
In Svezia adorano il bandy e hanno ragione
Siamo andati a vedere una partita di bandy, sport antenato dell’hockey su ghiaccio
Lo scorso sabato venticinque gennaio allo Zinkensdamms IP, stadio polifunzionale nel praticamente omonimo quartiere di Stoccolma, la sezione di bandy maschile dell’Hammarby ha ospitato il Broberg/Söderhamn in un incontro valido per la ventiduesima giornata – su ventisei – della stagione regolare della Elitserien, il massimo campionato svedese di bandy. Ma che cos’è esattamente il bandy? Per capirlo c’è bisogno di un aneddoto su un altro sport, che con il bandy ha ben poco a che fare.
Alle Olimpiadi di Berlino del 1936 Adolf Hitler fece pressioni per inserire nel programma olimpico la pallamano. Forse, proprio per l'associazione al dittatore nazista, quando ritornarono i giochi olimpici dopo la Seconda guerra mondiale la pallamano non faceva parte del programma a cinque cerchi, e non ve ne avrebbe fatto parte fino al ritorno dei giochi in Germania, a Monaco nel 1972. Ma in questi trentasei anni di silenzio, l’idea di cosa dovesse essere la pallamano olimpica è cambiata sensibilmente.
A Monaco nel 1972 si giocò la pallamano che conosciamo adesso: al chiuso, su un campo grande grossomodo come uno da futsal, con sette giocatori per squadra. A Berlino si giocò una pallamano completamente diversa, su campi in erba grossi come campi da calcio, in undici giocatori per squadra. Un gioco in cui la Germania dominava – l’unica nazionale ad aver sconfitto quella tedesca di pallamano outdoor è quella della Germania dell’Est – e la cui fama, negli anni, è andata sempre più a spegnersi – gli ultimi mondiali sono del 1966 – venendo soppiantata dalla sua versione indoor, con cui prima condivideva il palcoscenico. Ecco, il bandy sta all’hockey su ghiaccio come la pallamano dei giochi di Berlino sta a quella dei giochi di Parigi.
Ci sono undici giocatori per squadra, il campo è grande quanto uno da calcio – anzi, nel caso del terreno ghiacciato dello Zinkensdamms IP è letteralmente piantato sopra un campo in erba sintetica, che nella bella stagione è casa del Reymersholms, quinta divisione del calcio svedese – le porte sono ben più grandi di quelle dell’hockey su ghiaccio – rimanendo comunque sensibilmente più piccole di una da calcio – e l’oggetto di tutto il trambusto non è un dischetto di gomma vulcanizzata noto come puck, ma una pallina di sessanta millimetri di diametro di colore arancione o rosa shocking – perché ne si possa notare i movimenti sul ghiaccio.
Le somiglianze con il calcio – oltre che le lontananze con l’hockey su ghiaccio – non terminano qui: il cronometro non si ferma mai nel corso dei due tempi da quarantacinque minuti, con l’arbitro che può assegnare minuti di recupero in base alle pause del gioco, che comunque sono più ristrette anche perché sui lati lunghi del campo delle barriere alte quindici centimetri impediscono che la pallina, viaggiando rasoterra o a filo ghiaccio, possa uscire in fallo laterale.
Se la palla esce dal lato corto del campo con l’ultimo tocco di un giocatore della squadra che sta difendendo, si batte un tiro dall’angolo, anche se a vederlo assomiglia di più al corner corto dell’hockey su prato. Il portiere è l’unico giocatore senza mazza, ma è anche l’unico a poter prendere la palla con le mani – ma solo, come potevate immaginare, all’interno della propria area di rigore. In una rara concessione alle regole dell’hockey, al limite delle aree di rigore ci sono due cerchi d’ingaggio del raggio di cinque metri che servirebbero per il face-off, evento a cui però gli spettatori in un gelido pomeriggio svedese non hanno avuto modo di assistere per tutta la durata dell’incontro.
La conseguenza principale di tutte queste differenze regolamentari tra l’hockey e il bandy è che, fondamentalmente, quest’ultimo è uno sport con decisamente meno contatti. E non è solo una questione di metro arbitrale, che pure interviene più che nell’hockey, ma anche e forse soprattutto di spazi. I giocatori hanno semplicemente meno occasioni per prendersi a botte, i movimenti dei giocatori sono meno bruschi, con meno pause e frenate capaci di sollevare piccole nubi di ghiaccio, e anche per questo i giocatori semplicemente scappano via dai contatti più velocemente, hanno più margine di manovra per evitarli e comunque non esistono particolari vantaggi tangibili nell’usare il proprio corpo come un oggetto contundente.
