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The Brutalist
, 13 Marzo 2025

The Brutalist vorrebbe essere un capolavoro


Nonostante il grande successo di pubblico e di critica, The Brutalist è un film riuscito a metà.

Di per sé, la digestione di un film può essere cosa ardua - e, quasi sempre, non istantanea - specie nel caso di film "d'autore", in cui il regista ha chiaramente l'intento di dire qualcosa che vada oltre a quello che si vede accadere sullo schermo. Le componenti che portano al risultato finale - quello che guardiamo e giudichiamo noi spettatori - (scrittura, fotografia, regia, recitazione, scenografia, effetti visivi, montaggio e tante altre ancora) sono molteplici e di difficilissimo amalgama. Per questo, il commento su un film spesso ha bisogno di tempi lunghi, pensieri e, magari, seconde visioni prima che un'opinione più o meno solida si formi nelle nostre menti. Quando trattiamo di un film lungo duecentoquindici minuti, diviso in due (anzi, tre) parti quasi totalmente distinte e che si presenta con ambizioni da capolavoro come è The Brutalist, occorre far macerare il proprio giudizio con ancor più calma del solito, affinché se ne possa avere un ritorno mentale chiaro, senza rischiare di affrettarsi in sbucciature di mani da applausi immotivati o in istantanee ma immeritate bocciature senza appello.

The Brutalist è il terzo film da regista del giovane - classe 1988 - Brady Corbet, uscito dopo Vox Lux (2018) e Childhood of a Leader (2015). Corbet, che ha alle spalle una carriera da attore in cui ha lavorato anche con grandi autori come Micheal Aneke, Noam Baumbach e soprattutto Lars Von Trier, ha scritto questo film a quattro mani con sua moglie, la sceneggiatrice norvegese Mona Fastvold. Il film si svolge tra il 1947 e la fine degli anni Cinquanta (con un breve epilogo nel 1980) e racconta la storia di László Tóth, un architetto e designer ebreo ungherese che - dopo aver studiato alla Bauhaus e avere avuto un discreto successo in patria prima della guerra ed essere scampato alle persecuzioni naziste e alla reclusione nel campo di concentramento di Buchenwald - emigra negli Stati Uniti, in Pennsylvania, dove spera di costruirsi una nuova vita raggiungendo suo cugino Attila. La prima metà di The Brutalist («The Enigma of Arrival») racconta le alterne fortune, la dipendenza da eroina e i disagi di Tóth, fino a che viene ingaggiato da un ricchissimo mecenate (un ottimo Guy Pearce) che, innamorato del suo stile avanguardista, gli affida un mastodontico progetto, intorno al quale ruoterà tutta la seconda parte («The Hard Core of Beauty»). Qui, dopo un'iniziale fascinazione, vivrà continui scontri con un mondo di pseudo aristocratici e parvenus arricchiti dall'economia di guerra, un mondo elitario, razzista e latentemente antisemita, ben lontano dall'idea stereotipata dell'american dream.

I temi toccati nella prima metà di The Brutalist (The Enigma of Arrival) ovvero l'immigrazione e i suoi problemi, i rapporti di forza economici, l'antisemitismo e la nascita dello stato israeliano - oltre a toccare le corde dell'attualità, sono probabilmente quelli affrontati in maniera più profonda e interessante o, meglio, nella maniera più riuscita. La scena iniziale sulla nave, quasi completamente buia, e l'arrivo ad Ellis Island con l'inquadratura della Statua della Libertà a testa ingiù, hanno fatto sperare prematuramente in un capolavoro. L'imponenza delle scene, la fotografia, lo straordinario rigore formale nella scrittura e nella messa in scena di Corbet sono ammirevoli. La seconda metà dell'opera (The Hard Core of Beauty) invece si sfilaccia sempre più ogni minuto che passa, e lo fa con andamento esponenziale. Il ritmo della narrazione, quando ci si aspetterebbe una climax ascendente, resta blando e poco coinvolgente. La messa in scena diventa cupa, la tridimensionalità dei personaggi si appiattisce, i dialoghi diventano stantii e prevedibili e, soprattutto, emerge con sempre più forza quello che - stando alle dichiarazioni dello stesso Corbet - è il vero nucleo dell'opera: committenti e collaboratori brutti e cattivi che si permettono di mettere in discussione la totale indipendenza creativa dell'artista.

Ritirando il premio per il miglior film drammatico ai Golden Globes, il regista di The Brutalist ha detto apertamente di aver ideato il film pensando ai registi, ai quali non viene concesso il final cut o che subiscono pressioni da parte di produttori, distributori e altri -ori protagonisti dei lati meno "artistici" della realizzazione di un'opera cinematografica. "Datemi i soldi, ma non ditemi come spenderli!" ha dichiarato con una certa faccia tosta Corbet. "Dimostra di saperli utilizzare al meglio e succederà!" gli risponderei io, "oppure trova una forma d'arte meno costosa". Al di là della visione personale che si ha dell'arte e dei rapporti tra artisti e mecenati, comunque, la metafora attraverso la quale racconta la questione, è malpensata e dannatamente poco credibile. La bravura dell'architetto, proprio come quella del regista, non sta soltanto nelle doti artistiche, nelle belle idee o nell'avanguardismo, ma sta anche e soprattutto nella capacità di coordinare decine o centinaia di persone e di muoversi tra limiti di spesa, richieste e desideri del produttore/committente, paletti e problemi quotidiani. Il grande architetto non è colui che progetta cattedrali nel deserto autoreferenziali, ma quello che riesce a plasmare la propria visione alle necessità contingenti di realizzazione dell'opera.

Il racconto di The Brutalist, poi, è molto poco credibile anche dal punto di vista storico: l'idea di un famoso architetto ebreo che, fuggito dall'Europa negli USA, si ritrova solo e isolato senza riuscire a prendere contatti (né durante le difficoltà iniziali, né quando raggiunge fama e ricchezza) con le centinaia di migliaia di ebrei della Costa Est né con i tantissimi suoi colleghi e connazionali emigrati negli anni precedenti, è semplicemente assurda per chiunque conosca un minimo il contesto in cui si svolge il film. Il punto più basso, tuttavia, viene raggiunto nella parentesi italiana di The Brutalist, quando László Tóth e il suo mecenate si trovano a Carrara, dove devono acquistare del marmo pregiato. Non entrerò in dettaglio ma tra un ex partigiano che sembra uscito da un centro sociale anni Novanta, le feste nelle cave e una violenza sessuale ridicola nella sua insignificanza - il film prende una piega quasi offensiva.

Non importa cosa cerchino di vendervi gli altri, è la destinazione che contanon il viaggio" sono le ultime parole pronunciate da Adrien Brody/László Tóth in The Brutalist. Se Corbet davvero la pensa così, non è riuscito nel suo intento. La destinazione, ovvero quell'epilogo straordinariamente kitsch e infarcito di banalità e stereotipi, è un vero disastro, ciliegina sulla torta al contrario di un film che ormai aveva perso la sua forza da oltre un'ora. Se dovessimo giudicare The Brutalist soltanto dalla destinazione, il giudizio sarebbe impietoso. Per fortuna però, che Corbet sia d'accordo o meno, il film viene salvato proprio dal viaggio: dal viaggio iniziale tra Europa e Stati Uniti, che come abbiamo detto sopra e raccontato e girato magistralmente, e da diversi altri elementi di altissima qualità sparsi durante le più di tre ore e mezza di visione.


  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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