
Sanremo 2025, Serata finale
Ottime scelte musicali e una finale al cardiopalma fanno da contraltare a un Sanremo 2025 ritmato ma asettico.
Cala il sipario sulla 75esima edizione del Festival, che si è chiuso con una gara al cardiopalma vinta con uno scarto dell'appena 0,4% da Olly, altro giovane emergente dopo Angelina Mango. Sarò ripetitivo: considerare il Festival di Sanremo solamente un concorso musicale è un esercizio miope. In primis perché, se fosse tale, non sarebbe mai sopravvissuto all’ondata di nuovi talent e simili. Sanremo rimane uno spettacolo dalla longevità unica nel panorama televisivo mondiale, che si è evoluto negli anni senza perdere il suo lato liturgico. Sanremo è uno show a 360° che è parte integrante della nostra cultura, una sorta di specchio del Paese e dei suoi momenti. Una messa laica che può legittimamente non piacere ma continua a fare registrare dati d’ascolto inarrivabili, in barba all’aumento dell’offerta televisiva e della frammentazione dei palinsesti degli ultimi 20 anni.
Musicalmente, c'è stato poco da eccepire. Come da corretta applicazione del Manuale Cencelli sanremese, erano presenti artisti di generi e stili diversi in grado di accontentare ogni fascia d'età, e non è stato fatto alcun passo indietro in termini di modernità e freschezza nelle scelte rispetto alle ultime edizioni. Azzeccatissima, come dimostra anche il riscontro del pubblico e della classifica, soprattutto la decisione di Conti di puntare su una nutrita rappresentanza cantautorale. Proprio nell'ottica dello spettacolo a tutto tondo, però, la parte di intrattenimento non ha brillato, in primis per una scrittura piuttosto pigra dei momenti non musicali. Gli spazi "extra", nella serata finale, non ci sono proprio stati, se non qualche fugace apparizione come quella di Edoardo Bove. Ci siamo risparmiati pure i monologhi: forse è stato un bene, ma per quanto fossero spesso trascurabili o contenutisticamente pessimi (Diletta Leotta?), questi avevano il merito di generare discussione e dare più spazio ai co-conduttori di serata. Sanremo 2025 è stata una sorta di nemesi delle edizioni di Bonolis, dove la gara era un elemento quasi laterale, mentre il resto dello spettacolo era estremamente curato - per il Festival ideale, a mio avviso, in medio stat virtus.
Come scrivevo già mercoledì, sta al gusto personale preferire Amadeus o Conti, essendo entrambi ottimi presentatori per Sanremo. La precisione nel rispetto della scaletta e la volontà di tenere alto il ritmo erano già evidenti nel primo trittico di Festival da conduttore di Conti, e questo di base sarebbe un pregio -tanto che nelle pur eccellenti edizioni di Amadeus mi ero trovato spesso a commentare che un pizzico di pragmatismo carlocontiano sarebbe stato utile. Il problema deriva dal fatto che quest’anno c’è stata troppo spesso l’impressione di una fretta generale e di un approccio molto asettico, che ha tolto anche quel piacevole di senso di familiarità. Una celebre massima di Funari è “Lo spettacolo è gestione dell’imprevisto”: in questa edizione di Sanremo invece lo spettacolo ha puntato esplicitamente ad annullare ogni possibile imprevisto. Non c’è stata battuta dei co-conduttori, lacrima di commozione, ricordo di qualcuno che non c'è più o saluto alle mamme a smuovere Conti da questo intento e portarlo a interagire.
Volendo tirare le somme, i dati d’ascolto del Sanremo 2025 hanno dato ragione a Carlo Conti. Se questo sia stato dovuto all’onda lunga della rinascita del Festival (a cui in passato lui stesso aveva contribuito) e del suo ritrovato successo, lo scopriremo tra un anno, qualora dovesse confermare il bis previsto dal contratto. Complessivamente, il processo di crescita di Sanremo è durato parecchi anni (tanto che ad avviarlo è stato l'ultimo Fazio e Amadeus lo ha portato al culmine): non c'è quindi da aspettarsi quindi un crollo nel brevissimo termine, ma il rischio è che con altre edizioni così incentrate esclusivamente sulla gara un po' di pubblico si possa perdere per strada anche se la proposta musicale dovesse rimanere di livello. Time will tell.
Passando alla gara: i primi 8 erano facilmente prevedibili alla luce dei risultati delle serate precedenti, ma la top 5 ha riservato comunque delle sorprese notevoli. L'esclusione della favorita Giorgia e la presenza in contemporanea di Cristicchi, Corsi e Brunori, non proprio tipici artisti spinti dal televoto - che quest'anno per la modifica al regolamento ha assunto un peso ben superiore a quello nominale (che è rimasto del 34%) - hanno fatto scalpore. Lucio Corsi ha incredibilmente sfiorato una vittoria da outsider degna di quelle di Gabbani (che almeno aveva già vinto Sanremo tra le "nuove proposte") e Mahmood, cavalcando l'onda lunga di un apprezzamento cresciuto di serata in serata e divenuto palese venerdì nella giornata delle cover, grazie alla geniale esibizione con Topo Gigio. Nella finale a 5 ha preso il 25,7% al televoto (5% in più di Fedez) impronosticabile almeno fino al giovedì, e solo la prevedibile forza di Olly (31%) lo ha fermato a un passo dal traguardo. Il paradosso è che avrebbe vinto con il regolamento in vigore fino all'anno scorso - ma in questa edizione si era deciso che il vincitore sarebbe stato scelto dal "popolo" e così è stato.
