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Philadelphia-Kansas City-Super Bowl
, 12 Febbraio 2025

È stato il Super Bowl di Philadelphia


A New Orleans, gli Eagles hanno fermato la rincorsa al three-peat di Kansas City.

Il luogo comune abbondantemente abusato dalla stampa italiana vuole che ogni anno, in una domenica di febbraio, “l’America si ferma” per il Super Bowl. Sarebbe sbagliato definire questo luogo comune come sbagliato, o non basato su quello che in effetti è un dominio della sfera culturale statunitense senza pari che la finale del campionato NFL riesce ad applicare con continuità da qualche decennio a questa parte. Se la monocultura sta morendo, e ci ritroviamo sempre più chiusi nelle nostre nicchie culturali con riferimenti che possono essere compresi solo da una ristretta cerchia, ci sono ancora eventi che hanno quella capacità di farci sentire parte di una congregazione attenta, per quanto soli a casa si possa essere”, come scriveva Kurt Vonnegut, chiamiamoli Super Bowl o Festival di Sanremo.

Se dunque è vero che il Super Bowl non è una partita come le altre, ed è vero che una nazione – e sempre più il mondo – sembra come entrare in una dimensione parallela di fronte ad esso, è anche vero che forse a volte ci può convenire guardare a eventi del genere da un’altra prospettiva, dandogli un altro sguardo, forse anche un po’ eretico. Per capire quanto successo al Caesars Superdome di New Orleans può aver senso osservarla come a solo un’altra partita di football, una con le peculiarità più di quello sport che di un qualsiasi evento capace di fermare un paese.

Il football è uno sport meno caotico rispetto ad altri, sicuramente rispetto ai suoi tanti omonimi, e questo perché si parte sempre da una situazione predeterminata. Tutti sanno che cosa devono fare e grossomodo poi tutti eseguono quello che gli viene richiesto. Ci sono infinite letture che vengono richieste ai giocatori e certo la complessificazione tattica dello sport ha aggiunto gradi potenziali di caos che possono essere utilizzati come perno per trarre un vantaggio, ma comunque esiste sempre un’idea di cosa implichi la conformità, di cosa sia una buona esecuzione.

Il giurista statunitense Louis Henkin ha avuto modo di scrivere, nel suo “How Nations Behave” del 1979, che “quasi tutte le nazioni osservano quasi tutti i principi della legge internazionale e quasi tutti i loro obblighi quasi tutto il tempo”, con una massima che per certi versi potrebbe essere la riduzione al grado più elementare della sinossi di una qualsiasi partita di football di buon livello, figuriamoci il Super Bowl. È nei margini di quei quasi, negli infiniti duelli individuali in cui la mancata conformità, o al contrario l’esecuzione perfetta, costruiscono il mattoncino di un vantaggio che può diventare una casa, e in nessun luogo è questo più evidente come nelle trincee del gioco. Per trincee si intendono, con l’aiuto della similitudine più letterale che il football possa offrire, le linee offensive e difensive delle due squadre, sono poi così fondamentali nel decidere i destini di una partita, e in particolare di questa partita.

All’alba di questo Super Bowl il duello individuale ad attirare più attenzione era ovviamente quello tra i due quarterback, Patrick Mahomes e Jalen Hurts, ma un duello forse ancora più interessante e potenzialmente decisivo era quello tra i due coordinatori difensivi, Vic Fangio dei Philadelphia Eagles e Steve Spagnuolo di Kansas City, forse le più grandi menti difensive attualmente nel gioco, e le rispettive unità sotto il loro controllo, entrambe nella top 5 della stagione regolare per punti subiti, e nella top 10 per iarde concesse. E di un duello di grandissime difese si è in effetti trattato, almeno nella prima fase della partita, prima che l’unità difensiva degli Eagles spostasse di peso la bilancia della partita in favore di Philadelphia.

