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AIK Djurgarden derby hockey
, 19 Febbraio 2025

AIK e Djurgården non si vogliono bene


Il Tvinningderbyt, la rivalità tra AIK e Djurgården, è tale anche nell’hockey su ghiaccio

Nel 1891, i fratelli Isidor e Paul Behrens stavano camminando per Hantverkargatan, una lunga strada sull’isola Kungsholmen che ospita anche il municipio di Stoccolma. Camminavano con passo veloce, e si accorsero ben presto che dietro di loro altri due ragazzi stavano tenendo il loro ritmo, e provavano a superarli, come se volessero gareggiare. I fratelli accelerarono il passo, ma così fecero anche i rivali. Di lì a poco, entrambe le coppie si trovarono a correre. Paul e Isidor presto riuscirono a battere i loro rivali, e una volta distanziati iniziarono a pensare che tutto sommato, trovando la cosa molto interessante, aveva senso andare a chiamare altre persone e organizzare una società in cui ci si potesse sfidare nell’atletica.

Il 15 febbraio 1891, dunque, al numero otto di Biblioteksgatan, una stretta ma importante arteria al centro di Stoccolma che collega la biblioteca nazionale con la piazza di Norrmalmstorg – che nel Monopoli svedese è l’equivalente di Parco della vittoria – i due fratelli fondarono ufficialmente l’Allmänna Idrottsklubben, il “club sportivo pubblico”, perché chiunque poteva iscrivervisi, e qualsiasi sport poteva essere praticato. Neanche un mese dopo, il 12 marzo, un altro gruppo di giovani, ispirati dall’esibizione di salto con gli sci che le guardie reali norvegesi avevano portato a Stoccolma – all’epoca i regni di Svezia e di Norvegia erano un’unione personale della casata Bernadotte, ed entrambi erano governati da Oscar II – decisero anche loro di fondare un club sportivo.

I ragazzi fondarono il club in un caffè di Alberget, vicini al quartiere portuale in cui erano nati e cresciuti, nella parte sud ovest dell’isola nota come Djurgården, che nel nome tradisce la sua origine da riserva di caccia per la famiglia reale – vuol dire “giardino degli animali” anche se “djur”, la parola per “animale”, è anche la radice della parola “cervo”, lasciando intendere che la cospicua presenza di cervidi sul terreno svedese li abbia portati ad essere sinonimo di tutto l’universo animale – e dunque diedero alla loro società il nome dell’isola in cui erano nati e cresciuti tanto che, inizialmente, per essere membri bisognava essere nati proprio a Djurgården.

Nel 1899 Theodor Andreassen, un ex giocatore di calcio del GAIS, squadra di Göteborg, arrivò a Stoccolma per aiutare gli atleti del Djurgården a formare la loro sezione calcistica. Nel luglio di quell’anno, il Djurgården scese per la prima volta in campo ad inseguire un pallone in una partita che terminò con una sconfitta per 2-1 contro quello stesso AIK nato come polisportiva tre settimane prima ma che giocava a calcio già dal 1896. Quel giorno, anche se non lo si sapeva, nacque il Tvillingderbyt, ovvero “il derby dei gemelli”, in riferimento alle date di nascita praticamente attaccate delle due società, quello che è il derby sì calcistico, ma forse ancora di più il derby sportivo più sentito e celebre del paese.

A questo numero civico, nel 1891, venne fondato l’AIK. Foto: Alessandro Acquistapace

Perché se è vero che il calcio è lo sport più popolare in Svezia, è anche vero che l’hockey su ghiaccio si trova sulle sue code come secondo sport di squadra più seguito del paese, e se è vero che AIK e Djurgården sono colonne del calcio svedese, entrambe con dodici titoli e dietro solo Malmö, Göteborg e Norrköpping per numero di scudetti, è anche vero che le due storiche rivali capitoline possono anche definirsi le uniche società ad aver vinto più di un campionato nazionale sia nel calcio sia nell’hockey su ghiaccio.

Il trofeo assegnato, a partire dal 1926, al campione svedese di hockey su ghiaccio è il Le Mat Trophy, è una sorta di cilindro a metà tra un’urna cineraria e una Stanley Cupquella per bere, non quella della NHL – e prende il nome da Raoul Le Mat, un regista cinematografico, dirigente della Metro-Goldwyn-Mayer che per qualche ragione importò l’hockey nel paese subito dopo la prima guerra mondiale insieme ad uno svedese-statunitense di nome Ernest Viberg e a Thomas Cahill, che prima ancora di essere riconosciuto come padre dell’hockey in Svezia è anche considerato il padre del calcio negli Stati Uniti.