Nei secondi immediatamente successivi a questa scaramuccia, la più pesante dell’incontro prima di un litigio di gruppo dopo il fischio finale, i tifosi di casa hanno intonato un coro, che grossomodo è traducibile in italiano come “giocate a bandy, maledetti campagnoli”. Non so se l’insulto sia semplicemente un termine comune a Stoccolma – un po’ come i parigini chiamano “provincia” qualsiasi parte della Francia più lontana di Disneyland – o un riferimento specifico agli avversari, provenienti da Soderhamn, comune da dodicimila abitanti della contea di Gävleborg – una regione chiave per il bandy visto che ospita altre tre squadre di prima divisione – ma in qualsiasi caso tanto la rissa quanto la reazione del pubblico indicavano una tensione latente all’intera partita.
E in effetti avevano ragione, perché quello tra Hammarby e Broberg/Söderhamn, era uno scontro che aveva il potenziale per riscrivere il destino della stagione di entrambe le squadre. Le due formazioni arrivavano allo Zinkensdamms IP rispettivamente sesta e settima in classifica, separate da un punto solo – con la vittoria che ne vale due – a quattro giornate dal termine della stagione regolare. Tra di loro non solo una posizione in classifica, ma anche una posizione molto più favorevole nei playoff che partiranno nel mese di marzo: il formato della Elitserien prevede che dieci squadre su quattordici accedano alla post-season, con sei mandate direttamente ai quarti di finale e le altre quattro costrette ad un play-in che manderà poi le vincitrici nella gabbia delle due prime in classifica della stagione regolare.
Per l’Hammarby vincere poteva voler dire mettersi a condurre la corsa per l’ultimo posto diretto ai playoff, e forse anche per questo lo stadio, privo di posti a sedere, era gremito in ogni ordine di posto, tanto che molti si sono dovuti accontentare di posizionarsi sulla collinetta dietro la porta nord dello stadio. Non solo per questo, in realtà: per l’occasione l’Hammarby celebrava il cosiddetto Familjfesten, con prezzi ridotti, e l’organizzazione di una festa, con tanto di carretti per il cibo, cover band dei classici hair metal anni Ottanta dal vivo e concorsi a premi che iniziava già da tre ore prima della partita.
Dietro la porta sud dello stadio, vicino agli Zamboni parcheggiati, decine di bambini disinteressati all’incontro hanno passato i novanta minuti a lanciarsi palle di neve con quella poca che era rimasta in giro, e prima dell’incontro non solo le giovanili dell’Hammarby hanno avuto modo di farsi applaudire dal pubblico di casa, ma i nomi dei giocatori sono stati annunciati dalla figlia dello speaker dello stadio, in quello che assomigliava molto alla tradizione americana del “porta i tuoi figli al lavoro” mentre intanto, sul campo, l’addetto alle barriere esterne, alle porte e alle bandierine dell’angolo veniva aiutato da suo figlio, agghindato con gli stessi abiti del papà.
C’è un inside joke all’interno delle comunità dedite all’analisi dei dati calcistici per cui è molto facile avere dati su quanto una squadra tiri, su quanto lo faccia in porta e su come tramuti quei numeri in gol, e meno facile ma comunque possibile avere dati su come una squadra difenda – se si intende “difendere” nella limitante descrizione di “recuperare il possesso del pallone”. Allo stesso tempo, però, sono praticamente inesistenti dati su ciò che succede nel mezzo di queste due fasi, come se il pallone passasse magicamente da una parte all’altra del campo, ed è proprio a partire da questo punto che metriche avanzate come l’expected threat e i goals added sono nate.
Questo inside joke spesso accomuna chi segue il calcio con le paragonabili comunità che esistono nell’hockey su ghiaccio, dove quello che nel calcio è un vuoto da riempire con strumenti di analisi più complessi è in effetti la descrizione più fedele dell’esperienza di visione: il puck viene recuperato, in qualche modo viene trascinato nella zona d’attacco e si inizia a bombardare la porta avversaria. E nel bandy, invece? La risposta sembra stare, grossomodo, nel mezzo, e dato quello che abbiamo imparato fino ad ora su questo sport potrebbe non essere una sorpresa.
Nel bandy come nell’hockey, il modo più efficace di portare la pallina in avanti è trascinandola in avanti con una corsa. Forse qui è ancora più efficace proprio perché ci sono più spazi, le linee che un giocatore deve seguire sono più dritte, permettono di accumulare velocità e regalano agli spettatori un’esperienza elettrizzante, quella di un’anguilla che sguscia via tra un paio di mani che si chiudono troppo lentamente, dando un’apparente sensazione di superiorità che in altri contesti si può vedere pareggiata solo quando a Mario Kart si pesca la stellina che dà il dono dell’invulnerabilità.