Per chiudere, con la fretta che è stata il leitmotiv di questa edizione, una ricognizione non esaustiva dei migliori e dei peggiori di Sanremo 2025:
Lucio Corsi 9: la rappresentazione plastica del Festival perfetto, in cui tutti i pianeti si allineano. La sua canzone, un capolavoro di sincerità, a mio avviso era da 7,5, ma quello che è riuscito ad ottenere - senza scorciatoie o trovate facili - il cantautore di Grosseto pressoché sconosciuto al grande pubblico è impressionante. Ah: si è portato a casa anche il Premio della critica, assoluto sigillo di qualità.
Brunori 8,5: pochi anni fa difficilmente avremmo pensato di trovare a Sanremo un cantautore raffinato non "pop" come lui. Si presenta con un brano delicato dedicato a sua figlia, con un bellissimo testo e una melodia che resta attaccata addosso. Il 3° posto è un riscontro eccezionale: artisticamente è rimasto fedele a sé stesso.
Cristicchi 8,5: al primo ascolto ha fatto emozionare tutti. Appena si è iniziato a parlare di una sua possibile vittoria, però, la narrazione su di lui è cambiata. Le critiche sulla carta sono state prevalentemente sul testo troppo esplicito e quindi "paraculo", ma in verità ha finito per scontare soprattutto il fastidio per il suo supposto orientamento politico. L'unica pecca è forse l'arrangiamento (probabilmente voluto) un po' minimal; potrebbe aver pagato anche l'impatto decrescente di una canzone così forte già al primo ascolto.
Olly 8: favorito della vigilia un po' a sorpresa insieme a Giorgia, ha portato a casa un risultato straordinario, confermando la sua crescita rispetto a 3 edizioni fa el'impressionante ampliamento della sua fanbase. La canzone non è certo un capolavoro, ma era tarata alla perfezione per il contesto e restava in testa già a un primo ascolto: non lo ha fermato nemmeno una pessima performance nella serata cover, con una scelta pretenziosa che si è rivelata una missione suicida. Lo avrà pure aiutato il supporto di Marta Donà, una Re Mida che ha vinto 4 delle ultime 5 edizioni di Sanremo, ma lui ci ha messo tanto del suo.
Francesca Michielin 7: un'operazione importante, l'infortunio sulle scale durante le prove, ma ha lottato come una leonessa per esserci (la serata di Bianca Balti ci condizionerà ancora a lungo...) e lo ha fatto egregiamente. Le lacrime di commozione dicono tanto di questi momenti ma anche del legame con la canzone, una melodia irregolare ma non banale che cresce ascolto dopo ascolto. La classifica finale la penalizza troppo, ma ha ritrovato il suo percorso artistico.
Noemi 6,5: quella firmata da Mahmood e Blanco è forse la miglior canzone che ha portato sul palco dell'Ariston dopo "Sono solo parole". Dovrebbe però trovare un manager che la valorizzi e che quantomeno le voglia bene: tutte le altre scelte sono sbagliate, a partire dal folle duetto con Tony Effe nella serata cover (nonostante lei abbia provato a salvare il salvabile).
Le delusioni
Francesco Gabbani 5,5: era quasi inevitabile una flessione dopo 3 partecipazioni perfette (vittoria tra le nuove proposte, vittoria tra i big, 2° posto). Nutrendo profonda stima di un cantante brillante e dall'ottima vocalità, le mie aspettative sono sempre alte. Era lecito sperare in qualcosina di più di questo delicato (ma un po’ ripetitivo) inno alla vita. La posizione finale conferma che nonostante tutto è un animale da Festival: torna presto Francesco.
Clara 5+: canzone anonima, con il consueto arrangiamento di moda con occhiolino all'elettronica. La voglia di partecipare può essere tanta, ma così rischia di bruciarsi.
Massimo Ranieri 5: è un maestro, continua a divorarsi il palco senza risentire minimamente del trascorrere del tempo. Ma affidarsi a un Tiziano Ferro in un periodo di crisi creativa non è stata la scelta migliore. La canzone è banale, ha una solennità eccessiva e ripete la parola “cuore” ossessivamente.
Rocco Hunt 4,5: una serie di stereotipi e luoghi comuni davvero difficili da digerire. La cosa positiva della sua partecipazione è che - suo malgrado - ha rimesso a posto un presunto pifferaio magico delle scommesse, a cui molti giornalisti sportivi danno inspiegabilmente spazio, che pensava di poter condizionare l'andamento del Festival (in maniera discutibilmente lecita).
Tony Effe 4: sul voto pesa l’ignobile profanazione di Califano che ha perpetrato nella serata cover. L’idea per questo tentativo di repulisti era buona, l'esecuzione però ha lasciato a desiderare. In assenza di voce, occorrerebbe presentarsi con brani parlati in grado di spiccare per il testo, invece lui ci regala delle chicche del tipo “come un uomo d’onore”. Potrebbe citofonare a Luca Barbarossa per chiedergli come si faccia a portare un brano credibile in romano sul palco dell’Ariston (Passame er sale, 2018). Talento nascosto, bene.
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