Le Mat donò la coppa alla neonata federazione – da lui fondata – arbitrò la prima finale del campionato e allenò la squadra svedese nel torneo di hockey su ghiaccio alle olimpiadi di Anversa 1920 – quando gli svedesi arrivarono quarti nonostante abbiano perso la finale per l’oro con il Canada, a causa di un cervellotico formato che prevedeva tre tornei diversi per le tre medaglie. Da allora, il Djurgården è diventato la squadra più titolata di Svezia, avendo vinto il campionato sedici volte mentre l’AIK, pur essendo la quarta squadra di Stoccolma per numero di titoli – dietro anche Hammarby e Göta è comunque tra le prime dieci più vincenti, con sette titoli.

Messe insieme, le due squadre protagoniste del Tvillingderbyt totalizzano ventitré scudetti nell’hockey su ghiaccio, un numero comparabile a quello di campionati calcistici vinti, visto che sono ferme a ventiquattro – entrambe ne hanno vinti dodici. Eppure, quando mi sono presentato all’Hovet, la storica arena dell’hockey su ghiaccio nella capitale svedese per assistere al quarto derby stagionale tra le due squadre, la partita non era valida per la Swedish Hockey League, bensì per la Allsvenskan, che a dispetto dell’omonimia con il massimo campionato di calcio è la seconda divisione dell’hockey svedese.

Quando ancora Stoccolma era il centro dell’hockey svedese

Dando uno sguardo più attento, questa realtà potrebbe non essere poi così tanto una sorpresa: quei ventitré titoli di campione nazionale appartengono quasi tutti al secolo scorso – l’Hovet non vede alzare uno stendardo dal 2001, quando fu il Djurgården a vincere – e l’AIK addirittura non vince da quarant’anni esatti. Le due squadre hanno, nel corso degli anni, subito un crollo che in entrambi i casi può essere definito tanto prolungato nel tempo quanto improvviso, nonostante il significato opposto dei due termini.

L’AIK, dopo lo scudetto del 1984, è retrocesso due anni dopo in seconda divisione, iniziando un periodo da yo-yo culminato nel 2004 con la prima retrocessione in terza divisione, appena due anni dopo essere stati retrocessi dalla prima serie. Dopo un ultimo ritorno nella Swedish Hockey League intorno al 2010, dalla retrocessione del 2014 l’AIK languisce in seconda serie, perenne presenza ai playoff da cui però non riesce mai ad uscire vincitrice. Il Djurgården, invece, nonostante i vent’anni e passa dall’ultimo scudetto, ha saputo mantenere una sua competitività, arrivando a giocarsi la finale per il titolo – la prima dopo l’ultimo titolo – nel 2019, perdendo contro il Frölunda di Göteborg. Tre anni dopo, però, i Järnkaminerna – soprannome che vuol dire “le stufe di metallo” – sono retrocessi al termine di una stagione terminata al penultimo posto ma che li ha visti vittime di un netto 4-0 nello spareggio salvezza contro il Timrå.

Il calo delle due storiche rivali è anche il simbolo di una più evidente crisi dell’hockey su ghiaccio nella capitale svedese. Come si è visto, delle prime sette squadre con più titoli, quattro sono di Stoccolma e una, il Södertälje, è dell’omonimo sobborgo nella contea di Stoccolma. Eppure, nella odierna Swedish Hockey League, non ci sono squadre di Stoccolma. AIK, Djurgården e Södertälje sono intrappolate nell’Alsvenskan, mentre Göta e Hammarby sono entrambe in quarta divisione, con la sezione di hockey del Bajen riaperta sotto la spinta e la proprietà dei propri tifosi solo dopo una bancarotta della sezione storica otto volte campione nazionale.

La storia dell’hockey nella capitale svedese però potrebbe essere arrivata ad un suo punto di svolta, e a suo modo il derby, l’ultimo della stagione regolare, a cui ho avuto modo di assistere potrebbe rimanere per sempre un momento storico nella storia di questa rivalità. Entrambe le squadre chiamano casa, come già detto, l’Hovet, un palazzetto di ottomila spettatori nel sud della città, in un quartiere molto moderno con centri commerciali, la 3Arena, casa delle sezioni calcistiche di Hammarby – il sud di Stoccolma, di base, è il loro regno – e Djurgården, e la Avicii Arena, nota come Globen prima della morte del produttore svedese, uno dei palazzi più riconoscibili della skyline cittadina e sede dell’Eurovision Song Contest del 2000 e del 2016.