Allo stesso tempo però è anche possibile costruire un gioco di passaggi complesso, fitto, che può risultare in meccanismi riconoscibili a chi segue il calcio – come il ruotare il possesso da un lato all’altro del campo passando dai difensori centrali – ma che acquisisce anche strutture più complesse e caotiche di quelle a cui siamo abituati. Se il calcio è uno sport di triangoli, il bandy è più uno sport di cerchi concentrici, di ingranaggi che si innestano negli altri in quello specifico frammento di tempo. Il movimento dei giocatori è perenne e la ricerca dello spazio libero per offrire una ricezione pulita risulta quasi sempre in passaggi orizzontali o all’indietro: si riceve la palla, si fa qualche metro in avanti e si serve il compagno che sta tornando indietro, riceve, si gira, fa qualche metro in avanti e così via.
La verticalità è ricercata raramente nel bandy, quasi mai sotto la forma di un filtrante dal mezzo spazio a cercare il taglio dell’ala – per quanto debba sottolineare che almeno uno ve ne sia stato, sia pure terminato sul fondo, ed è nel video postato in precedenza – e quasi sempre con un lancio lungo e alto, che sia dalla mano del portiere – che può anche arrivare a coprire l’intera lunghezza del campo – o sparacchiando la pallina in alto con la mazza. È un metodo che può funzionare – il gol con cui gli ospiti hanno accorciato sul 3-2 a inizio secondo tempo è stato segnato così – ma che di base provoca solo duelli aerei che, date le dimensioni della pallina e il casco che indossano i giocatori, hanno un che di ridicolo, l’opposto della gag dei Peanuts in cui Woodstock prova a ricevere un pallone da football, ma con lo stesso effetto comico.
La palla lunga, insomma, può funzionare bene come agente del caos, e d’altronde può avere senso dal momento che proprio per le lunghe transizioni dei singoli in avanti, il bandy è uno sport in cui le squadre sono spesso spezzate in due tronconi. In questo la tradizione dell’hockey di un reparto prettamente difensivo e di uno principalmente offensivo sembra essere rispettata. L’ovvia differenza è che il gap scoperto è ben maggiore e più facile da sfruttare in transizioni offensive, come hanno dimostrato entrambe le squadre intorno al sessantesimo minuto, quando nel giro di due minuti prima l’Hammarby ha riallungato le distanze sul 4-2 con una bordata dal limite dell’area e poi il Broberg/Söderhamn ha segnato il 4-3.
Pochi minuti dopo, l’incontro sarebbe scivolato nella locura: su un errore in impostazione gli ospiti pareggiano, e addirittura riescono ad andare in vantaggio. L’Hammarby, chiamato ad una situazione di emergenza totale, attacca disperatamente. All’ottantesimo minuto, il finlandese Liimatainen realizza il suo secondo gol di giornata. Pochi minuti dopo, sfruttando anche la momentanea superiorità numerica dell’Hammarby, il finlandese realizza la tripletta, e la partita sembra finita.
L’Hammarby deve solo gestire il possesso, ma non lo fa con l’adeguata cautela. Un altro errore in impostazione a pochi secondi dal novantesimo porta al pareggio degli ospiti. Non parlo lo svedese, ma la mia impressione è che anche in Svezia ci siano generazioni di attempati spettatori che si scagliano contro le nuove tendenze e la costruzione dal basso. Il rancore è comunque solo momentaneo: al fischio finale l’atmosfera è generalmente positiva, e l’Hammarby è ancora lì, nella corsa per l’accesso diretto ai playoff. Basta solo uno scivolone di chi sta davanti.
Ma se siete il tipo di persone a cui potrebbe interessare un articolo del genere, c’è però forse almeno un’altra domanda a cui bisogna dare una risposta perché le nozioni incamerate possano essere soddisfacenti: bella la partita eh, ma esattamente, quanto è popolare il bandy in Svezia? Partiamo da un presupposto: il bandy è più popolare in Svezia di quanto non lo sia in qualsiasi altro paese del mondo, ad esclusione forse della Russia, che può contare su oltre un milione di praticanti.
