Logo sportellate
Atalanta Inter
, 14 Marzo 2025

L'Atalanta-Inter più importante di sempre


I recenti confronti tra Gasperini e Inzaghi lascerebbero pochi dubbi, ma Atalanta-Inter non è mai valsa così tanto.

Quanto vale l'Atalanta-Inter che andrà in scena al Gewiss Stadium? Poco, perché in fin dei conti ci saranno altre 9 gare e 27 punti da conquistare da qui alla fine della Serie A 2024/25? Tanto, perché si affrontano 3° e 1° in classifica? Come nessun'altra partita di campionato sino a qui e sino a maggio inoltrato? Per mille motivi, la terza opzione è quella più giustificabile.

L'ultimo scatto di una lunga rincorsa, dell'Atalanta e di Gian Piero Gasperini

"Gasperini non c'ha mai capito niente, contro Inzaghi" o giù di lì, con varianti più o meno volgari a seconda del contesto. Quante volte si è sentito, nell'ultimo decennio, una frase simile? Un confronto nato in contemporanea con l'era gasperiniana, sin dalla 1° partita di Serie A allenata dal tecnico di Grugliasco a Bergamo (Atalanta-Lazio 3-4, 21 agosto 2016) e che giungerà al 22° capitolo nella serata del Gewiss Stadium.

5 vittorie, 5 pareggi e ben 11 sconfitte, compresa una tra le più amare della storia della Dea, quella del mani di Bastos e del cameo dominante di Sergej Milinkovic-Savic nella finale di Coppa Italia 2019. Sono però gli ultimi 7 precedenti, tutti favorevoli all'Inter inzaghiana, ad aver creato una narrazione parzialmente distorta nei rapporti di forza tra i due tecnici - e di conseguenza tra le due squadre.

Dal maggio 2023 a oggi, solamente uno dei 5 confronti tra Atalanta e Inter è "indicativo": rosa ridotta ai minimi termini (Inter-Atalanta 3-2, 37° giornata 2022/23; Inter-Atalanta 4-0, 3° giornata 2024/25), collocazione crudele in un calendario modificato per liberare la settimana di Sanremo (Inter-Atalanta 4-0, 21° giornata 2023/24) e gestione "strategica" - ci torneremo dopo - del minutaggio dei titolari (Inter-Atalanta 2-0, semifinale di Supercoppa Italiana 2025) hanno contribuito a trasformare una sfida decisa da dettagli e sottigliezze in un confronto all'apparenza senza storia.

Le ultime due vittorie interiste a Bergamo (2-3, 15° giornata 2022/23; 1-2, 1-2, 11° giornata 2023/24) sono state infatti partite durissime, decise da un autosabotaggio atalantino a gara in corso e dalle giocate da campioni dei fuoriclasse di Inzaghi. La disgregazione del rapporto tra Merih Demiral e il resto del gruppo atalantino la prima volta, i colpi di genio di Calhanoglu e Lautaro Martinez nella passata stagione: eventi a cui l'Atalanta non ha saputo reagire nel miglior modo possibile, ma non necessariamente episodi "da mettere in conto" nella preparazione della partita.

Un piano gara, quello di Gasperini contro i 3-5-2 inzaghiani, che potrebbe aver scalato il penultimo gradino - per accorgersi dell'ultimo, si dovrà attendere il triplice fischio di Massa - proprio nella sfida di Riad di inizio gennaio.

Che i moduli con doppia punta, specialmente se provvisti di alchimia istantanea nel coordinamento di movimenti incontro e attacco alla profondità, mettano storicamente il sistema di marcature a uomo dell'ultima linea atalantina, è risaputo. Lo era anche la Lazio con Correa-Immobile, molto più indigesti al sistema nerazzurro rispetto a Luis Alberto e Milinkovic-Savic, che riusciva ad allungare il campo da coprire per i due soli difendenti atalantini impiegati nella loro gestione.

