non era metabolizzato.
Il giorno della finale di Coppa dei Campioni 1989, a quasi 3 anni dalle prime gare allenate da Sacchi al Milan, Gianni Brera scrisse un articolo su Repubblica in cui consigliava di «aspettare in difesa» la Steaua Bucarest e di sorprenderla in contropiede. Per quanto possa essere solo l’opinione di un giornalista di spicco, riflette bene il pensiero di quei tempi.
Lo stesso Sacchi non manca di dichiararsi, nel suo libro Calcio totale, quasi un eretico: «Volevo che la squadra difendesse aggredendo e non arretrando, ma avanzando. Volevo che la squadra fosse padrona del gioco in casa e in trasferta. Era difficile far capire il nuovo modo di giocare, il movimento sincronizzato della squadra senza palla, avere undici giocatori con e senza palla sempre in posizione attiva. Avere una difesa attiva vuol dire che anche quando hanno la palla gli avversari tu sei padrone del gioco».
1988 / Rivoluzione
Il 1988 è l’anno cruciale della rivoluzione di Sacchi: dopo aver vinto lo scudetto in rimonta su un Napoli stanco, battuto nettamente sia all’andata che al ritorno, il Milan si rinforza in estate comprando il terzo oranje: Frank Rijkaard. Un centrocampista con fisico e tecnica, statuario e intelligente, talmente arguto da essere utilizzato quasi sempre come difensore centrale, a causa del lungo infortunio di Galli.
Con Rijkaard e Baresi il Milan aveva due difensori centrali affidabili nelle letture ma soprattutto in fase di costruzione: a loro Sacchi chiedeva di essere i primi registi della squadra. Per Sacchi la coordinazione dei movimenti senza palla era essenziale. Ogni cambio di posizione doveva essere compensato: se Baresi saliva nella posizione di centrocampista, poteva invertirsi con Rijkaard, che si abbassava tra i difensori, o magari Tassotti da terzino destro si stringeva da difensore centrale.
Uno dei difensori centrali poteva inserirsi con tagli profondi, per creare superiorità numerica a centrocampo. È una tattica che oggi percepiamo moderna e sdoganata, che solo pochi anni fa ha contribuito alla vittoria della Champions League del Manchester City di Pep Guardiola e, nello specifico, John Stones.
Quando il Milan aveva la palla, entrambi i terzini potevano spingere sulle fasce, alzandosi sulla linea dei centrocampisti. Gli esterni (ancora Colombo ed Evani) stringevano la loro posizione, diventando quasi mezzali. L’obiettivo principale era la formazione di triangoli: il giocatore in possesso della palla ha sempre più linee di passaggio libere vicino a lui. I due centrocampisti centrali (Ancelotti e Donadoni) si disponevano in verticale, così da avere vantaggi tra le linee avversarie.
Nessuno di questi movimenti era predeterminato: il Milan giocava con libertà totale, con una coralità inedita. Tutti i giocatori erano protagonisti, nessuno escluso: grazie a questa fluidità di posizioni, il Milan ambiva a disinnescare le marcature con riferimenti a uomo, tipiche della zona mista italiana dell'epoca.
Donadoni, nato come ala destra, trovò da incursore una gamma di soluzioni che non si pensava potesse avere. Una fantasia e un’energia poderose, che lo hanno reso uno dei giocatori più fedeli di Sacchi. Il numero 7 sterzava continuamente, poteva allargarsi e andare sul fondo, poteva inserirsi centralmente. 15 dei suoi 23 gol in maglia rossonera arrivarono proprio dal 1987 al 1991, durante il quadriennio di Sacchi.
Il Milan non attaccava però solo con passaggi corti o trame particolarmente complesse. Avendo due punte dominanti nel gioco aereo, il primo pensiero era servirle con i cross dalle fasce: così sono nati alcuni dei gol più inspiegabilmente belli del Milan di Sacchi. Gullit in particolare sfruttava la sua fisicità attaccando l’area con i colpi di testa, ma era anche un numero 10 creativo. Dribblava, strappava in conduzione, e allo stesso tempo segnava come un centravanti. In certe giornate era la personificazione del calcio totale: un atleta capace di occupare ogni ruolo in campo, dal difensore all’attaccante.
