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city guardiola
, 20 Febbraio 2025

Per il Manchester City è arrivata la fine di un’era


L’umiliazione del Bernabeu ha segnato la conclusione del ciclo dei Manchester City.

Se ce lo avessero detto il 26 ottobre, giorno in cui il Manchester City batte 1-0 il Southampton e si conferma in vetta alla Premier League con sette vittorie e due pareggi in nove partite, non ci avrebbe creduto nessuno. Del resto, sembrava essere la classica stagione in cui la corazzata di Guardiola parte bene (in questo caso anche vincendo un trofeo, cioè il Community Shield contro il Manchester United), ci mette pochissimo a carburare e già a settembre è il solito carro armato semi-infermabile.

Non c’era niente che ci potesse far pensare che le cose sarebbero andate diversamente da come sono andate quasi in ogni anno del ciclo guardioliano, eppure oggi, quasi quattro mesi dopo, eccoci qua, a fare il funerale ai resti di quella che era la squadra più temibile del mondo o quasi, uscita agli spareggi di Champions League contro il Real Madrid giocando due partite troppo brutte per essere vere.

Il 3-1 maturato al Santiago Bernabeu nella gara di ritorno non è stata la sconfitta numericamente più pesante della carriera di Guardiola - ce ne sono state di peggiori anche solo quest’anno - ma è veramente difficile trovare partite giocate peggio dalle sue squadre in questi diciassette anni da allenatore. Già la partita di andata era stata per certi versi una parodia riuscita male delle sfide tra Manchester City e Real Madrid degli anni scorsi: i primi avevano perso tutta la solidità tattica e la capacità di controllare il gioco su cui avevano costruito le loro fortune, i secondi invece avevano mostrato una vulnerabilità mentale molto sorprendente considerando ciò a cui eravamo stati abituati; cosa che in effetti stiamo vedendo in Liga, dove gli uomini di Ancelotti hanno messo insieme due punti nelle ultime tre partite.

Anche in una condizione problematica, però, era emersa chiaramente la superiorità fisica, tattica e mentale degli spagnoli, ai quali probabilmente stava anche stretta la vittoria per 2-3 maturata più che altro per gli assurdi errori della retroguardia del Manchester City nei minuti finali.

È proprio qui che va trovata la ragione per cui, nonostante il risultato finale lasciasse ancora uno spiraglio aperto per la gara di ritorno, dall’incontro del Bernabeu non ci si aspettasse altro che un massacro. E massacro è stato fin dall'inizio: l’1-0 di Mbappé, che chiude di fatto il discorso, arriva dopo quattro minuti. A livello tattico, osserviamo come già alle battute iniziali la linea alta del Manchester City si sia sciolta come neve al sole, anche con la complicità della non perfetta uscita di un Ederson già colpevole nella gara di andata e che in generale che sta vivendo una stagione orrenda.

Sarà l’inizio di una serata terribile per i Citizens, che non entreranno mai in partita e si lasceranno morire senza neanche opporre resistenza. Il Real Madrid, proprio come dovrebbe fare una squadra di Guardiola, ha la capacità di allargare e restringere il campo a proprio piacimento in base alle fasi del gioco, ma anche di regolare l’intensità del ritmo della gara e di far girare a vuoto gli avversari, risultando essere chiaramente in controllo sia con la palla tra i piedi sia senza. A fine primo tempo il Manchester City avrà messo insieme la miseria di 0.05 xG, il dato più basso della stagione in una singola frazione di gioco.

Un simbolo della superiorità schiacciante del Real Madrid è il passaggio di tacco assolutamente inutile da parte di Tchouameni a metà primo tempo e con la partita ancora sull’1-0, una di quelle cose che in genere vengono fatte sul 4-0 a cinque minuti dalla fine. Ma anche il gol del 2-0 rende molto bene l’idea: verticalizzazione di Bellingham per Vinicius, il quale di prima la passa al centro per Rodrygo, arrivato al limite dell’area completamente smarcato, che la fa scorrere quel tanto che basta per mettersela sul sinistro e darla a Mbappé, che farà scivolare Gvardiol come Boateng su Messi nel 2015 e la metterà in porta di destro. 