In un quartiere con così tante luci a LED – e che negli ultimi anni è diventato molto di moda grazie alla trasformazione delle ex fabbriche che stavano in zona – l’Hovet potrebbe apparire come un edificio dimenticabile, ma al suo interno è forse l’arena più affascinante dell’intero sport svedese. Un catino con un unico anello, con scale ripidissime e atmosfere incandescenti, strutturato a ferro di cavallo, seggiolini comodi seppure tutt’altro che nuovi, una curva perfetta per grandi coreografie, l’Hovet è stato inaugurato nel 1955 come stadio all’aperto e dotato di un tetto solamente nel 1962, e fino ad oggi ha svolto più che degnamente il suo ruolo come centro dell’hockey capitolino.

Negli ultimi anni, però, sono aumentate a dismisura le voci per una sua demolizione e proprio in questo 2025 si dovrebbe procedere con la trasformazione dell’Hovet in appartamenti con un rink da hockey sottoterra, con il trasloco delle due squadre che occupano il palazzetto nella confinante Avicii Arena, a sua volta ristrutturata per permettere di ospitare l’hockey su ghiaccio con più frequenza. Quello dello scorso dodici febbraio, dunque, potrebbe essere stato, a meno di un Tvillingderbyt nei playoff, che forzerebbe almeno altri quattro incontri al palazzetto, l’ultimo derby tra AIK e Djurgården nel luogo dove hanno vinto quindici dei loro ventitré scudetti – oltre che, per il Djurgården, le due coppe dei campioni consecutive vinte tra 1991 e 1992.

I’m a Hovet, the historic hockey arena in Stockholm for the AIK-Djurgården derby, a rivalry that is just as tense if not more in hockey than in soccer. Crazy that these two historic teams with lots of championship have been struggling in the second tier (Djurgården went to the finals 5> yrs ago!!)

Alessandro Acquistapace (@acquistapace.bsky.social) 2025-02-12T18:53:42.397Z
Come trema l’Hovet dopo un gol

Nelle strade circostanti l’arena, le ore prima dell’evento sono, a dispetto del freddo, già pronte a scaldarsi fosse anche solo dalla ressa di corpi vicini tra loro. Il ristorante italiano e quello greco che siedono di fronte il palazzetto sono ricolmi dalle cinque di pomeriggio in poi – l’inizio sarebbe stato alle sette – e la fila per entrare dall’ingresso 11, quello che serve la curva – ma anche tutta la tribuna alla sua sinistra – è gigantesca fino anche a pochi minuti dal primo duello.

Curiosamente, nonostante si tratti di un derby e nonostante l’Hovet sia l’arena di casa per entrambe le squadre, i tifosi indossano quasi esclusivamente i colori dell’AIK, e l’atmosfera dentro il palazzetto lo conferma: c’è solo il tifo AIK, ai gol degli ospiti di giornata non si sollevano che sparuti gruppi di individui, e neanche tanto. È strano, d’altronde, da nessuna parte nel sito su cui si sono acquistati i biglietti c’era scritto che la vendita fosse riservata ai tifosi di una sola squadra. L’assenza di contraddittorio comunque non ha alcun effetto negativo sul calore dell’atmosfera all’interno. Il pubblico, a partire dal tifo organizzato in curva, è feroce. Ogni occasione sbagliata dall’AIK – a proposito, si pronuncia a-i-ko – viene accolta con un sonoro “nej” di sconforto che arriva forte e in stereo come ascoltando una registrazione live di Adele con le cuffie.

Per quel che riguarda ciò che invece è successo sul campo, avrei potuto tranquillamente intitolare il pezzo come “I dieci migliori contatti fisici a cui ho assistito”, se non fosse che avrei dovuto registrarli – alla mia prima volta a guardare dal vivo l’hockey mi sono reso conto di come gli scontri abbiano anche solo un rumore che dalla televisione non rende assolutamente l’idea – e impatti così violenti non sono prevedibili in anticipo, sono una folata di vento quando si scende dal bus, la botta in testa che si da quando ci si dimentica di avere un soffitto basso sopra la testa. Insomma, non ho le prove video che sarebbero necessarie per rendere un pezzo di quel tipo interessante.