Su questo specifico aspetto, non è "lecito" attendersi ripensamenti: non dopo quasi 9 stagioni di indottrinamento, non dopo percorsi da vincitori o vincenti in competizioni internazionali, non dopo 6 posizionamenti almeno tra le prime 5 nelle ultime 8 Serie A. Se l'Inter riuscirà a progredire efficacemente col pallone, la rifinitura e la finalizzazione della ThuLa sarà solo la punta di un iceberg che, d'altro canto, la Dea potrà schivare per tempo.

Col pallone gestito dalla prima linea di costruttori dell'Inter, più che l'avanzamento dell'elemento centrale (assorbito dall'accorciamento in avanti della seconda pressione atalantina) sarà da concentrarsi sulla gestione dei terzi laterali. La disposizione della Supercoppa è la più efficace tra quelle proposte negli anni dall'Atalanta.

Il braccetto destro atteso frontalmente, accettando di attenderlo poco più basso per non innescare troppo lontano dalla propria porta i passaggi di consegna sull'inserimento verticale senza palla (de Roon-Ederson è stata la coppia di centrocampisti centrali dal 1' in una sola occasione tra le ultime 4 sconfitte dell'Atalanta: ovviamente, nell'1-2 del novembre 2023); il braccetto sinistro controllato sin dalla ricezione grazie a un pressing portato sul suo fianco sinistro, tagliando la linea di passaggio verso l'elemento di ampiezza sulla linea laterale e convogliandone la corsa verso il centro del campo - una sorta di difesa in drop cestistica, dove si conduce la penetrazione verso il lungo a centro area e tra le braccia in aiuto degli esterni.

Non di sola fase di non possesso vivrà l'Atalanta, nonostante il racconto dello 0-4 contro la Juventus abbia dipinto l'attuale Dea di Gasperini come una squadra che vive degli errori avversari e che vive sulla pura reazione ad essi. Sperando che il manto erboso del Gewiss Stadium non prosegua il peggioramento progressivo vissuto dalla sfida col Bologna in Coppa Italia, la chiave della risalita del pallone dei bergamaschi sarà nella gestione (e, se possibile, nell'evitamento) degli scarichi spalle alla porta dopo il primo passaggio verticale.

Scelte come questa di Samardzic, triplicato dal pressing alto interista, saranno da limitare al massimo. Ederson avvisato, mezzo salvato.
All'occupazione solo quantitativa dei primi 60' di Riad potranno invece porre rimedio la tecnica e le decisioni nell'ultimo terzo di Lookman e Retegui, maestri nell'avvicinarsi e allontanarsi per coprire al meglio l'area avversaria.

L'Inter non può più sbagliare

In un post pubblicato sui social successivo alla vittoria contro il Monza, Francesco Acerbi, in modo per nulla banale e poco abusato, in linea con la sua immagine quasi sciovinista, ha definito ogni singola partita che scandisce ciò che rimane dell'inifinito calendario stagionale dell'Inter una finale.

Quella contro l'Atalanta è forse la gara che più si avvicina davvero al carattere fatale della sfida conclusiva: è davvero l'ultima occasione che i campioni d'Italia avranno per difendere il proprio titolo in uno scontro diretto, l'ennesimo di una stagione che ha visto gerarchie fluide e imprevedibili e una girandola di match scudetto.

Quando si sente parlare un giocatore dell'Inter, uno dei più carismatici, di 10 finali non possono che tornare in mente le improvvide dichiarazioni di Lorenzo Insigne al termine di una delle partite più memorabili e meno rilevanti della storia del calcio italiano recente. Di finali, figurate e non, sbagliate nell'approccio e perse nel risultato o a livello strategico, ne è costellata la stagione interista.

Che l'Inter abbia un problema di presenza caratteriale e approccio emotivo alle partite è un fatto banale e assurdo, se pensiamo al percorso di questa squadra. L'Inter avrebbe pure, di gran lunga, l'età media più alta di tutto il campionato. Ma i problemi emergono non soltanto dalle sole 5 vittorie nei 13 scontri contro le squadre della parte sinistra della classifica, ma anche da una lunga serie di altri indizi.