Gli uomini di coach Spags hanno da subito giocato aggressivi, nonostante Jalen Hurts sia uno dei migliori QB della NFL contro i blitz, specialmente se accompagnati da una marcatura a uomo. Una prestazione difensiva solida nella prima frazione è stata coronata dall’intercetto di Bryan Cook, a sua volta propiziato dalla capacità di Spagnuolo di sfruttare la forza di gravità di Chris Jones, la stella della difesa dei due volte campioni in carica, per creare matchup vantaggiosi per i suoi altri difensori, in questo caso Nick Bolton, la cui pressione costringe Hurts a liberarsi frettolosamente del pallone.

Nice pressure from Spags. Sent the weak corner and the backer opposite Chris Jones, which is where Cam Jurgens wanted to slide.Cook shifts to replace the blitzers and is playing Hurts' eyes the whole way. Bolton forces the short throw.

Benjamin Solak (@benjaminsolak.bsky.social) 2025-02-10T00:28:02.371Z
Come ha sottolineato Mina Kimes, Spagnuolo usa Jones come la regina negli scacchi. Qui Jones (#95) attacca dall’esterno e la presenza di Hanna (#51) e del cornerback Hicks spinge il centro Cam Jurgens (#51 in verde) ad aiutare Landon Dickerson (#69) aprendo una prateria al blitz di Bolton (#32)

Ma le capacità di una difesa sono legate a doppio filo a quelle del proprio attacco: un’unità offensiva che non riesce a stare in campo costringe quella difensiva ad accumulare tanti snap, a giocare tanti minuti e inevitabilmente a stancarsi, e viceversa una difesa perfetta o quasi mantiene un minutaggio contenuto e può continuare a giocare con la massima intensità. Nel primo tempo i Chiefs hanno conquistato un primo down, in tutto tenuto il pallone per meno di dieci minuti dei primi trenta, e collezionato in tutto 23 iarde. Che sia questa la lettura da dare al dominio imposto dalla difesa di Philly è difficile a dirsi, ma certo quella che rimane è un’unità che ha giocato una partita clamorosa, con un’intensità capace di rianimare cadaveri e che ha confermato quello che il resto dell’anno aveva già fatto intendere: gli Eagles hanno la migliore difesa della NFL.

Ritornato quest’anno a Philadelphia dopo aver ereditato una delle peggiori difese NFL – terza peggiore per punti concessi nel 2023 – Vic Fangio ha vinto il suo primo Super Bowl dopo quarant’anni da tecnico e dopo trenta da coordinatore difensivo, portando quello che per tutti questi anni è stato il suo sistema difensivo, il più influente nella storia recente della NFL. La difesa Eagles nel 2024 è stata quella che ha apportato più expected points alla sua squadra, venti punti in più della seconda classificata, hanno concesso il minor numero di iarde da passaggio, e hanno il miglior numero della lega – 4.8 – per adjusted net yards per attempt, più di due iarde in meno rispetto al loro stesso dato nel 2023.

Nel Super Bowl, però, se possibile, gli uomini di Vic Fangio hanno se possibile alzato ancora di più l’asticella. I sei sack forzati su Pat Mahomes sono ad uno di distanza dal record nella finale della NFL, ma sono ancora più impressionanti quando si nota che non una volta gli Eagles abbiano blitzato – ovvero abbiano mandato cinque o più difensori ad attaccare il quarterback – e che semplicemente siano riusciti a trasformare in burro fuso la o-line Chiefs grazie alla prestazione super di tutto il reparto di linea. Tutti i linemen hanno vinto i loro matchup singoli, senza esclusione, con i sack suddivisi tra quattro giocatori, e un impressionante pressure rate sopra al 50% - il che vuol dire che più della metà delle volte che il quarterback Chiefs ha ricevuto il pallone è stato costretto a muoversi dalla sua posizione iniziale o è stato colpito nell’atto di lanciare.