Ma vedere da vicino l’intensità di quei contatti, percepirne le linee di forza che si infrangono sulle protezioni con la stessa chiarezza con cui lo slow-motion di ESPN Sport Science riusciva a trasmettere il livello altissimo di ciò che stavano misurando, non può non sorprendere in qualche modo e non portare a farsi delle domande. Nella boxe ci si picchia perché è lo scopo dell’intero sport. In vari codici del football, da quello americano a quello australiano al rugby, ci si picchia perché lo scontro fisico è necessario per arrivare a fare punto. Non c’è altra via. Le capacità con il pallone presuppongono l’abilità di conquistarne e mantenerne il possesso tramite i duelli individuali.

Nell’hockey, invece, ci si picchia per dare una risposta ad una domanda che evidentemente non conosco. Forse, come potrebbero sottolineare le differenze tra l’hockey e il suo antenato britannico, il bandy, i contatti sono più comuni e intensi perché il campo è più piccolo, i corpi molto grandi e i pattini uno strumento non facile da fermare con la facilità con cui si fermano i nostri piedi. Ma questo non spiega le lotte, tutte quelle fasi di gioco in cui la partita si blocca per permettere a due o più persone di sfidarsi in alcune discipline di combattimento – tra cui anche la lotta greco-romana a terra, a giudicare dallo scontro nel primo tempo del Tvillingderbyt che ha portato ad una pausa di dieci minuti in panca puniti per lo statunitense Tyler Kelleher del Djurgården.

Il numero di minuti nella panchina dei cattivi per i giocatori “ospiti” non è in effetti un caso riservato a questa situazione specifica, ma per tutta la partita sarà un trend e racconterà qualcosa di ben più profondo che dell’intemperanza di alcuni singoli. Il Djurgården arrivava alla partita confortabilmente secondo in classifica, con più di dieci punti di vantaggio sui rivali storici, ad una distanza tale dai leader del Karlskoga da vederne ancora il numero sulla schiena senza problemi. L’AIK se possibile giocava con più emergenza, visto che il suo sesto posto rappresentava l’ultimo buono per accedere alla seconda fase dei playoff, evitando il purgatorio del play-in a quattro, ma con ancora dieci partite di stagione regolare da giocare, nessuna delle due poteva godere della tranquillità di mantenere la propria posizione di classifica.

When I say big fight I mean a really big fight idk if this captures it well but it was a full two minutes of confrontation

Alessandro Acquistapace (@acquistapace.bsky.social) 2025-02-12T21:37:45.615Z
A fine incontro, mentre veniva segnato l’ultimo gol che certificava la vittoria dell’AIK, sono ufficialmente saltati i nervi e la partita si è trasformata in un normale pomeriggio al saloon

Eppure, in campo, alla fine è scesa praticamente solo una squadra, per di più quella che partiva più dietro in classifica, anche se poteva contare sulla spinta di uno stadio quasi esclusivamente vestito con i suoi colori. L’AIK ha controllato la partita fin dal primo periodo, è stata sempre più pericolosa, ha subito qualche gol ma senza mai scendere sotto i due gol di vantaggio, e ha sofferto veramente solo in due occasioni, quando per due minuti ha concesso il power play e la superiorità numerica al Djurgården, e subito dopo aver concesso il gol del 3-1.

Arrivato pochi istanti dopo il gol del 3-0 di Christoffer Bjork, quando ancora tutto il pubblico di casa stava ridendo e festeggiando la marcatura, la rete di Arvid Costmar ha non solo silenziato i bollenti spiriti dei gnaget – i roditori – ma ha anche portato l’AIK a pasticciare tremendamente con il puck sul bastone, a non riuscire più ad uscire in maniera pulita dalla propria zona di difesa e a concedere tanti tiri – seppure spesso velleitari e mai veramente pericolosi – al Djurgården.

Poi, a sette minuti dal termine della seconda frazione, su una di quelle pressioni del Djurgården l’AIK recupera il disco e si lancia in attacco in superiorità numerica. Dal caos derivante dalla prima conclusione nasce un’azione confusa che viene conclusa dal gol del canadese Gerry Fitzgerald – una curiosità d’obbligo: a tre anni Gerry, insieme ai suoi due gemelli Leo e Myles, anch’essi oggi giocatori di hockey, è stato protagonista di Baby Geniuses, in cui interpretavano dei neonati dotati di incredibile intelletto.  