Il Milan vinse uno Scudetto e 2 Coppe dei Campioni in 3 anni con un gioco chiaro, innovativo e una forma fisica debordante. Con gli assalti alla profondità di Gullit e con i gol da cigno di Van Basten. Gli storici successi contro Real Madrid (5-0) e Steaua Bucarest (4-0), in semifinale e finale di Coppa dei Campioni nel 1989, hanno segnato inequivocabilmente un'epoca. C'è il calcio prima di quel Milan e il calcio venuto dopo.
Eppure la rivoluzione di Sacchi non si limitava all’organizzazione in fase di possesso. Era una visione ben più radicale, e riguardava la reazione della squadra quando perdeva il pallone. La difesa era il vero segreto di quel Milan: nel 1987/88 i rossoneri subirono 14 gol in Serie A, miglior difesa. Il Milan di Sacchi mostrò per primo che si può essere offensivi pur non avendo il pallone, e difendere bene senza per forza rintanarsi nella propria area. Sfruttando una regola antiquata, che la UEFA avrebbe cambiato di lì a poco, il Milan di Sacchi scherzava gli attaccanti avversari mettendoli costantemente in fuorigioco, salendo con tutti i difensori della linea.
È entrata nell'immaginario collettivo la mano alzata di Franco Baresi, epitome di quel Milan grandioso: rappresentava l’autorevolezza nel rischio, il controllo in mezzo al caos. Baresi era il leader di una difesa che si muoveva con grande sincronia, come se i 4 difensori fossero legati con un elastico. Pensavano insieme, con una testa sola.
Il Milan non difendeva gli uomini, ma controllava lo spazio. E per farlo, più del fisico, serve essere astuti, veloci, intelligenti, tutti aggettivi naturali per descrivere Maldini, Baresi, Costacurta e Tassotti. La tattica del fuorigioco poteva inoltre funzionare solo se fatta da una squadra stretta e cortissima, in cui le linee si mischiavano. Appena gli avversari avevano la palla, il Milan ambiva a recuperarla subito, attraverso il pressing alto e la riaggressione, così da trasformare subito l’azione da difensiva in offensiva.
I due attaccanti per Sacchi dovevano essere i primi difensori: anche così si spiega l’efficacia di quello stile di gioco. Che si basava, ancora una volta, sulla coralità. In certi momenti, gli avversari del Milan sembravano non avere strumenti per fronteggiare una difesa così coraggiosa. Sacchi aveva rubato il fuoco agli umani come un Dio vendicativo, regalando al Milan un vantaggio tattico a priori. Gli avversari vedevano comprimersi lo spazio e il tempo, ed erano portati in una dimensione nuova per il loro modo di intendere il calcio. Gli allenatori furono costretti a studiare il Milan, e ad integrare alcuni dei suoi principi. Per questo motivo, nel giro di poco il sistema di Sacchi non era più all’avanguardia: era diventato l’approccio dominante, quel classico 4-4-2 rigido e noioso tipico degli anni '90.
Così cominciò la fase più isterica della carriera di Sacchi, stressato all’inverosimile dalle pressioni e logorato dai rapporti con lo spogliatoio milanista, che continuava a non digerire la sua gestione degli allenamenti.
Sacchi divenne ossessionato dal suo modello di gioco, da ogni singolo passo che un giocatore doveva compiere. Sacchi che, come un John Von Neumann del calcio, voleva un mondo di automi che mettessero in pratica i suoi pensieri. Non a caso, nella successiva avventura con l'Italia costruì una squadra ortodossa, che privilegiava il sacrificio alla creatività. È così, da questa frattura tra Sacchi e il mondo esterno, che cominciò la lotta del sistema contro l’individuo.
Il sistema contro l’individuo
Prendete quest'ultimo capitolo come una riflessione su un fenomeno che, da svariati anni, vediamo nel calcio: la progressiva sparizione della spontaneità. O meglio: la grande contrapposizione tra organizzazione collettiva e creatività individuale.