L'Inter ha seriamente rischiato di gettare alle ortiche il suo primato concedendo al derelitto Monza un doppio vantaggio a San Siro per colpa del suo pressapochismo nella gestione della fase difensiva. L'Inter ha approcciato con enorme passività il secondo tempo del Derby d'Italia contro la Juventus. L'Inter si rispecchia nello snobismo delle dichiarazioni di Mkhitaryan nel post partita di Torino, che tradiscono un'alienazione dalla realtà di un gruppo che si ritiene ingiocabile nel senso di considerarsi destinati alla vittoria per diritto divino.

La partita contro l'Atalanta porta con sé un'insidia preliminare: il rischio è che questa squadra, che già si ritiene ingiocabile, si approcci alla sfida contro la Dea dall'alto delle sette vittorie consecutive nei precedenti scontri diretti, in particolare adagiandosi sugli ultimi tre successi, arrivati in modo apparentemente così facile, così ingiocabile.

Può sembrare un paradosso, visto che stiamo parlando della più finale di queste finali, ma questa Inter ha nel DNA la tendenza a sottovalutare questo tipo di partite, quelle che la vedono di fronte a compagini che ha affrontato tante volte, che ha battuto spesso, che conosce bene e che sottovaluta in modo quasi infantile.

Un esempio? Andate a recuperarvi il Derby di Milano del girone d'andata, giocato contro il claudicante Milan del fu Fonseca, a cui l'approccio borioso dell'Inter ha regalato una vittoria e altri sei mesi d'agonia sulla panchina rossonera. Se questa squadra, già così pericolosamente incline alla tracotanza, dovesse scendere sul campo del Gewiss Stadium trascinandosi dietro le zavorre del recente passato allora il risultato, potrebbe essere essere irrimediabilmente compromesso già prima del fischio d'inizio.

La situazione di assoluta emergenza potrebbe comunque aiutare l'Inter a tenere i piedi per terra. L'assenza di così tanti giocatori e una condizione fisica scadente di tanti elementi importanti potrebbe favorire uno spirito di sacrificio e coesione, in vista di una partita storicamente complicata da affrontare in termini d'intensità e concentrazione. La gara di ritorno contro il Feyenoord ha però portato a Inzaghi due buone notizie, forse le due migliori che avrebbe sperato di ricevere.

La prima è il rientro lampo di Yann Sommer. Sulla velocità e sull'insistenza di questo recupero vale la pena di soffermarsi. Il portiere svizzero ha smaltito in due settimane un infortunio che avrebbe di regola richiesto un decorso di 30-45 giorni; nel frattempo, Pepo Martinez ha quantomeno convinto nel corso della sua reggenza offrendo garanzie rassicuranti anche in fase di possesso che, di regola, non avrebbero dovuto rendere il recupero di Sommer così indispensabile in tempi così affrettati.

La verità è che Inzaghi reputa l'ex Gladbach una chiave tattica imprescindibile per scardinare la pressione alta gasperiniana che, soprattutto in questa fase di poca brillantezza della mediana interista, potrebbe risultare determinante.

Sia nella semifinale di Supercoppa che nel confronto dell'andata, Sommer è stato determinante palla al piede: a Riad aveva messo a referto 67 tocchi e 57 passaggi realizzati, a San Siro lo svizzero aveva realizzato 70 tocchi e 53 passaggi. Numeri impressionanti, non soltanto perché evidenziano l'insistenza con cui si sia ricercato il coinvolgimento nella manovra di Sommer ma anche perché dimostrano la solidità di un portiere efficace ed efficiente nella distribuzione nel corto e che può contare su numeri discreti anche sul lungo (56% di passaggi lunghi completati a partita nel 2024/25).

La capacità distributiva di Sommer potrebbe essere decisiva per facilitare il lavoro di disimpegno di Acerbi, Bastoni e Calhanoglu dalle marcature avversarie in fase di costruzione bassa; il suo lancio lungo potrebbe risultare determinante nell'innescare la verticalità di Dumfries e per far arrivare la palla a Lautaro e Thuram, permettendo così all'Inter di alzare il baricentro e mandare a vuoto l'aggressione alta dell'Atalanta.

