
No, la Juventus non doveva prendere Conte
Perché la scelta di Thiago Motta ha ancora senso.
"I matrimoni si fanno sempre in due. Puoi sempre sognare, e sperare di sposarti un'altra volta. L'importante è che ci sia condivisione di pensiero". Così, in maniera nemmeno troppo velata, Antonio Conte si offriva alla Juventus nel novembre del 2023 - autocandidatura confermata dalle tante voci in ambienti torinesi che sussurravano un possibile riavvicinamento delle parti. Il riavvicinamento, però, è stato del tutto unilaterale: Cristiano Giuntoli, da qualche mese DS della Signora, stava già preparando il terreno per una rivoluzione sportiva e culturale non più rimandabile, a dispetto dell'illusoria striscia di vittorie che la squadra stava vivendo sul campo.
Già al momento della nomina di Thiago Motta c'era chi, tolto il gruppo di irriducibili groupies di Massimiliano Allegri, si interrogava sul preferire un mister emergente, senza esperienza in panchine prestigiose, a chi aveva già vinto e conosceva meglio di quasi chiunque altro la mentalità di casa Juventus. Ora che Conte e il suo Napoli si ritrovano a giocarsi lo scudetto con l'Inter, mentre la Juve è uscita in maniera mesta e sconcertante da Champions League, Supercoppa e Coppa Italia e si ritrova al 4° posto a -7 dai partenopei, l'errore di valutazione commesso da Giuntoli appare lampante. Oppure no?
Innanzitutto, sono situazioni di partenza molto diverse, anche se entrambi gli allenatori sono stati chiamati a costruire dalle macerie, tecniche e psicologiche, lasciate dalle precedenti gestioni. Conte eredita un Napoli troppo brutto per essere vero, quello del trio Garcia-Mazzarri-Calzona che chiude 10° la stagione post-scudetto, e la grana Osimhen da risolvere nel modo meno sanguinoso possibile. La squadra, però, è in larga parte quella che aveva fatto meraviglie con Spalletti in panchina, privata di Kim Min-jae e Lozano, ma con un gruppo solido di calciatori con una certa credibilità.
Thiago Motta, al contrario, prende in mano una rosa con molti calciatori che hanno visto crollare il proprio status negli anni trascorsi in bianconero: Vlahovic e Locatelli sono i casi più eclatanti, ma anche Chiesa, Kostic, Kean e Weah appaiono decisamente lontani dalla loro versione migliore. A livello di impianto di gioco, la situazione appare ancora più inquietante: nel suo secondo mandato in bianconero, anno dopo anno Allegri ha progressivamente tolto cose alla Juventus, a livello tecnico e progettuale. Ha rinunciato sempre di più a tenere il pallone, ha abbassato progressivamente il baricentro, ha fatto affidamento massiccio alle sole palle inattive per creare occasioni, ha demandato ai singoli la fase offensiva senza mai inserirli in un habitat adatto.
Proprio alla luce di queste criticità, non sarebbe allora stato meglio un allenatore più "pronto" come Conte, rispetto a un tecnico meno scafato e con principi di gioco distanti anni luce da quelli che fino alla scorsa stagione sembravano impossibili da scindere dalla Juve?
L'allenatore leccese è da impatto immediato: col lavoro e la carica emotiva dona nuova vita a calciatori demoralizzati, riesce in brevissimo tempo a inculcare i suoi automatismi, anche a costo di esclusioni dolorose e di scelte forti, ma senza la paura di tornare sui propri passi per correggere eventuali errori. Non meno importante, Antonio Conte è un capopopolo: dopo un allenatore divisivo come Allegri, il tifo bianconero ha incredibilmente bisogno di essere unito sotto la stessa bandiera.
Anche il mercato di Conte e Manna, altro epurato dal nuovo corso juventino, appare decisamente più credibile di quello messo in piedi da Giuntoli in estate: il paragone tra McTominay e Koopmeiners, a livello economico e sportivo, è ormai improponibile; Buongiorno avrebbe formato insieme a Bremer (al netto degli infortuni) forse la miglior coppia centrale della Serie A; Neres è costato meno di Nico Gonzalez e, con meno minuti giocati, è stato più decisivo. Con la parziale attenuante delle maggiori competizioni da disputare, la Juve ha dovuto cambiare molto: l'impressione è che non l'abbia fatto in maniera troppo coerente.
Il dubbio, dalla risposta apparentemente scontata, è questo: meglio prendere un allenatore esperto, dal carattere forte, juventino, che mira a vincere subito, o mettere la squadra in mano a un giovane di belle speranze, che rappresenta un parziale salto nel buio, il cui passato interista (...) e la cui filosofia giochista (?) sembrano fatti apposta per diventare armi a doppio taglio nei periodi complicati? Il dilemma è meno banale di quel che sembra, e dimostra perché, forse, la scelta di Giuntoli e della dirigenza bianconera non è sbagliata.
Sin dal giorno della conferenza d'addio di Allegri - la celebrazione di un eroe, più che un saluto a un allenatore de facto esonerato -, la Juventus non ha mai smesso di inseguire il proprio passato. La scelta di Sarri, tutta di Nedved e Paratici, è stata vista con sospetto da Agnelli sin dal giorno 0; lo stesso presidente bianconero non ha mancato di rimarcare tutta la sua liberazione dopo l'addio del tecnico toscano, definendo "di merda" una stagione in cui la Juventus aveva vinto la Serie A. Opinione legittima da parte di chi aveva ben altre aspettative in campo, molto meno in un club che ha sempre visto la Dea Vittoria come unico e insindacabile metro di giudizio.