Sacchi portò alle estreme conseguenze la sua dottrina del collettivo in Nazionale. Diventò CT dell'Italia nel 1991 e poco dopo smise di convocare alcuni calciatori perché «non si adattavano bene al sistema»: tra questi ricordiamo nomi eclatanti come Walter Zenga, Beppe Bergomi e Gianluca Vialli («So che Vialli mi può dare più degli altri, ma devo salvaguardare l'armonia della squadra»). Sacchi provò a rifare il suo Milan in Nazionale, puntando su quella ossatura anche oltre il necessario: preferì affidare le chiavi dell’attacco al 33enne Massaro e relegare Signori sulla fascia sinistra del 4-4-2.
Non è un caso se il più grande amico calcistico di Sacchi, Alfredo Belletti, bibliotecario di Fusignano, accostò alla figura di Arrigo quella del compositore Arcangelo Corelli, ricalcando il paragone dell'allenatore come direttore d’orchestra, e quindi dei calciatori come puri esecutori di uno spartito. È una visione largamente diffusa: gli allenatori sono diventati forse più pop dei calciatori, le strategie di gioco sono diventate più centrali dei gesti tecnici, spontanei, liberi.
Sacchi sostenne a lungo che il suo modello di gioco era pressoché indipendente dai giocatori: con la ripetizione di esercizi fisici e tattici, chiunque avrebbe potuto interpretare il suo codice. Paradossale, se pensiamo a come Roberto Baggio ha trascinato l’Italia a USA ‘94, fino alla finale persa col Brasile. Paradossale come un singolo abbia guidato il collettivo: Sacchi dovrà averlo interpretato come un bieco rovesciamento della realtà.
Marco van Basten disprezzava la parità di trattamento che Sacchi riponeva verso tutti i componenti della rosa. Come se tutti avessero lo stesso talento, come se fossero tutti uguali.
Da Sacchi in poi, il calcio è diventato un miscuglio di complessità tattiche e atletiche. L’esito di una partita non è più riconducibile a chi ha la squadra più forte o il calciatore più talentuoso. Il calcio, insomma, è diventato una sintesi di arte e scienza.
È un tema centrale del calcio dei nostri tempi: la coesistenza tra organizzazione e talento, tra determinismo e libero arbitrio. Chi è davvero libero di scegliere? Stiamo tenendo chiusi i calciatori in una gabbia dorata? Il calcio sta davvero diventando simile agli scacchi? Di certo la standardizzazione nelle proposte tattiche, che ha portato all’esaurimento Sacchi negli anni '90, e che sta donando un notevole quantitativo di stress anche a Guardiola, può diventare un problema.
Lo ha scritto in un articolo per The Athletic anche Juanma Lillo, vice-allenatore di Pep Guardiola al Manchester City: «Il meticoloso approccio scientifico che ha dominato il calcio negli ultimi anni potrebbe essere vicino a raggiungere uno stallo».
Esistono squadre che riescono ancora a combinare la libertà individuale con un’organizzazione posizionale: il Real Madrid di Ancelotti, il Malmö di Rydstrom, il PSG di Luis Enrique. Eppure questi esempi sembrano più casi isolati che effettive rappresentazioni dello Zeitgeist del calcio contemporaneo.
Da una piccola cittadina della Romagna, da un uomo ossessionato dal calcio totale dell'Arancia Meccanica, a discussioni filosofiche tra collettivismo e spirito libero. È questa la grandezza di Arrigo Sacchi. Non solo ha cambiato il calcio, intendendolo non soltanto come schemi e modelli di gioco, ma ha modificato l’approccio che noi tutti abbiamo nei confronti di questo sport: Sacchi ha portato la scienza, il seme di una rivoluzione positivista.
Ha spinto sull’acceleratore del cambiamento in una fase di pura stagnazione. Carlo Ancelotti cita ancora oggi il fusignanese come l'allenatore che lo ha maggiormente segnato, ammette candidamente di utilizzare ancora le metodologie di Sacchi in allenamento e in preparazione della partita. Nel 2025, a 36 anni dalla vittoria della prima Coppa dei Campioni a Barcellona.
Non c’è da essere sorpresi: le rivoluzioni sono tali solo se resistono al tempo.
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