La prestazione di Mahomes in particolare ha ricordato a momenti la versione brutta di quella nella sua altra sconfitta al Super Bowl, contro i Tampa Bay Buccaneers, quando anche in quel caso la sua linea offensiva inesistente ha costretto il suo tipico stile di gioco da trapezista ad alzare sensibilmente la posta in gioco, come se si trovasse a fare le sue manovre sulla funicolare che unisce i due picchi del resort canadese di Whistler. Nella partita forse peggiore della sua carriera, Mahomes ha concesso tre palle perse, due di queste sanguinose perché hanno di fatto regalato due touchdown. Il primo al rookie Cooper DeJean, nel giorno del suo compleanno, e l’altro regalando il possesso a Hurts a pochi metri dalla endzone grazie al tuffo di Zack Baun, una delle storie di rinascita più belle di questi Eagles, trasformato in un linebacker dalla cura Fangio dopo anni deludenti da edge rusher a New Orleans.

Cooper DeJean picked quite a time for his first NFL interception.

Ian Rapoport (@rapsheet1.bsky.social) 2025-02-10T00:48:11.445Z
Insieme all’altro giovane difensore caucasico degli Eagles Reed Blankenship, DeJean fa parte del duo Exciting Whites

Il duello tanto discusso tra Mahomes e Hurts, dunque, praticamente non è neppure iniziato. Hurts ha giocato una partita pulita, eccellente, in cui ha stabilito il record di iarde di corsa per un quarterback al Super Bowl – 72 – e in cui pure la sua abilità nel correre con il pallone non è stata minimamente la cosa più notevole della partita. Hurts ha mostrato grande calma e compostezza quando si è trovato a passare fuori dal pocket, ha concluso con il 77% di passaggi completati su un volume alto, e se per un periodo della partita era stato legittimo chiedersi se il titolo di MVP della finale andasse assegnato ad uno dei tanti eccezionali difensori, il quarterback da Channelview High School via Alabama e Oklahoma si è preso con la forza non solo l’anello, già prevedibile, ma anche il premio di MVP con la giocata simbolo della partita.

Quando si inizia il terzo quarto con un vantaggio come il 24-0 degli Eagles, la strategia più semplice vuole che si usino quanto più possibile le corse per far passare il tempo. Philadelphia, in effetti, aveva fatto proprio questo nel suo primo possesso della ripresa, bruciando sette minuti di possesso conclusi con il calcio del 27-0 di Elliott. D’altronde, con un quarterback bravo nelle corse come Hurts e un mammasantissima come Saquon Barkley, eletto pochi giorni prima giocatore offensivo dell’anno, la strategia è ragionevole e dovrebbe essere efficace. Ma proprio la stagione senza senso dell’ex New York Giants ha spaventato talmente tanto i campioni in carica da renderlo il pericolo pubblico numero uno per la difesa di Spagnuolo, che ha così costruito l’intero piano partita sul fermarlo.

E per certi versi, se l’obiettivo fosse stato solo fermare Barkley, Kansas City ci sarebbe pure riuscita: il running back ha raccolto solo cinquantasette iarde, il suo secondo numero più basso della stagione, ha segnato zero touchdown e le sue venticinque portate gli valgono 2.3 iarde per corsa, quando lungo tutta la stagione ha saputo tenere una media di 5.8 – dati pro-football-reference. Ma è l’unico duello individuale che Kansas City abbia vinto in tutta la partita. Tutti i ricevitori degli Eagles hanno avuto la loro dose di pallone. Jahan Dotson, che nelle precedenti tre partite di playoff aveva ricevuto una volta sola, per undici iarde, domenica ha raccolto due passaggi per quarantadue. Gli Eagles hanno battuto qualsiasi copertura e qualsiasi mossa gli venisse lanciata contro. Si può discutere dunque sul se Spagnuolo abbia devoluto troppe risorse al fermare le corse rispetto al passing game lungo tutta la partita, ma dove è certo che questo sia successo è stato nel primo e dieci con cui Philadelphia ha aperto il suo secondo possesso del terzo quarto.