La Elitserien è il migliore campionato di bandy al mondo, la Svezia è la nazione che ha vinto più mondiali maschili dopo l’Unione Sovietica – ed è anche l’unica che sia mai riuscita ad evitare che l’URSS, durante la sua esistenza, non alzasse il trofeo – ed è la dominatrice assoluta dello sport al femminile, avendo vinto undici dei dodici campionati del mondo svolti, finendo seconda nell’unica edizione persa. Inoltre, essendo molto ricca, la Svezia può permettersi un numero considerevole di arene al coperto fondamentali, soprattutto in era di cambiamento climatico, per allungare la stagione in cui lo sport è praticabile e praticato.
In un video YouTube sul canale BetweenTheBenches dedicato al bandy in Finlandia – unica nazione al di fuori di Svezia, URSS e Russia ad aver vinto un mondiale, nel 2004 – e in particolare al club di lingua svedese HIFK, il più vincente del paese, il presidente della sezione bandy, René Osterman, spiega come in Svezia ci siano ventidue arene indoor per il bandy. Queste, in aggiunta agli altri benefici, sono anche molto più utili per mantenere un numero alto di praticanti giovanili di base: i genitori, sapendo che i loro figli potranno praticare uno sport per sette, otto mesi all’anno lo sceglieranno più facilmente di uno che è praticabile solo durante i mesi invernali.
Insomma, la Svezia è in una situazione ideale non solo per continuare a produrre i migliori giocatori del mondo, ma anche per importare talenti da nazioni confinanti – come Jaako Hyvönen del Broberg/Söderhamn o Tero Limatainen dell’Hammarby. E questo si tramuta anche in una grande presenza di pubblico allo stadio. A vedere lo scontro diretto dello Zinkensdamms IP c’erano quasi seimila persone, una quantità comparabile a quella di alcune squadre di prima divisione tanto nell’hockey quanto nel calcio, i due sport di squadra più seguiti del paese. A Vasteras, sede della squadra più vincente del bandy svedese, l’arena indoor locale può ospitare diecimila spettatori, e la finale del campionato, che si gioca in campo neutro e in partita singola, viene spesso ospitata in arene anche più capienti.
E dunque se uno si chiede se il bandy sia uno sport popolare in Svezia, la risposta dovrebbe essere sì, e non solo perché lo è più qui che in qualsiasi altra parte del mondo. Mantenere una struttura dedicata al bandy, soprattutto se indoor, non è affatto uno scherzo, o un qualcosa di poco costoso. Lo sport, in Svezia, va ricordato, si appoggia sul modello dei club polisportivi di proprietà dei soci, senza particolari investimenti di grandi capitali o singoli imprenditori, e in prima divisione, oltre a nomi conosciuti dello sport svedese ci sono tanti club che hanno proprio nel bandy il loro prodotto di punta.
Se forse c’è una tendenza che si può identificare, e sembra qualcosa che accomuna molti di questi sport popolari ma non giganteschi in certe del mondo – Italia inclusa – è che il bandy sia molto popolare in comunità non tra le più grandi della Svezia. In una maniera che ricorda, per certi versi, quello che succede nel campionato finlandese di pesäpallo, la risposta finnica al baseball, i centri nevralgici del bandy svedese non sembrano risiedere nelle grandi metropoli. Certo, Västerås, sede del club più titolato, è l’ottava città del paese, e oltre a Stoccolma anche Uppsala, quarto centro più popoloso, può contare su una squadra. Ma né Malmö né Göteborg hanno squadre in prima o in seconda serie, e per il resto in Elitserien si contano squadre di piccole città, quasi tutte sotto i ventimila abitanti fino ad arrivare ai quattrocento appena di Åby, nel comune di Växjö, sul lago Helgasjön.
Allora forse è questa la risposta che stavamo e stavate cercando, che potrebbe essere valida non solo per il bandy in Svezia ma per innumerevoli sport in innumerevoli parti del mondo, dalla pallavolo in Italia al pesäpallo in Finlandia o alla pallamano in Germania – otto squadre su diciotto della Bundesliga, il campionato più forte e ricco del mondo, vengono da paesi con meno di centomila abitanti. Sì, il bandy in Svezia è uno sport con una sua riconoscibile popolarità. Ma non è una popolarità che si propaga da sola, una profezia che si autoavvera come può essere quella dell’hockey. Ha bisogno di quelle comunità in cui lo sport è realmente fondamentale, è la cosa di cui si parla al bar – esisteranno in Svezia i bar sport? – in cui non è semplicemente una parte della polisportiva, ma la parte più grande. E per ora, in molte parti della Svezia, il bandy è ancora quello sport.
Ti potrebbe interessare
Dallo stesso autore
Newsletter
Iscriviti e la riceverai ogni sabato mattina direttamente alla tua email.












