
Qual è il vero problema con gli arbitri?
Spoiler: non è una gara a chi subisce più complotti, si tratta della solita brutta comunicazione.
Premessa_ l’Italia è il paradiso della polemica facile e sterile, da ben prima dei social network. L’analisi sul perché e sui fattori culturali che animano questa tendenza meriterebbe un articolo a parte. Restringiamo il campo e limitiamoci ad affermare che l’arrivo del digitale ha distorto il mondo della comunicazione, introducendo la possibilità dell’auto-produzione; l’online è un’estensione potenzialmente infinita di caratteristiche già nostre. Le polemiche sui social? Apriti cielo. Nel legame imprescindibile tra cultura italiana e calcio, il tema che genera maggiori discussioni abbattendo qualunque barriera di tifo è l’arbitraggio. VAR, AIA, arbitri, fischi, cartellini, rigori, DOGSO, SPA, ecc.
Dei protagonisti, del rapporto con ogni singolo medium, dei tentativi di oltrepassare la polemica, ne abbiamo già scritto. Ogni giornata è un pretesto per scatenare bufere di commenti inferociti, senza possibilità di interruzione (nemmeno del VAR). Una rabbia auto-alimentata e tradotta nelle più variegate teorie del complotto. L'echo chamber che si rafforza continuamente.
Qual è il problema n°1? La cultura del tifo, direte voi. E avete anche ragione. Già di partenza non è certamente il contesto più pacato, comprensivo e tollerante del pianeta; sommato alle enormi potenzialità derivate dai social, diventa dannoso. I media non sono però avalutativi, hanno una forte influenza su quali contenuti fruire e su come farlo: la prospettiva va capovolta.
Un protagonismo double-face
La percezione condivisa da più utenti dei social, facenti parte (da ascoltatori o partecipanti attivi) del dibattito calcistico, è che gli errori arbitrali siano sempre di più. Proponiamo un elenco di episodi gravi negli ultimi mesi in Serie A - ne dimenticheremo alcuni, appunto perché presenti in abbondanza.
Giornata 18: rigore non concesso da Fabbri in Milan-Roma, per fallo di Pisilli che atterra Reijnders in area.
Giornata 20: polemiche per l’arbitraggio di Abisso in Bologna-Roma (mancano tanti cartellini gialli) e per il rigore concesso da Dionisi in Monza-Fiorentina ai viola.
Giornata 22: Rapuano finisce nel mirino della critica per la direzione di Lazio-Fiorentina, con gravi sviste e decisioni controverse in un match nervosissimo.
Giornata 23: in Atalanta-Torino manca un rigore ai nerazzurri per tocco di braccio di Coco non sanzionato, con Piccinini non richiamato al VAR; polemiche anche nel derby di Milano diretto da Chiffi per l’intervento scomposto di Pavlovic ai danni di Thuram in area - contatto tralasciato per revisione al VAR avvenuta solo per il contatto precedente, regolare, di Theo Hernandez.
Giornata 24, la più complicata: in Como-Juventus i pdroni di casa protestano per il tocco di mano di Gatti in area; in Empoli-Milan (Pairetto) manca un rosso a Cacace, e il VAR non può intervenire per correggere il secondo giallo dato a Tomori, sul fuorigioco della suddetta azione; in Torino-Genoa Feliciani non concede un rigore ai padroni di casa per trattenuta di Sabelli su Sanabria, con gli estremi per una on field review; in Inter-Fiorentina, La Penna concede un angolo ai nerazzurri (da cui nasce l’iniziale vantaggio) nonostante la palla su scivolata di Bastoni fosse già nettamente fuori, e polemiche per il rigore assegnato alla Viola per braccio di Darmian.
L'elenco non vuole essere un grido allo scandalo, bensì la segnalazione che la qualità delle prestazioni da parte della classe arbitrale non aiuta. Si registra un problema effettivo anche sui voti ai fischietti, sempre più insufficienti. Non tanto per episodi imperdonabili, quanto per la frequenza di arbitraggi sempre più farraginosi, sintomo di mancanza di personalità di fronte a pesanti condizionamenti che suscitano timore e paura. Il protagonismo tanto lamentato dal pubblico di alcuni sul rettangolo di gioco è inversamente proporzionale a quello fuori, che invece gli stessi arbitri cercano di evitare in ogni modo. Finire al centro della scena mediatica porta inevitabilmente maggiore attenzione sulle specifiche controversie commesse, con possibilità di sospensione. E in ogni caso non è mai un’eventualità piacevole da considerare, per un direttore di gara o un addetto VAR. Si torna sempre lì, al potere dei media.