L’AIK non cederà mai più il controllo della partita, neanche nel finale di partita, quando capace di riportarsi sotto di due gol sul 6-4, il Djurgården lascia la propria porta vuota alla ricerca della superiorità numerica. I pericoli creati sono pochi e relativi, e anzi su un pallone perso l’AIK riesce anche a celebrare l’apoteosi di un gol a porta spalancata, che vale la terza marcatura di giornata a Daniel Ljungman, che a fine partita vincerà il premio di migliore in campo.

AIK won 8-4 completely annihilated Djurgården which is one of the top 2 teams in the league. The home fans were electric and the game ended up with a big fight

Alessandro Acquistapace (@acquistapace.bsky.social) 2025-02-12T21:37:45.614Z
Il bellissimo contropiede con cui Christoffer Bjork firma il 3-0

Uscendo dal palazzetto e dirigendosi verso la fermata della metro Globen, la ressa non è meno caotica di quanto non lo fosse stata durante la partita. Un pubblico per la verità molto giovane sfida sarcasticamente gli annunci dall’altoparlante che intimano di allontanarsi dalla linea gialla, con quella bravado adolescenziale che una volta cresciuti ci si scorda sempre di aver avuto, intonando cori contro l’Hammarby e il Djurgården.

Sul campo, forse, chi di hockey ne capisce potrebbe aver intravisto i segnali di una partita di livello relativo – anche se, pur parlando di seconda divisione, parliamo comunque del campionato che sfocia in quella che è probabilmente la migliore prima serie d’Europa – ma sugli spalti e tra il pubblico è difficile non solo intravedere i segnali di una partita di una serie minore, ma è difficile se non impossibile anche solo immaginare che questa non sia una cosa che approssima alla Partita dell’anno con la P maiuscola. Non c’è partita più grande in quella che è la capitale di un paese che l’hockey lo ama come pochi altri al mondo.

Non ho avuto modo di approfondire che cosa abbia portato alla decadenza improvvisa dell’hockey a Stoccolma dopo una storia così ricca di trionfi. L’impressione è che, semplicemente, ci si trovi davanti a casi continui di cattiva gestione delle singole squadre, in adesione alla cara vecchia teoria per cui molte volte, dove ci sembra di vedere i fili di un grande schema, c’è solo la stupidità umana.

Certo, la lega svedese di hockey è stata negli ultimi cinquant’anni arricchita dalla crescita di nuove squadre, provenienti da tutto il paese, come ad esempio la storia del MoDo Hockey della piccola Örnsköldsvik, trentamila abitanti nel nord del paese, due volte vincitrice del trofeo Le Mat e soprattutto luogo d’origine dei fratelli Henrik e Daniel Sedin, leggende dei Vancouver Canucks nella NHL.

Ma la verità è che altre squadre storiche dell’hockey svedese sono ancora lì, presenze perenni nei playoff. Nel 2024, la Swedish Hockey League è stata vinta dallo Skellefteå AIK, fondato nel 1921, il Färjestad, invece, campione nel 2022, di anni ne ha novantadue e di titoli ne ha vinti dieci. Insomma, i margini, per continuare a competere, ci sarebbero pure. Quello di cui si nota la mancanza, forse, nell’attuale hockey svedese, sono le polisportive, o comunque le polisportive che non abbiano nell’hockey la propria sezione principale. Chi conosce il calcio svedese, nelle prime tre divisioni dell’hockey svedese, riconoscerà solo i nomi di AIK e Djurgården.

Anche questa circostanza però da sola sembra troppo poco per spiegare un calo del genere più soddisfacentemente di quanto delle normali difficoltà di campo possano fare. Qualunque sia il motivo, però, è vero che a Stoccolma non si festeggiano più i trofei nell’hockey su ghiaccio come si era soliti fare nel secolo scorso. Lo sport è in difficoltà, nonostante il ritorno al Djurgården di alcune vecchie glorie passati dall’Hovet in anni migliori, come il prodotto del vivaio ex Chicago Blackhawks Marcus Krüger e il quarantunenne norvegese Patrick Thoresen. Proprio i Järnkaminerna, dalla loro prima storica e inaspettata retrocessione hanno sempre fatto corsa di testa, mancando sempre il passaggio dalle forche caudine dei playoff. Ma chissà, forse quest’anno, in quello che sarà l’ultimo nello storico palazzetto dell’Hovet, la storia deciderà di sorridere ad almeno una delle due polisportive capitoline. E forse prima di quanto ci potremmo aspettare si tornerà ad assistere ad un Tvillingderbyt nella Swedish Hockey League.


  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

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