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Sanremo 2025
, 13 Febbraio 2025

Sanremo 2025, Seconda serata


Con metà dei cantanti a esibirsi e ritmi meno frenetici, emergono tutte le lacune di intrattenimento del Sanremo 2025.

Il Festival di Sanremo, almeno stando a quello che dicono i dati di ascolto, continua a essere uno straordinario successo di pubblico come gli anni precedenti. Dato che nella prima serata si sono sprecati i paragoni, diciamolo subito: Carlo Conti non è Amadeus. Sono entrambi grandi professionisti, ma il primo è un conduttore più “vecchio stile”, un treno che gestisce lo show scandendo i ritmi e lascia siano gli altri a riempirlo di contenuti, senza cercare il guizzo o marcare la propria impronta personale. Amadeus invece tendeva a rendere il suo universo parte integrante di Sanremo stesso, prestandosi ad esempio a fare da bersaglio per le sua spalla comica o a creare un profilo Instagram in diretta, e facilitando così un senso di “familiarità” con i concorrenti e gli spettatori. Del resto di Amadeus conosciamo e abbiamo visto tanto, dalla sua fede calcistica al figlio Josè che di fatto è cresciuto stando in prima fila all’Ariston, perché tutto questo è stato sviscerato nelle precedenti edizioni di Sanremo. Di Carlo Conti cosa sappiamo, visto che ai nostri occhi sembra esistere solo quando la luce rossa della telecamera si accende? 

Quale dei due sia l’approccio migliore è una questione legata ai gusti personali, di certo c’è che a livello di scelte musicali si registra una buona continuità. Ma questa non è una novità: già 10 anni fa Conti era stato protagonista del processo di “svecchiamento” del Festival di Sanremo.

Quello che sembra mancare pericolosamente, oltre alla verve, è un po’ più di modernità e cura nei momenti leggeri (quelli profondi sono proprio assenti), così come nei dialoghi. Martedì i ritmi frenetici dovuti alle 29 canzoni in gara avevano nascosto la polvere sotto al tappeto, che è subito emersa in una serata dove erano necessari più riempitivi. Sanremo dovrebbe essere uno spettacolo a 360 gradi, ma tolte le canzoni di stasera resta veramente poco - e per la terza serata si rischia il flop, visto che buona parte dei nomi forti tra i big sono già stati spesi oggi. A latitare è quello sprint che possa far parlare di questo fenomeno collettivo anche allo spengersi delle luci sul palco. Ci sono però delle note positive: la regia è decisamente migliorata rispetto agli ultimi 5 anni, e ha reso il palco di Sanremo più “ampio” e molto più vicino a uno show internazionale come l’Eurovision. 

Cosa abbiamo fatto di così grave per sorbirci il prezzemolino Malgioglio in qualsiasi programma televisivo italiano? Egocentrico e con la classica umiltà del “Buongiorno, come sto?”, la sua presenza istiga a premere il tasto muto sul telecomando. I gusti non si discutono, ma è faticoso comprendere come si possa trovare brillante una comicità così macchiettistica da far sembrare i cinepanettoni pura avanguardia (e forse lo erano davvero). Con la sua strabordanza, ha messo in ombra i due migliori della seconda serata di Sanremo: una meravigliosa e simpaticissima Bianca Balti e l’evergreen Nino Frassica.

Ma veniamo alla pagelle di serata dei 15 big in gara:

Rocco Hunt 4,5: in assenza di un antidoto, è difficile non andare in overdose di populismo ascoltando il brano nella sua interezza. Parla della nostalgia di casa come se vivesse in Australia (ma è a Milano), il resto è una melassa stereotipata: l’odore dal caffè che manca, non è più domenica, l’immancabile lamentela contro lo Stato assente. 

Elodie 6,5: mai in top 5, a conferma che il suo gradimento (a livello mediatico e di pubblico televotante) è più nella bolla del fu Twitter che nel mondo reale. Del resto la canzone non è irresistibile con echi volutamente vintage, però la performance - anche a livello vocale - merita.

