
Fiorentina-Panathinaikos 3-1, Considerazioni Sparse
Sotto il diluvio di Firenze, una Fiorentina spigliata ribalta il ko di Atene. Non senza brividi nel finale.
Quando gli antichi dicevano "Audentes fortuna iuvat", probabilmente si riferivano alla Fiorentina già profetizzando questa sfida di ritorno contro il Panathinaikos. Perché, almeno per quanto riguarda il primo tempo, e in un certo senso costretti a ciò dal risultato dell'andata, approccio e atteggiamento degli gigliati sono stati settati sull'imporre il proprio ritmo alla gara, senza attendeismi o mosse speculative, all'insegna dell'audacia e della personalità. Una ventata di aria fresca dopo le rigide e compassate ultime uscite degli uomini di Palladino che, sotto la pioggia di una Firenze incerata e non troppo convinta di prendersi un'acquazzone nel cantiere dello stadio, sembrano riscoprire il piacere di far scivolare la palla sul manto erboso. C'è l'uscita pulita dal basso, la ricerca del terzo uomo per combinare, la sicurezza nella gestione oculata del pallone che esalta Fagioli e restituisce centralità a Gudmundsson. Ma c'è anche una prima pressione orientata al recupero palla alto, con un'aggressività che pareva messa all'indice della censura tra i vademecum tattici dei viola. Tanto basta per intimidire il Panathinaikos, che fuori casa conferma il suo trend stagionale di squadra molto più timida rispetto quanto mostra tra le mura amiche del Nikolaïdīs.
E la fortuna che c'entra? C'entra nell'arrivare in aiuto quando cercata e creata. Non certo nel gol del vantaggio di Mandragora - molto positivo a questo giro dopo troppe uscite modeste - a segno con un gran sinistro da fuori che sorprende l'ex Dragowski; ben di più nel raddoppio di Gudmundsson, colpevolmente non affrontato nella sua penetrazione in area e benedetto sul suo tiro dalla deviazione di Arao. Due gol forse episodici, seppur differenti per preparazione ed esecuzione, che spianano la gara dei gigliati, e che però non raccontano a pieno della prima metà di gara della Fiorentina, capace di creare almeno altre tre palle gol pulite e che perfino ha, nel non aver arrotondato ulteriormente il punteggio prima dell'intervallo, una nota di rammarico.
Ma i vecchi vizi sono difficili da togliere. Complice il campo sempre più pesante e l'impellente necessità dei greci di ribaltare nuovamente la situazione, i viola perdono intensità e metri già dall'avvio di ripresa, faticando a gestire un calo dei propri ritmi e il ritorno degli avversari. L'innalzamento del baricentro da parte del Panathinaikos ci mette tempo a portare pericoli, vuoi per la fatica dei biancoverdi nell'innescare Djuricic e Tetê, vuoi per una bilancia dei duelli che comunque resta sempre a favore dei Viola, dove Comuzzo in particolare rinverdisce i suoi fasti di inizio stagione e giganteggia su Swiderski, per ritrovarsi messo alle in parte strette solo con il subentro dalla panchina del talento (appannato) di Ioannidis.
Il finale di gara fa in tempo ad assumere fosche tinte da psicodramma per la Fiorentina, capaci nel momento di maggior sofferenza di chiudere all'apparenza la partita con Kean, e nel giro di pochi minuti di riaprirla concedendo un calcio di rigore (ingenuità di Fagioli) che rimette tutto in discussione. I viola ripiegano sulla cara vecchia guerra di nervi e tengono botta, in una partita che negli sgoccioli offre anche un rosso a Mladenovic e Ounahi che allo scadere si divora la palla dei supplementari. Non il massimo per una partita che pareva nettamente indirizzata in favore dei gigliati, ma d'altronde c'era un risultato da acciuffare a tutti i costi, e le scorie di oramai mesi complicatissimi (erano 4 i ko nelle ultime 5 uscite prima di questo ritorno) era improbabile che si potessero lavar via tutte in una sera.
Una nota a margine la merita Robin Gosens, sempre più capitano senza fascia di questa squadra. Due chiusure decisive a sventare la riscossa greca, l'assist per il 3-0 di Kean, il sistematico disinnesco di Tetê e un contributo massiccio alla fase offensiva viola fin dai primi minuti. Un'onnipresenza nella gara della Fiorentina, condita da un atteggiamento di costante ma contenuto incitamento ai compagni. Il tedesco è come un faro di luce rasserenante nel mare delle ansie viola, il leader mentale dai modi rassicuranti per una squadra che, tolto Kean e la sua fabbrica di meme (oltre che di gol), ancora si spaventa con poco. Non un caso che sia stato proprio lui ad accompagnare Palladino in conferenza stampa alla vigilia della gara. A volte, servono anche delle parole oneste per provare a uscire da una crisi.
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