TD - Hurts to DeVonta Smith 34-0

CJ Fogler (@cjzero.bsky.social) 2025-02-10T02:22:39.722Z
Con una sola deep safety e sette difensori nel box, Hurts può sfruttare i ricevitori lasciati in uno contro uno sulla traccia lunga e vederli vincere l’ennesimo duello individuale

Quando vedono Hurts fingere l’handoff a Barkley, i difensori di Kansas City cascano nella trappola e si lanciano tutti a difendere la corsa – scelta che gli Eagles hanno fatto 164 volte quest’anno, quasi il 50% delle volte, sia per quantità che in proporzione il numero più alto della lega secondo StatMuse – ma anche il loro attacco alla corsa non riesce a fratturare la trincea Eagles. La chiamata dell’offensive coordinator Kellen Moore, che dopo la partita rimarrà a New Orleans come nuovo allenatore dei Saints, è invece per un passaggio, e non un passaggio qualunque, ma il proiettile nel cuore degli avversari che segna la fine della partita. Una chiamata rischiosa e contro la tendenza che vuole come priorità far scorrere il cronometro, ma che funziona perfettamente. Jalen Hurts ha tutto il tempo per vedere i propri ricevitori liberarsi e lanciare un dardo da quarantasei iarde per DeVonta Smith, il tutto senza neanche dover preoccuparsi di trovare un rusher in bianco nel suo codice postale.

Questo è dunque il momento per parlare dell’altro elemento d’eccellenza di questi Eagles. Si è detto che il football, soprattutto nei playoff, si vince nelle trincee, e il General Manager Howie Roseman ha costruito non solo una linea difensiva straordinaria ma anche una linea d’attacco fisicamente mai vista prima. L’addio di Jason Kelce, forse il miglior centro nella storia del gioco, non ha col senno di poi danneggiato troppo un’unità che si è presentata al Super Bowl come la più alta e la più pesante mai scesa in campo, con un’altezza media di due metri e un peso medio di centocinquantatré chili.

Ma non si tratta solo di chili e centimetri, bisogna anche avere velocità e il baricentro per resistere ai contatti, tra le tante cose, e gli Eagles hanno una combinazione di pesantezza – quella che non ti fa spostare – e leggerezza – quella che ti rende mobile e ti fa trovare pronto un istante dopo lo snap – senza pari, forse esemplificata al meglio dalla storia più celebre di questo gruppo, quella dell’australiano Jordan Mailata, scoperto da alcuni dirigenti NFL dopo aver visto alcuni suoi highlights nel rugby league giovanile.

La formidabile linea offensiva degli Eagles è diventata nota innanzitutto per un aspetto quasi folclorico della NFL contemporanea, quella geniale mossa chiamata tush push originata proprio dalla mischia del rugby. Il tush push è praticamente indifendibile nelle situazioni di corto iardaggio – come quella che ha portato al primo touchdown del Super Bowl – e proprio per questa sua invulnerabilità sempre più avversari vorrebbero eliminata dal gioco.

La tush push sul palcoscenico più grande che possa esserci

Ma sarebbe limitante ridurre il loro impatto solo a questa pur straordinaria giocata, e lo si è visto lungo tutta la partita. La O-line Eagles regala tempo nella tasca a Hurts, è fondamentale nell’aprire linee di corsa per il quarterback e anche la clamorosa stagione di Saquon Barkley avrebbe poche chance di essere identica dietro ad una linea meno decisiva, come confermato dall’aspra separazione con i New York Giants, veri sconfitti di questa stagione NFL per come si sono separati dal miglior running back della lega.

Questo Super Bowl è stato anche quello dell’halftime show di Kendrick Lamar, in cui il rapper di Compton ha celebrato l’ormai evidente vittoria nel beef con Drake, facendo ballare l’intero Caesars Superdome sulle note di Not Like Us, in cui accusa il rapper canadese di pedofilia – anche se c’è da notare l’ipocrisia di farlo quando Jay-Z, che tramite la sua Roc Nation ha selezionato Kendrick Lamar per l’evento, è stato recentemente accusato di aver stuprato una ragazza allora tredicenne insieme a Sean Combs. Di fronte al pubblico più ampio possibile, Lamar ha insomma compiuto una vendetta nei confronti di chi aveva sparlato di lui – forse inconsapevole di trovarsi di fronte ad uno dei più fenomenali liricisti di ogni epoca.