The Kolors 6: la loro unica pretesa ha un nome preciso: SIAE (e chiamali scemi). Può non piacere, di certo non è musica impegnata, ma hanno il merito di aver scelto un percorso artistico chiaro e coerente da alfieri della cara vecchia Italodisco, e ormai lo padroneggiano da maestri. 

Lucio Corsi 7: presenta un brano sincero, cantautorale ma non pretenzioso, senza snaturarsi. Nulla di straordinario, ma tantissime persone potranno ritrovarsi nelle sue parole e in una melodia orecchiabile.

Serena Brancale 6: pur non essendo semplicissima da digerire a un primo ascolto, porta una ventata di novità a Sanremo tra tanta trap ripulita, basi elettro-pop e casse dritte.

Fedez 6,5: scindere il cantante dalla persona è operazione complessa, specie se questo ha trascorso gli ultimi 15 anni vivendo all’insegna del “purché se ne parli”. Dal momento che è stato tutto e il contrario di tutto, da autore dell’inno del Movimento 5 stelle e nemico del capitalismo a volto di Amazon e novello Kardashian, la domanda sorge spontanea: come facciamo a credere che la sofferenza che porta sul palco di Sanremo non sia l’ennesima prova attoriale o trovata di marketing? Ad ogni modo, la canzone cresce a ogni ascolto, lui la interpreta davvero bene e spaccherà in radio. Il resto, in fondo, sono fatti suoi e non sarebbe male se restassero tali.

Simone Cristicchi 9: a livello melodico forse potevamo aspettarci qualcosa in più, ma la musica è anche emozione, e quelle che regala questo raffinato cantautore fanno inumidire gli occhi. L'unico artista ad avermi fatto commuovere in 2 edizioni diverse. A giudicare la reazione della platea dell’Ariston, è uno dei papabili vincitori (e prenderà più di un premio).

Marcella Bella 5: sulla scia di Rita Pavone, Donatella Rettore e altri partecipanti della quota “vintage”, sceglie di puntare sul ritmo e l’energia. Il problema è che lei resta praticamente immobile mentre il mondo si muove.

Bresh 7: canzone fresca con un ritornello che resta in testa. La stoffa c'è, non a caso la sua conversione verso il cantautorato risulta sicuramente più credibile di quella di Tony F o altri epigoni.

Francesca Michielin 5,5: migliorerà all’aumentare degli ascolti, ma sembra essere lontana dai livelli di “nessun grado di separazione”.

Achille Lauro 7,5: in pochi anni è passato da punk ribelle che stava a Thoiry e limonava col bassista sul palco ad essere l’unico uomo in gare con abito e camicia. La sua trasformazione è però credibile, frutto di un percorso artistico ben studiato e non banale, suggellato dal brano che porta (forse non il suo migliore, ma perfetto per Sanremo). Merita mezzo punto in più per il sax sul finale, una bella boccata d’aria.

Giorgia 6,5: interprete straordinaria, continuo a pensare che potrebbero cucirle addosso brani più moderni e maggiormente in grado di valorizzare la sua vocalità. Sarò lieto di cambiare idea entro sabato.

Rkomi 6,5: non sta ottenendo grandi riscontri, ma non è affatto male. Gli anziani che ballano dietro però sono in totale dissonanza con il contenuto del testo (stavo per scrivere che sembrano la brutta copia della celebre “vecchia che balla”, ma il discorso cade perché a quanto pare sono suoi parenti)

Rose Villain 6: Click-boom 2.0, potrebbe aver sfornato un altro tormentone. Grande presenza scenica, vocalità tutt'altro che trascurabile. Peccato per la sensazione di già sentito.

Wille Peyote 7: uno dei pochi a toccare anche temi politici, che piacciano o meno. Sa scrivere e si vede, infatti rimane il brano rimane in testa fin dal primissimo ascolto.

  • Giornalista classe 90', da sempre innamorato della radio, ho diretto per 3 anni RadioLuiss e collaborato con varie emittenti in qualità di conduttore.
    Attualmente mi occupo di comunicazione d'impresa e rapporti istituzionali.
    Pallavolista da una vita, calciofilo per amore, appassionato di politica e linguaggi radiotelevisivi, nella mia camera convivono i poster di Angela Merkel, Karch Kiraly e Luciano Spalletti.

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