La seconda buona notizia che Inzaghi si porta via dal ritorno contro il Feyenoord è l'ottima prestazione di Marcus Thuram, tornato per una sera ai livelli dell'autunno 2024. La stagione dell'Inter è stata condizionata da questa maledizione degli attaccanti, che ha imposto un rendimento a corrente alternata del Tikus e di Lautaro, con dietro di loro il nulla cosmico.

Questo è stato evidente nell'ultimo mese: l'inerzia del ritorno in forma di Lautaro si è affievolita, le punte di riserva non si sono dimostrate all'altezza del loro ruolo e Thuram ha dovuto fare i conti con un infortunio al polpaccio che ha reso più acuto il calo di rendimento iniziato a gennaio, forse il più problematico in un contesto appesantito da un fantomatico richiamo di preparazione o, più probabilmente, dall'età media troppo alta.

Il tecnico di Piacenza ha dovuto chiedere a Thuram straordinari mal retribuiti nel periodo più difficile della stagione: le difficoltà sono state lapalissiane. Da inizio febbraio in poi, in Serie A la coppia d'attacco titolare ha realizzato appena 1 gol; andando oltre il dato realizzativo, il rallentamento dell'Inter ha avuto una delle sue cause principali proprio nell'appannamento del francese e dell'argentino, un calo del rendimento, per una volta sincronizzato, che ha inceppato il gioco dell'Inter in modo irrimediabile.

La sfida del Maradona e quella dello Stadium offrono indicazioni importanti sul buco a forma di ThuLa venuto a crearsi nei meccanismi del gioco d'Inzaghi, anche al suo livello più elementare. Ciò che è mancato all'Inter nel secondo tempo contro la Juventus e nella partita contro il Napoli è stata la presenza di due attaccanti capaci di alzare la squadra, lavorare di sponda e difendere il pallone, dare punti di riferimento in grado di alleviare la pressione degli avversari.

I dati sul baricentro medio, forniti da Lega Serie A, sono indicativi in tal senso: contro il Napoli, l'Inter ha avuto un baricentro di 42,58 mt (praticamente lo stesso che ha mantenuto l'Empoli nella sfida di Coppa Italia contro la Juventus). Un baricentro eccezionalmente basso, sicuramente determinato dalla condizione di emergenza vissuta dalla squadra d'Inzaghi ma che la ThuLa non è riuscita minimamente a contrastare, venendo invece risucchiata tra le fauci di Buongiorno e Rrahmani. Il dato fa ancora più impressione se paragonato, ad esempio, a quello registrato a settembre nella gara d'andata contro l'Atalanta: il baricentro era stato di 56,40 metri.

Significativo è anche il paragone in merito al dato sul numero di tocchi nelle due sfide. Nella partita d'andata contro l'Atalanta, Thuram e Lautaro sono stati importanti punti di riferimento per le vie centrali.

Atalanta Inter
Risulta evidente l'apporto di Lautaro nello smistamento sul centrosinistra nei pressi della metà campo.

Nel corso del match contro il Napoli, invece, l'incapacità di imporsi sui loro marcatori, anche in modo meramente fisico, ha costretto la squadra a cercare di risalire il campo per vie laterali, con scarso successo.

Atalanta Inter
L'unico sfogo verticale per l'Inter è stato Dumfries, sulla destra nel primo e sulla sinistra nel secondo tempo.

A rendere ancora più preoccupante il quadro è una tendenza ormai consolidata che vede in questa stagione gli attaccanti dell'Inter subire in maniera insostenibile i duelli individuali. Abbiamo accennato alla magra figura offerta dalla ThuLa contro i centrali del Napoli: lo stesso discorso potrebbe essere ripetuto per parlare delle prestazioni contro Pongracic e Ranieri (Fiorentina), Tomori e Pavlovic (Milan) e così via, in un canovaccio che sembrerebbe destinato a ripetersi anche contro il terzetto Djimsiti-Hien-Kolasinac.