Un gol che non ci dice tantissimo del Real Madrid - in fondo sapevamo già di che arsenale tecnico dispongano - ma che ci dice tutto dello stato della difesa del Manchester City: vediamo sei giocatori nei pressi dell’area di rigore che si muovono senza la minima coordinazione sembrando in totale balia degli avversari, come in quei video in cui cento bambini giocano contro un calciatore professionista adulto.

Si tratta, tra l’altro, di una dinamica che si ripeterà almeno altre tre volte nel secondo tempo: una volta porta a un tiro alto di poco di Rodrygo, un’altra volta a una respinta sbilenca di Ederson e un’altra ancora al 3-0 di Mbappé lasciato solo al limite dell’area neanche fosse un giocatore qualsiasi. Ed è quasi comico, pensandoci, che sia proprio Guardiola a dover dare al mondo un’involontaria dimostrazione di come portare tanti giocatori nella propria area di rigore non sia affatto sinonimo di sicurezza difensiva.

Una delle cose più brutte del Manchester City, tra l’altro, è come anche i nuovi giocatori risentano del brutto momento del collettivo: è il caso dell’uzbeko Khusanov, demolito da Mbappé per tutta la partita, e dell’egiziano Marmoush, pressoché impalpabile fino alla punizione finita sulla traversa che ha portato al 3-1 su ribattuta di Nico Gonzalez. Che dire poi del brasiliano Savinho, arrivato in estate: è sceso in campo? Un buco nero che ricorda quasi quello dei rivali cittadini dello United, e probabilmente per la parte blu di Manchester in questo momento non potrebbe esserci insulto peggiore.

Perché, al di là dei discorsi che sono stati fatti e che ora si moltiplicheranno sulla possibilità che un’imminente penalizzazione per i famosi 115 capi d’accusa abbia condizionato lo stato psicologico del City, o anche sugli effetti negativi dell’infortunio di Rodri, non possono esistere scuse valide di fronte a un impoverimento tattico e mentale ormai diventato normalità come quello che abbiamo visto dal Manchester City negli ultimi mesi.

A preoccupare, poi, è anche il fatto che Guardiola stesso sembra non essersi accorto più di tanto di quello che sta succedendo: il rinnovo di contratto fino al 2026 firmato a novembre, proprio nella fase peggiore della crisi della squadra, suona sempre di più come il gesto folle e disperato di chi non vuole arrendersi alla realtà. Solo ieri sera, nelle interviste post-gara, il tecnico catalano ha ammesso che il Manchester City si trova alla fine di un ciclo: non sappiamo se ci stiano pensando, ma la cosa migliore per lui e per il club sarebbe cercare di entrare in Champions League per non rendere disastrosa una stagione già fallimentare e poi salutarsi, consci del fatto che probabilmente è tardi per provare una totale rivoluzione tecnica. Magari, dal lato di Guardiola, sarebbe un’occasione anche per prendersi un periodo di riposo ed evitare di portare la sua carriera in una parabola discendente, eventualità che a questo punto non si può escludere.

Tutto ha un inizio e tutto ha una fine, e l’epoca del City di Guardiola, giunta quest’anno alla sua nona stagione, sembra essere veramente arrivata a un punto morto. Nel corso di questi anni abbiamo visto una squadra capace di distruggere tatticamente gli avversari mantenendo sempre una forza psicologica non da poco, in un ciclo vincente culminato con il meritatissimo triplete del 2023.

Tuttavia, se pensiamo al fatto che anche quando il City non riusciva a spuntarla in Europa eravamo comunque abituati a vederli schiacciare tutti in patria senza difficoltà, quest’anno al contrario il Manchester City è riuscito spesso a farsi ridicolizzare persino in Premier League, campionato vinto sei volte nelle ultime otto edizioni, cambiando de facto le carte in regola di quello che era, fino all’avvento di questa macchina perfetta, di gran lunga il più competitivo dei cinque grandi campionati europei. Un risultato che il tecnico di Santpedor non ha mancato di considerare, molto probabilmente a ragione, non inferiore alla vittoria della Champions League. Eppure anche questo ormai non sembra che un lontano ricordo: per quanto impossibile ci sembrasse, forse sull’impero di Guardiola il sole è veramente tramontato. 


  • Nato nel 2005, appassionato di allenatori, nazionali e allenatori delle nazionali. Amante dei non luoghi, della torta Sacher e del mare. Vive nel culto di Guillermo Ochoa.

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