
Bruno Pizzul, il Virgilio del calcio italiano
Un ricordo di Bruno Pizzul, l'uomo che ha accompagnato al calcio generazioni d'italiani.
Comincia tutto da un Autogrill. La strada che va dalla Puglia al cuore dell’Umbria è lunga, troppo lunga da fare tutta d’un fiato, in un’unica mattinata, e allora bisogna pur fermarsi da qualche parte. Sono i primi Duemila, alla fine degli anni della fine della storia, in cui l’Italia si trova a cavallo tra una grandeur passata che non vuole davvero superare e un futuro che non vuole davvero vivere. Tra i Tobleroni e le ristampe della Settimana Enigmistica, nei cestoni degli autogrill si potevano trovare reliquie di quello che oggi sembra un passato distante ma che appena un quarto di secolo fa era l'ultima novità del presente, come i DVD: film sparatutto, commedie romantiche, cartoni animati di media e bassa qualità.
In quella fiera dell’intrattenimento a basso costo, l’attenzione di un bambino ritrovatosi lì per caso non viene catturata dalle scadenti imitazioni dei film della Pixar o dalle copie di Natale sul Nilo in bella mostra sullo scaffale delle offerte. Viene catturata da una confezione colorata d’azzurro, su cui emergevano trionfalmente le sagome di certe figure che per lui, fino a quel momento, esistevano solo nella forma di nomi più o meno famosi, colti di sfuggita in qualche conversazione tra papà e i suoi amici origliata al tavolo dei grandi.
Baggio, Maldini, Bergomi, Vialli e soprattutto lui, Totò Schillaci. Al bambino, il calcio non gli era mai interessato più di tanto. Però quei nomi gli rimbombavano in testa, li portava con sé e inducevano la sua curiosità fanciullesca a chiedersi come mai quei signori in maglia azzurra fossero così importanti per suo papà e anche per la sua mamma, che rievocava quegli stessi nomi con negli occhi allo stesso tempo una luce sognante e nostalgica.
Nell’anno di grazia 2005 succedeva che, in un’epoca decisamente più ottimista della nostra, qualche grande editore aveva deciso di accompagnare la cavalcata verso i Mondiali di Germania 2006 con una collana di DVD dedicati alla storia della Nazionale, in vista di una Coppa del Mondo che, pare strano, gli italiani pensavano davvero di poter vincere. Nel cestone di quell’autogrill sulla strada dalla Puglia all’Umbria era capitato il numero della collana dedicato ai mondiali di Italia ’90, quello delle Notti magiche, del Pentapartito, della giovinezza di Mamma e Papà, dei gol di Schillaci e delle telecronache di Bruno Pizzul.
Quel DVD dischiuse al bambino un mondo. Una volta tornato a casa, gli spezzoni della partita contro l’Uruguay sostituirono i film di Topolino, gli occhi spiritati di Schillaci gli facevano capire cosa potesse significare un’emozione. Nelle sue orecchie risuonavano le parole ben scandite e la voce stentorea del telecronista che, con ogni nuova visione del DVD, con ogni nuovo gol di Baggio alla Cecoslovacchia, diventava sempre più familiare.
Quando il bambino chiese ai genitori di regalargli anche gli altri volumi della stessa collana, scoprì con piacere che sarebbe stato sempre lui ad accompagnarlo nell’esaltante viaggio alla riscoperta del calcio italiano degli anni Novanta, indicandogli e raccontandogli la strada dal rosso di Zola contro la Nigeria nel 1994 a quello di Totti contro la Corea nel 2002. Quella voce rimase così irrimediabilmente e inscindibilmente legata alle meravigliose gesta tecniche che potevano essere raccontate solo da un aedo altrettanto straordinario.
Prima che giornalista e telecronista preparatissimo e polivalente (come non citare il fatto che sia arrivato a raccontare anche i campionati di bocce, sua grande passione d'infanzia), Bruno Pizzul è stato il Virgilio del pubblico calcistico italiano. Quella figura eterea, che esisteva, nella maggior parte dei casi, solo in forma sonora. Quella che ha accompagnato i tifosi, gli appassionati e i semplici spettatori di calcio tricolore durante la sua epopea più bella e luminosa.
Talmente eterno, Bruno Pizzul, che si potrebbe paragonarlo anche ad altre due figure dantesche, Beatrice e San Bernardo, che accompagnano il Sommo Poeta lungo la sua strada dall'uscita del Purgatorio verso l’Empireo. La voce, la professionalità e l’eleganza di Pizzul hanno preso per mano generazioni d’italiani, li hanno guidati lungo la via lastricata d’oro e di ipocrisie del calcio italiano al suo apogeo, nel momento della sua massima ricchezza ma soprattutto della sua insuperabile estetica.