Atalanta Inter
La classifica sui duelli offensivi è abbastanza impietosa nei confronti della squadra d'Inzaghi. Fonte: Wyscout

Poter avere a disposizione un Thuram in crescita, una minaccia seria e preoccupante per i difensori di Gasperini e in grado di condividere il fardello di Lautaro, è indispensabile. Larga parte della pericolosità offensiva dell'Inter passerà dalla capacità dei due di dialogare fra di loro, dall'abilità dell'argentino di vincere i duelli e stanare la marcatura bergamasca per creare i corridoi necessari agli inserimenti di Dumfries e dello stesso Thuram, chiamato ad una prova di recuperata mobilità e dinamismo.

Insomma, è dalla prova degli attaccanti che passano le speranze di una vittoria strategicamente decisiva dell'Inter. Proprio quegli attaccanti così evanescenti e incostanti nel corso di una stagione che non li ha mai visti veramente e contemporaneamente organici e determinanti.

Possibili effetti collaterali di Atalanta-Inter

Solo con una vittoria o un pareggio l'Atalanta potrà dirsi davvero e ancora in corsa per lo scudetto. Togliendo dall'equazione la variabile "scontro diretto" - paradossalmente, il 1° posto è l'unico per cui i 180' stagionali non valgono doppio! - e rendendo il 4-0 dell'andata una sconfitta come tutte le altre, anche il mantenimento dei 3 punti attuali di distanza limiterebbe a 4 quelli che separerebbero potenzialmente la Dea dalla cima della Serie A (in caso di vittoria del Napoli a Venezia) a 9 giornate dal termine. Una sconfitta renderebbe, sempre potenzialmente, più vicino il 6° posto del 1°: 9 partite possono essere un'eternità, ma a freddo si reagirebbe come a un'occasione sprecata.

L'eventuale triello, non un semplice duello, non ha mai visto l'Atalanta coinvolta nella propria storia: non vale però nemmeno la pena chiedersi se l'Atalanta sarebbe più o meno pronta, più o meno all'altezza della situazione. Se l'esperienza pregressa aiutasse così automaticamente il raggiungimento di un risultato, il 2023/24 avrebbe visto l'Atalanta di Gasperini vincere la Coppa Italia al 3° tentativo e perdere l'Europa League alla prima finale di sempre. E invece.

E invece, stavolta solo con una vittoria, l'Atalanta potrà dire di aver disputato la partita più importante della propria storia. Perché un campionato su 38 gare, la Serie A in particolare, è una "bestia diversa" rispetto a una competizione internazionale, con picchi di qualità e forza anche superiori, giocata su una manciata di cellule grandi 90' o 180'.

L'Atalanta ha tutte le possibilità di rendere concreto il mantra gasperiniano: il "credere nell'impossibile", più volte citato da Atalanta-Torino 1-1 in avanti, gioverebbe della più forte delle spinte. L'ultimo passo, nel risolvere l'enigma storicamente più indigesto, per andare poco oltre: se una vittoria con l'Inter può essere la Santiago de Compostela atalantina, le ultime 9 gare potrebbero portare i bergamaschi sino a Fisterra.

Per la squadra d'Inzaghi questa sarà LA prova della maturità, se mai dovesse essercene una: è, per contesto, importanza e avversario, quel tipo di sfida che l'Inter ha fino a questo momento fallito, per un motivo o per l'altro. Arrivarci con questi limiti, con questi problemi e con queste insidie rende il banco di prova ancora più difficile ma anche più indicativo.

L'Inter per una volta è chiamata a non vincere d'inerzia ma a superare sé stessa: se neanche la prestazione dovesse arrivare (il risultato è un altro paio di maniche), continuare a considerarsi una grande squadra sarebbe una criminosa forma di autoconvincimento assolutamente slegata dalla realtà. In gioco non ci sono solo i tre punti e il primato della classifica, ma l'identità stessa dei campioni d'Italia in carica.

  • (Bergamo, 1999) "Certe conquiste dell'anima sarebbero impossibili senza la malattia. La malattia è pazzia. Ti fa tirare fuori sentimenti e verità che la salute, che è ordinata e borghese, tiene lontani."

  • Classe '99, pugliese come il panzerotto, studia a Bologna e soffre per l'Inter. Ama farneticare di calcio e cinema. Ha sul comodino la foto con Barbero e l'autografo di Mcdonald Mariga.

pencilcrossmenu