Ma molto più interessante della rivincita di Lamar – protagonista di un beef che sembra uscito più dalla testa di un borioso CEO di un’etichetta che dalla testa di due delle più grandi popstar della nostra epoca – è stata quella di Nick Sirianni, capo allenatore degli Eagles capace di prendersi una seconda chance sul palcoscenico più grande dopo aver rischiato tantissimo il posto la scorsa stagione. La chiusura di 2023 degli Eagles, nella stagione successiva al primo Super Bowl perso contro Kansas City, era stata terrificante, con cinque sconfitte nelle ultime sei settimane di stagione regolare, un breakdown totale del roster che sarebbe poi uscito al primo turno contro i Tampa Bay Buccaneers senza neanche arrivare in doppia cifra di punti.

Nelle ore immediatamente successive al trionfo di New Orleans, Sirianni si è detto a suo modo “grato” per quel collasso, che aveva portato molti a Philadelphia, la città con il tifo forse più caldo degli Stati Uniti in tutti gli sport professionistici, a chiederne la testa. Il modo in cui è finita la scorsa stagione “ci ha formato per quelli che siamo adesso e per dove stiamo”, ha avuto modo di dire il tecnico di Jamestown, New York, tre volte campione universitario di Division III da giocatore con l’ateneo di Mount Union.

Nell’era delle dinastie, come rimane quella di Kansas City anche dopo questa sconfitta, è molto facile che la grandezza di chi di quelle dinastie non fa parte venga messa in dubbio. È magari sbagliato, ma comprensibile: se tutto gira intorno ad un trofeo e quel trofeo più volte che non viene vinto da una squadra, il destino lascerà sulla strada tutta una serie di incompiute. E se è vero che le dinastie nello sport aumentano l’attenzione del pubblico perché creano una dinamica di tipo Davide contro Golia, e chiunque vuole tifare per Davide, è anche vero che, come per rifrazione, a volte l’odio verso Golia sembra specchiarsi anche verso i pretendenti al titolo di Davide, mai abbastanza forti, mai abbastanza completi, mai abbastanza perfetti per sovrastare quella perfezione che tutti hanno in odio.

Gli Eagles hanno avuto una lunghissima strada per ritornare in cima dopo la notte del Philly Special. Ok, forse lunghissima è esagerato, parliamo di soli sette anni, che nella NFL possono anche essere un’inezia. Gli infortuni di Carson Wentz, la parabola di Nick Foles, l’addio controverso a Doug Pederson, primo allenatore dal 1972 ad essere licenziato entro tre anni dalla vittoria del Super Bowl, la ricostruzione dell’era Sirianni-Hurts. Per certi versi, il tifo Eagles e l’atmosfera da continuo Armageddon che sembra permeare tutto ciò che circonda le squadre locali ha contribuito a dar l’idea che fosse tutto meno che sempre soleggiato a Philadelphia.

Eppure, questa è senza dubbio l’era migliore nella storia degli Eagles insieme a quella, ai primi anni 2000, di Andy Reid, l’allenatore sconfitto di questo Super Bowl. Gli Eagles con Sirianni non hanno mai mancato i playoff, per due volte su quattro hanno giocato il maggior numero di partite disponibili e hanno vinto un anello. Che questo possa essere l’inizio di qualcosa è difficile a dirsi, la NFL si muove a velocità supersoniche, e quel Jayden Daniels sconfitto nel NFC Championship Game sembra essere un pericolo decisamente consistente per il futuro. Ma campioni NFL, anche se lo si è una volta sola, lo si rimane per sempre. E anche la gioia che gli Eagles hanno regalato ai propri tifosi, a giudicare dalle pacate reazioni al termine dell’incontro, sembra essere di quelle che si ricorderanno a lungo.


  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

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