
Panathinaikos-Fiorentina 3-2, Considerazioni Sparse
Atene resta una città maledetta per la Fiorentina: l'andata degli ottavi va al Panathinaikos.
Partita pazza quella di Atene, come solo una gara di Conference della Fiorentina sa essere. Quattro gol in ventitré minuti: i primi due li segna il Panathinaikos, prima con Swiderski con un bel tiro a effetto da appena dentro l'area, poi con il raddoppio di Maksimovic su papera del portiere di coppa Terracciano, che respinge corto un tiro dell'ex Sassuolo Djuricic; poi la Fiorentina in tre minuti ribalta la partita con due attacchi fotocopia da sinistra, dove Gosens rifinisce in sequenza per l'incornata di Beltran e per l'inserimento a rimorchio di Fagioli (primo gol per lui in maglia viola). Nel primo tempo c'è spazio anche per una rete annullata (quella del gigliato Moreno, in offside sul tap-in al colpo di Comuzzo terminato sul palo), prima di una ripresa che di nuovo vede i gigliati approcciare sottotono e subire il - meritato - 3-2 di Tetê al 55', per infine sprofondare nella frustrazione di non riuscire più a smuovere una partita iniziata male e finita peggio (ma non così peggio: il palo di Djuricic nel finale poteva aggravare ulteriormente la situazione).
"C'è un po' di Italia in questo Panathinaikos", direbbero alcuni. Proprio l'ex Verona Swiderski (arrivato agli ordini del tecnico Rui Vitoria questo gennaio, per provare a risollevare un reparto avanzato finora troppo abulico), il già citato Djuricic, persino l'ex meteora interista Vagiannidis; a guidare il tutto il grande ex di turno Dragoswki, con a curriculum sei anni a Firenze. Tutto buono per dare un'aria un po' casalinga e nostalgica alla compagine greca, e magari, cabalisticamente, un altro piccolo dettaglio a cui appigliarsi per allontanare gli spettri di Atene 2024, dove a pochi chilometri di distanza, nello stadio dell'AEK, la Fiorentina cadde contro un'altra squadra ateniese, l'Olympiakos. Invece niente, la capitale greca rimane profondamente indigesta alla compagine viola, pur rivoluzionata da capo a piedi rispetto a quella uscita in lacrime dall'Agia Sophia nove mesi addietro.
Palladino riparte dalla disposizione di partenza della vittoria contro il Lecce, pur cambiando - in buona parte per necessità - numerosi uomini. Nel 3-5-2 iniziale, oltre alla girandola tra i pali, torna Kean al centro dell'attacco dopo l'infortunio di Verona, si rivedono Moreno e Comuzzo rispettivamente come terzo di destra e centrale, e soprattutto c'è Niccolò Fagioli dal primo minuto. L'ex Juve parte inizialmente nelle vesti di mezzala posizionale, con l'incarico di prendere in maniera aggressiva la sua controparte in maglia verde come riferimento, lasciando maggiormente il compito di gestire l'uscita palla centrale a Mandragora. Non una grande idea, difatti corretta già a metà primo tempo con l'inversione dei due centrocampisti.
La sensazione è quella di una squadra e di un tecnico che a marzo ancora non si conoscono abbastanza: la Fiorentina sembra vivere di espedienti momentanei e di poche, essenziali combinazioni consolidate passanti per i suoi uomini migliori, ma senza quella serenità e lucidità per gestire vari e differenti momenti di gioco. La sofferenza dei viola sugli scivolamenti difensivi, costantemente richiamati e quasi telecomandati dal tecnico sul suo lato di campo, è stato non solo un fattore della partita a favore dei greci, ma anche un vistoso indice di mancanza di meccanismi funzionanti in casa viola. Non è un caso che la nervosa, frammentata seconda metà di gara (con i padroni di casa al limite della decenza), ha visto i gigliati ridursi a ripetizione ai lanci diretti per l'isolato Kean, un sintomo di come quando la tensione della gara si alza e il cronometro corre contro, la Fiorentina cerchi disperatamente i suoi leader tecnici come se il pallone le scottasse fra i piedi.
Il Panathinaikos è una squadra coraggiosa in campo, abituata a macinare gioco e molto più a suo agio nel far muovere il pallone piuttosto che a rincorrerlo. Al netto delle assenze nel reparto difensivo (con Arao riciclato nella coppia centrale del 4-3-3 iniziale), gli ateniesi hanno mostrato tutte le loro fragilità quando la Fiorentina è riuscita a costruire con pazienza, cercando poi degli improvvisi cambi di gioco sul lato debole. Ma la squadra di Rui Vitoria è apparsa molto più consolidata sul piano dell'identità di gioco, tanto in una fase di sviluppo fondata sulla ricerca sistematica del terzo uomo quanto nell'innesco degli attacchi sulle catene, dove Djuricic e Tetê hanno fatto il bello e cattivo tempo. Resta tutto aperto per il ritorno, anche tenendo conto di come il rendimento del Panathinaikos fuori dalle mura amiche sia stato traballante in tempi recenti, ma servirebbe una Fiorentina che da troppo tempo oramai non si vede più.
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