Ma quanto si vuole cambiare? La preoccupante fobia tecnologica
Insomma, gli arbitri sono sempre più soggetti a critiche mediatiche. E ciò permette adeguate misure protezionistiche della categoria. Ma la risposta del mondo arbitrale di fronte a questo panorama è preoccupante. La constatazione riguarda le parole di Antonio Zappi, presidente dell’AIA, in riferimento all’errore sulla palla uscita in occasione della scivolata di Bastoni in Inter-Fiorentina: “La Penna non avrebbe mai potuto vedere il pallone, aveva la visuale coperta. L’assistente sarebbe potuto essere più avanti? Vero, forse sì, ma parliamo comunque del bello del calcio, che è anche l’opinabilità della decisione arbitrale”. Sì, l’equazione è: “bello del calcio = opinabilità delle decisioni”.
Al di là del fatto che è un concetto falso - l’occasione a cui si applica non è opinabile (pallone uscito = situazione oggettiva --> errore commesso), queste parole ci ricordano di quanto possa essere bello arrabbiarsi per una palla fuori di mezzo metro. Romanticizzare il chiacchiericcio, parola della carica numero uno dell’AIA. Sono frasi gravissime a prescindere, figuriamoci guardando a chi le pronuncia. E non solo.
Zappi prende le difese dell’attuale limbo interpretazione umana-tecnologia, dai confini eccessivamente sfumati e dalle numerosissime contraddizioni. Ciò porta alla rigida applicazione del vigente regolamento arbitrale su casi che, però, col senso del regolamento di questo sport c’entrano ben poco. Una questione di priorità diverse o una conciliazione particolarmente complicata? Vogliamo e dobbiamo credere nella seconda opzione.
Non è facile far combaciare uno strumento “nuovo” (se così si può ancora definire) come il VAR con le sfaccettature estremamente delicate del ruolo dell’arbitro. Non vengono messe in discussione difficoltà, pressioni e competenze. Quello che lascia basiti è la volontaria rinuncia alla migliore applicazione del supporto tecnologico, al fine della minimizzazione del margine d’errore. Non viene in mente altro modo con cui interpretare le parole di Zappi: viva l’opinabilità della decisione arbitrale, preserviamo un pizzico di protagonismo umano, non perdiamo le nostre antiche belle caratteristiche. Quanto è bello passare le mattinate con la Gazzetta in mano e gli amici al tavolo del bar a litigare sugli errori arbitrali, eccetera eccetera, un’altra serie di luoghi comuni su quanto era meglio il passato.
Ma come si può minimamente pensare tutto questo nel contesto attuale? Eppure pare un fattore gravemente ignorato. Uno spunto da replicare sono le parole di Giuseppe Pastore nel podcast Rasoiate: “Probabilmente la fantasia segreta di Zappi è tornare alla Serie A degli anni ‘70, quando in campo c’erano al massimo due telecamere. Di conseguenza tutte queste polemiche non esistevano. [...] Quando ce la prendiamo coi mali del calcio moderno, chiediamoci prima di tutto come fanno certi dirigenti a guidare i settori nevralgici del nostro calcio. E poi, a catena, quali sono i criteri con cui viene assemblata e diretta una classe arbitrale che, a parte qualche gradevole eccezione, si sta rivelando generalmente scarsa? Sono semplicemente il riflesso speculare dei loro dirigenti, scarsi anche loro”.
Ciò che spaventa è questo conservatorismo a priori, fatto di un timore colmo di pregiudizi nei confronti del supporto. Sarà forse questo il nocciolo della discordia? Se si fa attenzione alla carica di chi si è pronunciato così, non è difficile comprendere come la questione sia decisamente seria. Queste sciagurate parole sono lo specchio di un’ostilità nei confronti del VAR, sono l’essenza della reazione all’innovazione, respingendo una maggiore efficacia.