Dell'epoca d'oro del nostro calcio, Pizzul è stato protagonista tanto quanto i giocatori in campo, gli allenatori sulle panchine e i miliardi di lire dei presidenti nei conti in banca. Come non si può immaginare il calcio italiano senza Gullit, Ronaldo, Trapattoni e Moratti, così non lo si può concepire senza il commento, in diretta o in differita, di Pizzul. Nei ricordi di chi ha avuto la fortuna di vivere quell'epopea, le consonanti dentali di Pizzul non fanno parte del contesto: sono il contenuto.
Chi rivive le emozioni di Italia '90 riesuma i colpi di testa di Schillaci e quelle elle pronunciate come un'infinita deferenza. Chi ricorda i dolori del mondiale statunitense ne rievoca la sofferenza di Baresi e il sollievo al gol del pareggio di Baggio in Italia-Nigeria. Poi, ancora, l'incredulità davanti alla strafottenza di Byron Moreno e i tanti, tantissimi gol di questa o quell'altra squadra che lui ha contribuito a rendere iconici e a incastonare per sempre nella memoria dei tifosi. Forse il gol di Zanetti in finale di Coppa UEFA nel 1998 non sarebbe stato altrettanto straordinario se non ci fosse stato Bruno Pizzul a descriverne la traiettoria in tutta la sua bellezza.
Così Pizzul è riuscito nell'impresa che riesce a pochi e in cui falliscono in tanti: diventare una figura familiare, nella sua continuità elegante, nell'accoglienza che riservava al suo pubblico a ogni telecronaca, un po' padrone di casa e un po' spettatore alla pari. La sua voce è stata la colonna sonora d'un'epoca e, ancor di più, d'una generazione di tifosi che ne hanno imparato a memoria leitmotiv e idiosincrasie, imitandolo e permettendogli di mostrare una classe senza tempo anche quando veniva messo alla berlina.
Il fatto è che sono tanti i bambini e le bambine che, come accaduto al protagonista del nostro racconto, hanno scoperto il calcio e ne hanno recuperato le sue pagine più gloriose e luminose accompagnati dalla sua voce e dai racconti. Bruno Pizzul si è fatto così allo stesso tempo custode della nostra storia calcistica e trait d'union tra tifosi vecchi e nuovi, accomunati dall'aver ammirato le stesse opere d'arte guidati dalla medesima voce e divisi solo dall'averlo fatto gli uni in diretta e gli altri a distanza di 20 o 30 anni.
Così Bruno Pizzul è riuscito in un'altra grande impresa, forse ancora più difficile della prima: raggiungere l'immortalità, come Svetonio prima di lui con le sue Vite dei Cesari. Il cronista che non si limita a raccontare ma che rende e tratteggia il suo racconto in modo fine e indelebile, consegnando ai posteri un'eredità senza tempo che verrà riscoperta ogniqualvolta un nuovo appassionato di calcio nel mondo si chiederà chi fosse Ulisses De La Cruz e come facesse così tanta paura al popolo che era difeso da Nesta, Cannavaro e Maldini o tutte le volte che i figli del nuovo tempo vorranno rivedere Baggio morire in piedi un'altra volta.
Ed è forse questo il tratto della storia personale di Bruno Pizzul che rende il suo profilo professionale così simile a un personaggio di Inferno e Purgatorio dantesco, condannato a un contrappasso tanto crudele quanto intimamente legato alla sua straordinaria carriera. L'uomo che ha raccontato le vette più alte mai raggiunte dal nostro calcio, il telecronista che ha accompagnato alla scoperta dei giocatori migliori e delle squadre più belle di tutti i tempi del nostro paese è lo stesso che ha avuto in sorte l'onere di spiegare a quello stesso paese che il rigore di Roberto Baggio era finito alto e che Il Campionato del Mondo è finito: lo vince il Brasile, ai calci di rigore.
Risulta ancora oggi difficile immaginare una sofferenza peggiore del dover parlare, dire qualcosa nel momento in cui un'intera nazione ha la gola traboccante di lacrime e spetta a te rompere il silenzio, guidare ancora una volta il tuo pubblico in ginocchio. La cifra della grandezza di Bruno Pizzul è nella dignità, nella composta rabbia con cui proclama la sconfitta dell'Italia di Sacchi nell'afa di Pasadena, la sconfitta di un paese di cui si era fatto cantore e protagonista.
Grazie Bruno, è stato tutto molto bello.
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