Alla scelta di Pirlo, a metà tra la provocazione e il delirio di onnipotenza, è seguito il ritorno in pompa magna di Allegri, più pagato e più potente che mai, nonostante due anni di inattività totale. Il sillogismo ipotetico è immediato- "Con Allegri vincevamo, senza di lui abbiamo smesso di vincere, ora che è tornato vinceremo" - ed è anche alla base dei recenti fallimenti della Juventus.
Per comprendere appieno il processo che ha portato alla disintegrazione tecnica ed economica della Juve bisogna fare un passo indietro, quando l'allenatore della Vecchia Signora, insoddisfatto del mercato, reputava la squadra non all'altezza di competere con le grandi d'Europa. Non si tratta di Allegri, ma di Antonio Conte, e dei suoi famosi 10 euro nei ristoranti da €100. Dopo di lui a Torino arriva proprio Allegri, che continua a vincere e passa indenne anche attraverso addii importanti - Tevez, Pirlo e Vidal -, portando 3 scudetti in 3 anni e 2 finali di Champions League perse, ma che sarebbe stato difficile anche solo immaginare prima di lui.
Qui la storia della Juventus cambia - probabilmente era già cambiata, quando la società investiva quasi €140 milioni per liberare dalle rispettive clausole rescissorie Pjanic e Higuain. Dal post-Cardiff in poi, la Juve inizia un'opera di decostruzione del proprio impianto di gioco, simile a quella vista nell'ultimo triennio: vince coppe e campionati perché più forte degli avversari, ma quasi mai rivelandosi più brava.
L'unico modo di migliorarsi, per la Juve, diventa acquistare calciatori sempre più forti, blasonati e costosi, con continui aumenti di capitale a pompare denaro nelle casse bianconere, e plusvalenze fantasiose. Fino all'arrivo di Giuntoli, la Juve ha continuato a spendere cifre iperboliche per qualsiasi calciatore, senza mai riuscire a tamponare le uscite con le entrate, vista la mancata valorizzazione dei calciatori ceduti. Ciò che entrava alla Juve, ne usciva in macerie, come Barbanera in One Piece, che coi poteri del frutto Dark Dark fagocita intere città e le rigurgita in mille pezzi.
Il triennio di Allegri ha sublimato una concezione di Juventus non più sostenibile, agli antipodi rispetto alla filosofia che aveva riportato i bianconeri a vincere dopo due 7° posti. Perché i tifosi della Juventus rivogliono Conte? Perché negli anni si è instaurata la convinzione che la Juve possa essere allenata solo da allenatori d'élite, che possa tesserare solo calciatori pronti e di livello assoluto, che non debba giocare bene ma solo vincere, come se prestazione e risultato fossero aspetti scindibili.
Tutto il contrario di quello che, nel 2011, ha riportato la Juve sul tetto d'Italia: un allenatore emergente e innovativo, un'impronta di gioco chiara ed efficace, la capacità di puntare su giocatori di buon livello a costi contenuti o investire su giovani dal grande potenziale. Chiedere Antonio Conte significa chiedere a Cristiano Giuntoli di perpetrare gli errori del passato, ritardando ancora una volta la rivoluzione, puntando su giocatori "pronti" ma difficilmente cedibili, rinunciando a un progetto a lungo respiro.
Conte alla Juventus sarebbe stato un all-in, così come lo è Conte al Napoli, e così come lo è stato Allegri, dando per scontato che nessuno davvero creda alla favola della qualificazione in Champions come obiettivo. A una società che sta cercando di riprendersi da gestioni scriteriate, come possiamo chiedere di buttarsi a capofitto in un nuovo progetto a brevissimo termine? A chi continua parlare di mercato da €200/300/400 milioni per Motta, rispondono i fatti, che parlano di aumento dei ricavi e riduzione dei costi operativi.
Più e più volte i vertici del club hanno parlato di vittoria e di sostenibilità economica come concetti a braccetto: non un'utopia, visto che il precedente ciclo virtuoso è stato costruito proprio su questi principi. La Juve non è il Real Madrid o il Milan di Berlusconi. Non lo è mai stata: nella sua storia non è mai andata a saccheggiare i grandi club o a offrire cifre faraoniche per calciatori che non volevano davvero spostarsi. Ed era bella così, eppure sembriamo essercene dimenticati. Quel che negli ultimi anni era diventato una regola, e che la precedente dirigenza voleva seppellire sotto il lungo tappeto della Superlega, deve tornare ad essere eccezione.
Vista in quest'ottica, la scelta di Motta era tra le migliori possibili; il campo non ne sta confermando la bontà, ma l'unica strada per la Juve è continuare a perseguire un progetto che guardi al domani, non solo all'oggi, com'è stato fino a poco tempo fa, con le nefaste conseguenze che club e tifosi hanno vissuto sulla loro pelle. Se Thiago Motta non si rivelerà l'uomo giusto, la Juve ne individuerà un altro, coerentemente con i principi che ne hanno caratterizzato la storia; quelli veri, non quelli che sono stati venduti per tanto, troppo tempo, da persone che volevano insegnarci che cos'è la Juventus senza saperlo davvero.
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