Contenuti auto-prodotti e una trasparenza in forte bilico
Tutto questo, dunque, come può migliorare il rapporto pubblico-arbitri, che avrebbe bisogno di tutt’altra trasparenza? Come ridurre la distanza col popolo sempre più distante, che di regolamento se ne intende poco? Non si sta facendo molto per il miglioramento di questo aspetto. Qualche settimana fa ha parlato il designatore arbitrale, Gianluca Rocchi; parole apparentemente innocue, ma che in realtà meritano una correzione: “A livello generale possiamo fare meglio. La linea di intervento che abbiamo preso mi piace molto, ovvero punire i reali rigori, falli e falli di gioco. Abbiamo 46 arbitri, 35 di questi hanno già arbitrato una gara in Serie A. In altri campionati ne hanno 18. Questo ci permette di migliorare l’organico, infatti abbiamo arbitri molto giovani già a livello internazionale. Stanno diminuendo le on field review consigliate dal VAR, il che vuol dire che in campo stiamo migliorando”. Alt.
L’ultima frase passa sotto i raggi X prima dei controlli in aeroporto… e la sirena segnala qualcosa di anomalo (tra l'altro, quale sarebbe il confine che determina i REALI falli?). Meno on field review consigliate dal VAR = miglioramento degli arbitraggi? Non è certo l’unica interpretazione applicabile a una scelta fortemente voluta, anzi. Un VAR che impone meno on field review significa in qualche modo incentivare maggiormente l’interpretazione arbitrale, nonché rinunciare a una possibilità di correzione di una decisione sbagliata. E non è certo lo strumento del check vocale a mediare o attenuare la possibilità di rivedere un’azione, molto più affidabile. L’unica equazione effettiva qui è la stessa di prima: rinunciare alla tecnologia = aumentare il margine d’errore.
Gli errori nel calcio esistono ed esisteranno sempre: è logico che vige un confine dove l’interpretazione umana vive ed è giusto che sia così. Ma come vengono spiegate e comunicate queste decisioni? Inevitabile un accenno a Open VAR. A partire dalla stagione scorsa, DAZN trasmette settimanalmente il programma dove si analizzano e commentano gli episodi più discussi del turno. Una prima interpretazione è tutto sommato positiva: Open VAR pare avere l’intento di avvicinare due mondi particolarmente distanti come il regolamento arbitrale e il mondo del tifo; d’altronde l’utenza di DAZN, come di qualunque altra pay-tv, è piena zeppa di visioni tutt’altro che imparziali e predisposte all’oggettività. Il problema è che questo criterio manca pure dalla parte di chi mette a disposizione queste immagini.
Il commento, se non effettuato da Rocchi, arriva da un membro della Commissione Arbitri Nazionale, parte dell’AIA. Logico, per certi versi, seppur senza alcuna minima possibilità di dibattito o contraddittorio. E soprattutto con episodi selezionati dall’AIA stessa, viziando la reale volontà degli spettatori, su quali controversie approfondire. Insomma, un tipo di comunicazione puramente interna che passa da un canale ufficiale preferenziale.
Poco di cui stupirsi, anche perché tutto il mondo del calcio “istituzionale”, che sia un club, una lega o i giocatori stessi, tende a orientarsi verso l’auto-produzione di contenuti. Meno scomoda, meno problematica, meno imparziale. Ma i primi due fattori vincono nettamente sul terzo nella scala delle priorità. Che importa se l’episodio più discusso della settimana resta non chiarito, conviene nettamente uno strumento più orientato alla giustificazione delle decisioni prese. Una polemica più volte messa in luce, anche da parte di ex calciatori come Emiliano Viviano.
Il mondo arbitrale è sempre più lontano
Il cuore di questa analisi non è l’errore arbitrale in sé, non è la messa in evidenza delle molteplici falle del vigente regolamento, non è un elenco delle iniziative di cambiamento (dall’overrule in tempo reale al VAR a chiamata, oggetto di discussione nell’annunciata revisione del protocollo VAR). La natura del problema è, come spesso accade, la comunicazione. Invece di lottare per far sentire il pubblico vicino alle dinamiche arbitrali, fortemente cambiate e pronte a cambiare ancora più radicalmente, le modalità di racconto portano alla tendenza inversa.
Cresce la particolarizzazione del regolamento, eppure non ci sono occasioni o luoghi dove questo possa essere spiegato, semplificato, reso accessibile al tifoso medio. La cui reazione più comune ormai è: “Tanto non ci capisco più nulla”. E quel tifoso è già andato perso, anzi, la lontananza è sempre in crescita. Trasparenza, impegno nella semplificazione, volontà di rappresentanza: caratteristiche basilari ancor prima delle proposte concrete, che pare vengano a mancare fin troppo spesso. E così la riconciliazione di due mondi già così distanti appare molto difficile. Una delle tante manifestazioni di un calcio sempre più elitario e noncurante nei confronti di chi lo anima?
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